SCUOLA/ Fioramonti e il bonus merito: quello che il ministro non ha capito

- Emanuele Contu

Fioramonti ha detto di voler abolire il Bonus merito, ma le sue parole rivelano che non sa esattamente di cosa parla. Il problema del bonus è un altro

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Lorenzo Fioramonti, ministro dell'Istruzione (LaPresse)

Sono di alcuni giorni fa le dichiarazioni con cui il ministro Fioramonti manifestava la sua contrarietà al bonus merito per i docenti, introdotto nel 2015 con la legge 107, la cosiddetta “Buona Scuola”. Due in particolare i virgolettati che sono stati ripresi da diversi organi di stampa: secondo il neoministro “i bonus perché si fa qualcosa di più” potrebbero avere “esattamente l’effetto opposto”; inoltre Fioramonti si dice “contrario all’idea che la scuola debba incentivare comportamenti che sono parte dell’insegnamento”.

Sarebbe interessante sapere se il ministro sia in possesso di dati e analisi a suffragio delle sue affermazioni: allo stato, non pare siano stati condotte analisi puntuali sul funzionamento del bonus merito o, almeno, non risulta siano state pubblicate. Certamente il ministro non può non sapere che in ogni scuola chi “fa qualcosa in più” viene già per questo retribuito, ma la cosa non ha nulla a che fare con il bonus merito: si tratta prima di tutto del Fondo d’Istituto, cui si affianca una molteplicità di ulteriori stanziamenti quali ad esempio i fondi per le funzioni strumentali, per l’alternanza scuola-lavoro, per le aree a forte flusso migratorio, quelli provenienti da bandi Pon, quelli erogati dagli enti locali tramite il proprio piano per il diritto allo studio. In ogni scuola vi sono docenti che – in ragione della mole di lavoro aggiuntivo svolto – accedono al Fondo d’Istituto e alle altre forme di riconoscimento per somme che possono anche superare, nel caso dei collaboratori diretti del dirigente scolastico, i 5mila euro lordi in un anno: che è come dire oltre 400 euro lordi mensili aggiuntivi rispetto alla non esaltante retribuzione ordinaria. Senza le attività ulteriori rispetto all’insegnamento svolte da questi docenti, d’altro canto, le istituzioni scolastiche non sarebbero in condizione di funzionare. È quindi opportuno sgombrare il campo da possibili fraintendimenti: le retribuzioni dei docenti sono già differenziate in ragione del fatto che alcuni fanno più di altri, soprattutto sul piano organizzativo, garantendo così il buon andamento delle scuole.

Quando Fioramonti si dice “contrario all’idea che la scuola debba incentivare comportamenti che sono parte dell’insegnamento”, in effetti la riflessione del ministro sembra focalizzarsi su una questione diversa: non il riconoscimento economico per chi fa qualcosa “in più”, bensì per chi fa qualcosa di diverso o di particolare nell’ambito dell’attività di insegnamento. In effetti, il senso – e la sfida – del Bonus merito sta tutto qui: non si tratta di riconoscere quanto viene fatto “in più”, bensì quanto viene fatto “in meglio”. Non stiamo quindi parlando del docente che si vede riconosciute le ore dedicate alla scuola svolgendo funzioni aggiuntive rispetto all’orario di classe; stiamo invece parlando di chi svolge il suo lavoro di insegnamento, ricerca, sperimentazione (i compiti chiave del docente) in maniera qualitativamente migliore.

Qui occorre intendersi bene e distinguere due piani: l’affermazione di principio da un lato, l’applicazione pratica dall’altro. Dire che chi lavora meglio debba essere pagato di più è un’affermazione di principio che, a differenza del ministro, ci sentiamo di abbracciare. Una scuola davvero autonoma deve poter valorizzare i propri docenti più efficaci: per incentivarli a non spostarsi in un altro istituto, ad esempio, per dimostrare che la buona qualità dell’insegnamento viene valorizzata, per mantenere alta la motivazione anche attraverso il riconoscimento economico (argomento che solo un idealismo un po’ sterile potrebbe disconoscere con leggerezza).

Fin qui si tratta, tuttavia, del piano di principio: occorre anche interrogarsi sulla dimensione pratica dell’operazione “Bonus merito”. Il limite principale del Bonus risiede nell’impossibilità di svolgere accurate osservazioni del lavoro dei docenti in classe e svilupparne quindi una valutazione sulla base di indicatori e parametri che vertano sul come il docente favorisca gli apprendimenti dei propri studenti: ciò dicevamo è impossibile non perché non esistano strumenti e pratiche di valutazione adeguati, ma perché la mole di lavoro necessaria a supportare un’operazione simile – osservazione in classe a fini valutativi di tutti i docenti – è insostenibile in termini di risorse umane e finanziarie necessarie. Nei fatti, la valutazione che permette di accedere al Bonus docenti così come si è concretizzata dentro le scuole non deriva da un’analisi dell’azione didattica, bensì dalla considerazione di fattori indiretti: ad esempio, si premiano i docenti che partecipano a corsi di formazione o che utilizzano determinate tecnologie nella pratica didattica, perché si ritiene che questi elementi contribuiscano a innalzare la qualità dell’insegnamento.

Proprio questa forma di valutazione “indiretta” della qualità dell’insegnamento è uno dei punti deboli del Bonus. Possono ad esempio esserci docenti che partecipano a molteplici corsi di aggiornamento, ma senza trarne beneficio quanto alla qualità del proprio lavoro in classe; allo stesso modo, ci sono docenti che lavorano molto bene in classe pur non avendo partecipato a percorsi di formazione particolari. Ancora, ci sono docenti che dichiarano di utilizzare le nuove tecnologie, ma in realtà lo fanno male, con scarsa padronanza degli strumenti o con limitata capacità di impiegarli ai fini didattici: il sistema del Bonus li premierà, anche se in effetti l’utilizzo di Lim o tablet in classe non avrà una positiva ricaduta sugli apprendimenti.

Il Bonus docenti, così come è stato realizzato in questi primi anni, è insomma uno strumento positivo in linea di principio, perché mette a tema la valorizzazione economica della qualità dell’insegnamento, ma sul piano applicativo non è affatto privo di debolezze, in quanto non sempre riesce a individuare e premiare davvero gli insegnanti più capaci. Il tema non è l’abolizione, come prospettato dal ministro Fioramonti, bensì un ripensamento di tempistiche e modalità che consenta di avvicinarsi maggiormente alle finalità auspicate, ovvero di individuare e premiare i docenti che svolgono meglio il proprio lavoro in classe. Ritorneremo sull’argomento in un prossimo futuro.

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