SCUOLA/ Esame di maturità ultimo atto: quel “centro” che aiuta a ripensare tutto

- Carla Urbinati

Ci sono esperti che vorrebbero eliminare o semplificare la maturità. Ma nell'esame finalmente i ragazzi hanno un'occasione per essere ascoltati. Loro stessi la pensano così

scuola esame maturita 21 lapresse1280 640x300 Esame di maturità (LaPresse)

Mentre scrivo queste righe penso a Massimo, Charlotte, Aurora, Enrico, ma anche a Luca,  Martina e a molti altri studenti che in questi giorni varcano emozionati i cancelli delle scuole per sostenere l’esame di maturità. Ultima temuta prova. L’esame più sognato! Il più “cantato” (indimenticabile Venditti, con “Notte prima degli esami”). L’esame più ricordato, conclusione di un iter formativo lungo tredici anni, un tempo infinito nella percezione di un diciannovenne.

La maturità segna uno spartiacque esistenziale: da studente a universitario o lavoratore, da dentro a fuori della scuola, la prima e decisiva esperienza di socialità dopo la famiglia. Terminata la maturità si pone, infatti, il compito di definire la propria strada, in autonomia, senza più scadenze “comandate”, senza l’assillo di verifiche incalzanti, dei colloqui con i genitori, delle pagelle o dei debiti.

Pubblicati i quadri, ogni ragazzo sarà alle prese con il suo progetto di vita e con l’apertura di una nuova epoca. Da quel momento, da quando, cioè, comincerà a delinearsi il carattere reale e concreto di questa conclusione, la scuola potrà iniziare ad essere ripensata, rievocata nelle chiacchiere con gli amici o nel silenzio dei propri pensieri e diventerà allora più evidente il rilievo di quegli anni, fatti di studio, di acquisizioni, ma soprattutto di vita, di amicizie, di scoperte, di delusioni, di errori e di soluzioni; anni costitutivi e decisivi per ogni persona.

Ecco che, guardato con un po’ di distanza, anche l’esame di maturità potrebbe cominciare ad assumere una nuova connotazione. Non più un incubo, da cui uscire al più presto, ma l’esperienza più arricchente e rilevante dell’intero iter formativo, a saper ben comprendere il significato di questa valutazione istituzionale, “di Stato” appunto. Tanti ragazzi, già subito dopo la prova orale, si scoprono a provare un viscerale dispiacere per questa fine. Altri confessano che vorrebbero rivivere l’esame e che è stato sorprendentemente piacevole trovarsi capaci di sostenere la prova con successo.

Un successo che si associa non tanto al voto atteso, quanto al raggiungimento di un traguardo ambito e finalmente superato. Si può scoprire che sedersi davanti a una decina di persone, commissari interni ed esterni, ed essere invitati a prendere posto e parola, può essere un’esperienza emozionante ed edificante. Fatta eccezione per l’esame di licenza media, è l’esame di maturità l’unica occasione in cui viene offerto agli studenti un tale ascolto corale da parte degli adulti.

“Il candidato può entrare e sedersi” è un invito solenne. È un onore con cui la scuola, come rappresentante dello Stato, accoglie gli studenti, riconoscendone le competenze (l’ammissione va infatti guadagnata) e la titolarità a esprimere conoscenze e idee davanti alla comunità civile, di cui i docenti sono espressione, per ottenere infine il riconoscimento di membro “maturo” della società. Un rituale, un’iniziazione, un’attestazione di valore del lavoro svolto.

Nella sua articolazione l’esame di Stato ben descrive quello che si potrebbe auspicare dalla scuola, non solo nel suo atto finale, ma sempre: mettere al centro lo studente, il soggetto in età evolutiva, e porsi in ascolto di ciò che ha da dire, di cosa ha imparato e dei suoi pensieri al riguardo.

Una scuola così orientata, non solo durante l’esame di Stato, ma sin dal primo anno della primaria, potrebbe correre seriamente il rischio di scoprire la maturità del pensiero, sin dall’infanzia, e potrebbe formare generazioni capaci di affrontare le valutazioni senza timore, ma piuttosto con entusiasmo. Come scrive Freud in Avvenire di un’illusione, i giovani educati con amorevolezza e ad avere grande stima del proprio pensiero, sapranno riconoscere nella civiltà e nelle sue istituzioni un bene prezioso. Prolungando la previsione circa gli effetti di un tale tipo di educazione, azzarderei, con scarso timore di essere contraddetta, che giovani così cresciuti lotterebbero per difendere l’esame di maturità dalle ipotesi di eliminazione o semplificazione che tanti esperti sembrerebbero sempre più decisamente richiedere.

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