SCUOLA/ Formazione professionale, il culmine (nascosto) dell’educazione

- Stefano Arduini

Il termine formazione viene spesso usato con l’aggettivo “professionale”, indicando una pratica più che un’esperienza. Occorre tornare alla “Bildung” e alla “paideia”

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In tedesco “formazione professionale” si dice Berufbildung. Il tedesco è una lingua razionale, che riesce a mettere assieme più sintagmi in una sola parola per creare un’espressione. Dunque Berufbildung è composto da “Beruf” che vuol dire “professione”, “mestiere” e “Bildung” che in questo caso sta per “formazione”.

Sarebbe tutto molto semplice, Berufbildung è la formazione professionale che opera attraverso le scuole e i corsi professionali.

Tuttavia, come si diceva, il termine tedesco è composto di due parti, una delle quali è Bildung. Un termine e un concetto che in tedesco hanno però una lunga storia che arriva fino agli usi contemporanei. Una storia che costruisce una vera e propria filosofia della formazione che ci aiuta a fare qualche riflessione sul modo di collegare educazione e formazione professionale.

Bildung ha come nucleo concettuale il termine Bild, che in tedesco significa molte cose. Come ci ricorda il dizionario etimologico della lingua tedesca (Friederich Kluge, Etymologisches Wörterbuch der deutschen Sprache, Berlino De Gruyter 1989), Bildung infatti deriva da Bild, cioè “immagine” nei molti sensi che essa può prendere, quindi può indicare, con un senso generale, un quadro, ma può anche significare simbolo o metafora. Bild a sua volta ci rimanda al verbo Bilden, che ugualmente ha molti significati come “creare”, “comporre”, “formare”, si tratta di un dare forma che però costruisce un senso, ad esempio nel comporre un brano musicale o nel dipingere un quadro si produce una forma che ha un suo orizzonte di senso. Proprio in questa direzione Bildung va a occupare un’area concettuale che include la creazione, e riguarda l’individuo, la formazione, l’educazione, la cultura attraverso le quali il soggetto si definisce in quanto tale.

Bisogna però ricordare che il concetto di Bildung ha una lunga storia nella cultura tedesca, che qui è ovviamente impossibile riassumere. È però interessante notare che sono stati i mistici, Meister Eckhart e poi Jacob Böhme, a usare originariamente i termini Bildung e Bilden per intendere il processo attraverso cui l’anima si va conformando all’immagine divina e in cui avviene la comprensione di sé tramite il donarsi totalmente all’Agape di Dio. Si tratta di una strada attraverso cui il soggetto si compie veramente solo grazie al riconoscimento con l’origine, è un dar forma che costituisce una sostanza.

Dunque Bildung è un processo di creazione dell’individuo che si riconcilia con la sua stessa essenza, non una mera acquisizione di competenze. Un concetto questo che ritroviamo in Hegel, che ne parla nella quarta parte della Fenomenologia dello Spirito.

L’idea che nell’educazione si realizza pienamente il senso del soggetto è qualcosa che appartiene anche al concetto classico di paideia, in cui educazione e formazione coincidono perché, indipendentemente dalla tecnica appresa, per i Greci educare significa far sì che l’individuo possa realizzare completamente la propria natura umana.

Fra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento la cultura tedesca tenterà un’imponente opera di “traduzione” della tradizione greca e latina in ambito germanico nel tentativo di creare una cultura tedesca nuova. In questo contesto, Wilhelm von Humboldt farà incontrare il concetto cristiano di Bildung con quello greco di paideia, andando a creare un paradigma del tutto nuovo in cui educazione, cultura e formazione si integrano.

Forse bisognerebbe tenere conto di questa storia quando usiamo il termine “formazione”, che quasi sempre accompagnato dall’aggettivo “professionale” suggerisce un’idea di formazione come una pratica, e non un’esperienza, che produce competenze orientate alla produzione. Interpretata in questo senso, la formazione (professionale) è solo in funzione delle aziende, “producendo” individui in linea con le loro necessità, e poco ha a che fare con la crescita educativa dell’individuo.

La domanda che mi pongo è allora questa: è possibile pensare la formazione senza riferirsi a un’idea di educazione che collochi il formarsi all’interno di un quadro di senso più ampio? È possibile pensare invece all’educare come uno dei cardini centrali della formazione professionale senza il quale la formazione vera (la Bildung) non si realizza?

Certo, quando don Giussani definiva l’educazione come “introduzione alla realtà totale” offriva un’apertura in cui, se la realtà è intesa non come un semplice “stare delle cose” ma come un avvenimento, allora nulla viene escluso. “Il soggetto si educa nella misura in cui, entrando in contatto con le cose (la ‘realtà’) impara a porsi l’interrogativo ‘perché ci sono le cose’?” (Il rischio educativo).

Se, dunque, educare significa mettere in gioco il modo in cui il soggetto entra in relazione con se stesso e con il mondo, questo tocca ogni tipo di esperienza formativa, riguarda tutti, indipendentemente dal tipo di percorso che sarà scelto, perché, parafrasando quanto scritto in Atti 4, 35 e che san Benedetto riprenderà nella sua Regola, è dato a ciascuno secondo le sue necessità.

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