SCUOLA/ Gli insegnanti “fragili” sono il funerale del prof italiano

- Giorgio Chiosso

Il caso dei docenti “fragili”, a rischio Covid e pronti a usufruire dell’esonero, deve far riflettere su come cambiano gli insegnanti in Italia

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(LaPresse)

Sull’apertura delle scuole e sul loro regolare funzionamento pende la spada di Damocle della richiesta di esonero dal servizio attivo dei docenti e impiegati amministrativi cosiddetti “fragili”, cioè ultra 55enni che accusano patologie diverse e la cui salute potrebbe essere a grave rischio in caso di contagio Covid-19. Come è noto, l’allarme è stato lanciato dai dirigenti scolastici sulle cui scrivanie si sono accumulate apposite richieste in tal senso. Al momento sembra che i soli insegnanti che, in via teorica, potrebbero avere diritto ad accedere alla tutela della loro salute siano alcune centinaia di migliaia. Se così fosse sarebbe impossibile avviare l’anno scolastico, mancherebbero i supplenti per rimpiazzarli.

È tuttavia probabile che nel frattempo intervengano disposizioni più precise in materia che circoscrivano il fenomeno a quote gestibili. È difficile pensare che ci siano tra i docenti italiani (pur tendenzialmente un po’ avanti negli anni) tanti malati così seri da non poter entrare in classe. Sono poi anch’io convinto, come Antonino Petrolino ha dichiarato nei giorni scorsi in un documentato articolo, che alla prova dei fatti prevalgano il senso di responsabilità e, forse, il timore di severi controlli. Naturalmente tutti, infine, speriamo che la scuola prenda avvio in piena sicurezza e sia scongiurato – per quanto possibile – il rischio salute.

In ogni caso il fenomeno dei docenti “fragili” per il fatto stesso di essere emerso con così eclatante evidenza merita qualche riflessione. La prima è certamente la sfiducia verso le misure adottate dai protocolli sanitari, accompagnata dalla stanchezza prodotta da un insegnamento sempre più faticoso congiunta a uno scarso attaccamento alla professione, un segnale da non trascurare.

Colpisce in ogni caso il confronto con il personale medico e paramedico che nei mesi scorsi non ha cercato scorciatoie e si è prodigato con abnegazione e a costo della propria salute per assistere i malati. Ma senza scomodare medici e infermieri, basta richiamare quanti a vari e diversi livelli, anche molto umili, nel momento peggiore della pandemia hanno lavorato per assicurare i servizi essenziali.

I grandi elogi che la stampa ha rivolto nei mesi scorsi alla generosità degli insegnanti pronti a impegnarsi nella didattica a distanza andrebbero, secondo alcuni, poi, ridimensionati: più si approfondisce la questione, più si scopre che soltanto una parte minoritaria degli allievi ha infatti effettivamente fruito in modo regolare di tale intervento.

Nessuno chiede ai docenti di essere “eroi”, ma il fatto che già a priori – e cioè prima di sapere a quali precise condizioni si svolgeranno le lezioni – gli uffici scolastici siano stati ingolfati di certificati medici non depone a favore di quanti (purtroppo, come detto, tanti) ambirebbero a stare lontani dagli allievi. In secondo luogo chi lavora al servizio delle persone (e cioè stando in mezzo agli altri) deve mettere in conto che non ci sono rischi zero, compreso quello – più volte accaduto in condizioni normali – del contagio provocato dalla circolazione in classe di semplici influenze e malattie infettive per fortuna non paragonabili al Covid-19. Così come va scontata la necessità di una socializzazione della propria attività a livelli diversi e non sempre in condizioni ottimali come possono essere, ad esempio, i contatti con i genitori.

Sarà poi magari segno di una mentalità d’altri tempi, ma credo che agli insegnanti in quanto figure educative siano anche richiesti l’esemplarità dei comportamenti, coscienza civica, partecipazione etica solidale. Si può dire con una certa sicurezza che negli ultimi decenni è silenziosamente, ma sostanzialmente, emersa una nuova generazione di docenti meno fornita di queste qualità, affollata da un gran numero di insegnanti per caso, da ex precari che non sono mai riusciti a superare un concorso e da quanti – dietro lo scudo della “professionalità” – hanno rinunciato al ruolo di educatori e sono diventati impiegati statali attenti più ai loro diritti che ai loro doveri.

Questo giudizio, che sconta un’inevitabile approssimazione, può sembrare molto severo, ma i fatti di questi giorni non solo un bel segnale e la politica dovrebbe preoccuparsene. Si è definitivamente dissolta la figura unitaria, un po’ idealizzata ma anche autenticamente vera, dominante fino agli anni 60, del maestro e del professore, pagato poco ma compensato dal prestigio sociale di cui godeva, figura di riferimento per intere comunità (basta pensare al rispetto che circondava i maestri).

I partiti hanno assistito silenti alla decadenza della professione docente, impegnati ad accontentare a turno i gruppi di pressione e ad agevolare e semplificare i meccanismi di accesso alla professione, pago il ministero di contrattare con un sindacalismo che ha avuto la faccia tosta nel pieno del lockdown di mettere in discussione la didattica a distanza perché non prevista dal contratto.

Tutto in piena controtendenza rispetto alle raccomandazioni che giungono dai think tank che studiano il prossimo futuro dell’istruzione: incoraggiare i laureati migliori a scegliere la professione docente, predisporre piani permanenti di aggiornamento, riscattare il prestigio sociale alla professione, assicurare stabilità alle procedure di reclutamento, costruire comunità insegnanti. Ma i voti di 800mila docenti fanno gola a tutti, guai a chi s’arrischia a svegliare il can che dorme.

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