SCUOLA/ Il paradosso di una solitudine che “aiuta” prof e studenti

- Cinzia Billa

L’imprevisto di dover fare lezioni a distanza per l’emergenza coronavirus ha interrotto le vecchie abitudini e aiutato a vedere con occhi nuovi lezioni e compiti

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LaPresse

Lunedì 9 marzo, mi devo strappare dal flusso di file e messaggi che mi arrivano e che con cura ripongo nelle cartelle di materiali che sto dedicando a ciascuna delle mie sei classi. C’è la nuova ordinanza sulla scuola, in vigore da oggi: “Ogni iniziativa che favorisca il più possibile la continuità nell’azione didattica è, di per sé, utile. Si consiglia comunque di evitare, soprattutto nella scuola primaria, la mera trasmissione di compiti ed esercitazioni, quando non accompagnata da una qualche forma di azione didattica o anche semplicemente di contatto a distanza”. (Dpcm 8 marzo 2020)

Anche se insegno alle superiori, questo “contatto a distanza” manca, per noi insegnanti e per gli alunni. L’hanno detto tutti, non solo Bertagna e D’Avenia: la didattica non è assegnare compiti. Essa ha una natura relazionale. Anche tra noi insegnanti, con cui ci stiamo aiutando senza requie, senza orari, per cercare di fare il possibile. Tanto più adesso, che siamo dentro un fatto così nuovo e disarmante… e che pure abbiamo fatto fatica a riconoscere.

Mercoledì 4 marzo, alla fine di una giornata intensissima – la ripresa delle lezioni, per Palermo e provincia, era stata martedì 3 marzo –, con alcuni colleghi eravamo al lavoro per la messa a punto dell’organizzazione delle prove Invalsi in 22 classi quinte. La notizia (come si dice quando l’Ansa diffonde un decreto senza firma?) esplode: “da domani scuole chiuse fino al 15 marzo”. Mi era salito il nervoso, come si dice. Marisa, amica e collega, solleva lo sguardo dalle buste Invalsi e dice “forse non mi ero davvero resa conto della gravità della cosa”. Recupero la calma e mi rendo conto che anch’io non avevo capito che innanzitutto c’era la novità di un fatto, complesso, le cui dimensioni cangianti e conseguenze chiedevano e chiedono attenzione e obbedienza al dato.

Ed ecco che mi ritrovo nel giorno di giovedì 5 marzo, senza routine, ma si sente subito che non è vacanza. È una cosa mai vissuta prima: è l’inizio di un tempo stranamente “libero”, dove trova spazio la domanda “che ne faccio di questa giornata (senza routine)?”. Chiedo per chat agli amici insegnanti della mia città: “come state vivendo voi questa strana cosa?” e viene fuori tutto il desiderio di ognuno di esserci, per i propri studenti e alunni, di accompagnarli in un tempo che non sia perduto. Studio per ogni classe un passo da proporre, una comprensione del testo da svolgere con metodo indicato per punti, da consegnare entro lunedì. Presto particolare attenzione alla consegna: non li vedrò, quindi devo essere chiara. Ma arrivano lo stesso le domande di chiarimento, in privato: non posso dare nulla per scontato. Ma il bello è che anche i ragazzi sanno che non ci vedremo e, siccome non siamo in classe e non c’è nessuno dei compagni che ti giudica, in privato vengono fuori domande che forse non si sarebbe osato porre.

Chiamo Alfonso, un amico insegnante di Catania, che mi racconta di come anche lui desidera fare una proposta ai suoi alunni e ha comprato un dominio: “Ho aperto una classe virtuale e proverò a fare lezione online con i miei studenti. Se ti crei un account, mi dici che ne pensi?”. Resto molto colpita. Che bello! Anche io!

Grazie a una compagnia all’altezza di quella domanda di senso delle mie giornate, professionale in senso pieno, inizia a farsi strada, fuori dalla comfort-zone della routine, il pre-sentimento che il virus è un’occasione stra-ordinaria in cui poter imparare cose nuove dei e con i miei studenti, nella migliore delle condizioni che un educatore possa sperare, spesso persa di vista o data per scontata: libera io e liberi loro!

Venerdì 6 marzo sento un amico preside di Pescara e presidente nazionale di una associazione di insegnanti, mi propone di unirmi a un workshop con un gruppetto di un’altra città sulla didattica a distanza. Chiamo Alfonso: “Partecipi anche tu? Magari puoi dare un contributo per la tua esperienza della classe virtuale”. Usciamo da quell’incontro desiderosissimi di andare avanti.

Insegnare: il gusto di insegnare era quello di imparare con i miei alunni, ma me l’ero scordato. Lo sapevo, ma era scontato. L’esperienza ha un altro sapore: essere di nuovo “accesi” per la passione di coinvolgerli nella scoperta di cose nuove con strumenti nuovi… Mi dico che è vero, desidero tanto “incontrare” anche in webconference le mie classi, come dice il decreto di oggi.

Intanto torno alle mie cartelle sul pc: sono le nove di mattina di lunedì 9 marzo, avevo detto entro lunedì… qualcuno ha iniziato a consegnare già giovedì nel tardo pomeriggio. Un flusso di domande e messaggi. Una delle cartelle è piena. Avevamo dato per scontato che non avrebbero fatto niente. Ma qua un sacco di cose scontate stanno, nel bene e nel male, crollando. Inizio a correggere, come entrare nel quaderno di ognuno. L’avrei mai fatto in classe, con una quinta? No; e invece adesso mi prendo cura dei loro errori, uno alla volta. “Grazie, prof!” “Sarete la mia classe pilota, proviamo a collegarci, mi aiuterete ad aiutare le mie altre 5 classi”. Silenzio… segue il messaggio “La 5AS ha abbandonato”. Ma dopo poco: “scherziamo, prof! OK”. Oggi alle tre del pomeriggio c’erano. La mia connessione è penosa, ma loro c’erano. Domani si ricomincia, vediamo che succede.

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