SCUOLA/ Italiano alla maturità, la riforma che gli studenti “chiedono” a Bianchi

- Daniela Notarbartolo

Il no allo scritto di maturità chiesto da molti studenti con una petizione è un grido di dolore inascoltato. Perché oggi i ragazzi non sanno più scrivere in modo coerente e coeso

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(LaPresse)

La petizione firmata da un gran numero di studenti che chiede di svolgere l’esame finale di Stato senza prova scritta mi ha riempito di tristezza: non so se solo io colgo in quella petizione un grido di dolore inascoltato. Ecco il testo, per chi non lo conoscesse: “Noi studenti maturandi chiediamo l’eliminazione delle prove scritte all’esame di maturità 2022, poiché troviamo ingiusto e infruttuoso andare a sostenere un esame scritto in quanto pleonastico, i professori curricolari nei cinque anni trascorsi, hanno avuto modo di toccare con mano e saggiare le nostre capacità. L’ulteriore stress di un’esame scritto remerebbe contro un fruttuoso orale indispensabile come primo passo verso l’età adulta”.

A parte l’ingenuità di rendere pubblico un testo che non aveva avuto una revisione da parte di qualcuno che conoscesse l’ortografia e l’uso della punteggiatura (per farsi dire facilmente che la prova scritta è invece necessarissima), mi colpisce l’affermazione che i professori curricolari nei cinque anni trascorsi, (sic!) hanno avuto modo di toccare con mano e saggiare le nostre capacità.

La frase può essere interpretata in due sensi: o che, se i testi andavano bene durante l’anno, i professori lo hanno già verificato (e quindi l’esame sarebbe un doppione di giudizi già maturati); oppure che, se magagne ce ne erano durante l’anno, i professori le hanno già viste e hanno soprasseduto, mandando comunque avanti gli studenti (l’esame finirebbe per essere una pezza che nasconde un insuccesso mai colmato).

Perché interpreto questa frase come un grido di dolore?

Perché di fatto la seconda interpretazione mi pare la più probabile, almeno per l’esperienza che ho di correzione di compiti scritti di allievi diciannovenni, spesso carenti non tanto dal punto di vista ortografico o grammaticale, ma da quello testuale. D’altra parte, penso che se si fosse capaci di scrivere, dopo un curricolo progressivo, sistematico ed efficace, che avesse insegnato ai ragazzi di tutti gli ordini scolastici a stendere un testo magari non brillante ma decoroso (“Chi ha lavorato bene, o almeno decorosamente, non ha nulla da temere”: Luca Serianni nel suo intervento sull’argomento), perché sentire come un peso insostenibile la prova finale, tanto da impegnarsi con una petizione? È molto più probabile che vi sia la coscienza di una propria inadeguatezza, lealmente ammessa fra le righe, cui la scuola non ha saputo porre rimedio, che un esame finale o ipocritamente cela con voti non corrispondenti alla realtà, o sanziona in modo ingiusto visto che non ha saputo portare gli allievi a una competenza minima.

La posizione degli autori della petizione può essere giustificata in parte. I due anni scolastici passati in Dad probabilmente hanno tolto agli studenti quel percorso che normalmente porta ad una certa competenza di scrittura: minori occasioni di correzione comune in classe o di interventi personalizzati nel momento della restituzione del compito, e di fatto minore impatto dell’insegnamento in questo ambito così come in altri (come il rapporto Invalsi ha cercato di evidenziare, senza per questo svilire l’enorme sforzo degli insegnanti, grazie al quale il danno è stato comunque contenuto). Gli studenti che ora sono in quinta superiore hanno avuto certamente un curricolo non regolare, di cui il quinto anno in presenza rappresenta un terzo, per limitarci al triennio.

Tuttavia credo che la ricerca abbia più volte dimostrato che la scrittura è un problema aperto della scuola italiana, soprattutto per quanto riguarda la testualità e la capacità di scrivere testi coerenti e coesi, dotati di unità ideativa e di efficacia linguistica (posso citare non solo la ricerca congiunta di Accademia della Crusca e Invalsi svolta negli anni 2009-2012, ma anche recenti convegni sulla scrittura, per esempio quello di Asli scuola del 2017). L’offerta nelle nostre università di corsi di prima alfabetizzazione per la scrittura sotto forma di Obblighi formativi aggiuntivi ne è testimonianza evidente.

Le mie personali ricerche nel campo della didattica mi dicono che è vero che a scuola si fa molta pratica di tipi testuali (narrativo, descrittivo, argomentativo…), ma che non esiste un “quadro di riferimento” completo riguardo alle dimensioni dello scritto che è necessario presidiare a scuola. Non basta – come molti studenti credono – avere qualcosa da dire e dirlo senza strafalcioni, se non si sa come tenere sotto controllo la dimensione ideativa (la pertinenza degli argomenti a un’idea centrale ben chiara) e quella testuale (la sequenzialità logica, la progressione coerente del tema, la conclusività).

Serve, appunto, un curricolo progressivo, sistematico ed efficace, che porti lo studente ad impossessarsi degli strumenti specifici di una scrittura ordinata, fra i quali la capacità di usare la sintassi al servizio del pensiero. Non sono diffusi esercizi brevi di scrittura che possano essere fatti frequentemente e su singoli aspetti, come gli scritti a consegna vincolata, che impegnino costantemente gli studenti senza sfinire gli insegnanti che devono correggere. Né è diffusa la pratica della doppia correzione, che consente allo studente di dimostrare che ha capito le mende e che è in grado di autocorreggersi.

Per questo servono un “quadro di riferimento” preciso di quello che la scrittura comporta nelle sue diverse dimensioni, e servono pratiche ed esercizi mirati e efficaci, che cioè consentono effettivamente la crescita progressiva di questa competenza. Su questo ho lavorato personalmente in chiave didattica e penso che un aggiornamento delle pratiche con cui a scuola si insegna a scrivere sia urgente, e risponda al grido di dolore implicito nella richiesta di non essere valutati su un compito scritto che si sa di non saper fare.

Credo che un ministro lungimirante, che non sia solo preoccupato dell’hic et nunc, debba e possa porsi in quest’ottica propositiva, in modo da affrontare con misure adeguate la formazione in servizio degli insegnanti, con piani nazionali come quelli che furono proposti per diffondere la cultura della valutazione oppure le nuove Indicazioni per il peimo ciclo.

Gli insegnanti si trovano molto spesso abbandonati a loro stessi per quanto riguarda le pratiche didattiche, a fronte di molte energie spese in progetti trasversali che poco impattano sui profili in uscita degli studenti. Potrebbe essere l’occasione per offrire formazione sulla nuova modalità per lo scritto dell’esame di Stato, che è stata applicata solo nel 2019 e la cui logica innovativa non è ancora stata colta a pieno in questi due anni di Dad. Ci sono poi misure contingenti semplici ma di impatto, come il ripristino del doppio voto orale e scritto, che eviterebbe il rischio che di scrittura in certe scuole non si parli nemmeno più.

La scrittura invece è un valore per una società civile che non voglia tornare alla cultura orale: basta vedere quanti vengono respinti allo scritto del concorso di magistratura, non solo per errori eclatanti, ma anche per inadeguatezza nel ragionamento e nell’impostazione generale.

Insomma, davanti a una petizione si può essere proni o reagire con scandalo, oppure si può coglierla come una richiesta implicita a cui dare ascolto, per il bene degli studenti e di tutta la società, che ha sempre più bisogno di persone che sappiano pensare con ordine, come è assolutamente necessario per scrivere.

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