SCUOLA/ L’imperdibile occasione offerta dal Covid per fare due vere riforme

- Riccardo Prando

Abolizione dell’esame di maturità e del valore legale del titolo di studio. Il Covid-19 chiede a gran voce queste riforme

Materie liceo linguistico, seconda prova maturità 2019
LaPresse

0,2. Straordinario. I bocciati alla maturità 2020 risultano essere un migliaio più dell’anno passato. Appunto lo 0,2 per cento, capace di abbassare la percentuale complessiva dei promossi dal 99,7 al 99,5. Straordinario perché si tratta dell’unico dato ufficiale in controtendenza di un esame di Stato già passato alla storia: tutti gli altri hanno, infatti, il segno “più” davanti. Così, travolti dalla consueta pletora di promozioni a furor di popolo, questa volta resa ancor più straordinaria dalla spinta fuori ordinanza regalata dal coronavirus, è lecito chiedersi come avranno fatto a non superare la prova (la più semplice e scarna dal tempi del ministro Gentile) quel migliaio di poveri tapini incapaci di agguantare non solo le scialuppe di salvataggio, ma persino i salvagente lanciati loro a piene mani dalla ministra Azzolina.

C’è da credere che, per raggiunge un tale incredibile risultato, la stragrande maggioranza di loro non si sia nemmeno presentata al colloquio, magari per motivi serissimi, magari per la sopravvenuta consapevolezza di non saper nemmeno balbettare una parola.

Esiti diametralmente opposti sono arrivati, manco a dirlo, dai voti registrati sia in base al loro valore complessivo (quasi uno studente su due ha ottenuto almeno 80, equivalente a “ottimo”), sia suddiviso per Regioni (con la Puglia in testa e, in genere, tutto il Sud Italia capaci di aumentare le già elevatissime percentuali di diplomati con lode degli anni passati).

Tutto ciò non per ribadire quanto qui pubblicato da Silvana Palazzo nei giorni scorsi, ma come trampolino di lancio per ribadire un concetto non nuovo, ma fattosi più urgente: la maledetta pandemia da Covid–19 suggerisce a gran voce la necessità di voltare pagina anche in fatto di scuola. Di farlo in fretta e in maniera radicale. Lo avevamo accennato tempo fa e lo ribadiamo: se il 94 per cento degli studenti di quinta superiore accede all’esame e, di questi, il 99 virgola ottiene il diploma (per la metà con un voto più che accettabile); se numeri addirittura superiori si registrano alle medie inferiori (lasciamo perdere le elementari); se tutto questo evidenzia una gioventù italiana composta da menti eccelse, perché insistere nel sottoporle ad esami di cui è scontato l’esito?

Prove Invalsi, commissioni, presidenti, nomine ministeriali calate dall’alto da accettare obtorto collo, nomine da respingere producendo in fretta e furia le certificazioni “per giusta causa”, circolari ad hoc che iniziano ad invadere gli indirizzi mail dei dirigenti già a gennaio e l’insieme di documenti di cui è capace l’elefantiaca burocrazia scolastica andrebbero di colpo a farsi benedire. Sollevando tutti gli interessati, studenti, professori, presidi, personale amministrativo da un peso che di didattico o, peggio, educativo non ha proprio niente.

In un parola: prendiamo la palla (del coronavirus) al balzo per eliminare il valore legale del titolo di studio. Valido decenni or sono, quando in pochi si iscrivevano alle medie (leggi “avviamento professionale”) e, ancor meno, alle superiori e in numero ancora inferiore erano in grado di raggiungere il diploma (perché era una cosa seria, magari persino troppo). Il quale, per ciò stesso, aveva un valore straordinario che oggi non ha più. A nessuno sfugge, infatti, che diventare ragioniere o geometra o tecnico in qualsiasi ramo dell’umano sapere non rappresenta da tempo e di per sé un buon biglietto da visita con cui cercare un posto di lavoro. Appena un gradino sopra può forse dirsi per il sistema liceale, ma proprio solo un gradino.

Il famoso “pezzo di carta” oggi non vale più nulla. Viene in mente la nota citazione, un po’ cruda, ma efficace, attribuita a Ignazio Silone: “In casa, un pezzo di carta fa sempre comodo per la pulizia personale”. Quindi perché insistere con l’esame, ammantato oltre tutto da una prosopopea senza più ragion d’essere? Sostituiamolo con un semplice e veloce certificato di frequenza. Stabiliamo un numero minimo di ore di lezioni frequentate, pari per esempio ai due terzi, e chiudiamola lì. Chi ha davvero voglia e attitudine per un certo indirizzo di studi saprà far valere la propria maturità al riguardo, da spendere poi sul mercato del lavoro dove – anche qui da tempo – si accede solo dietro superamento di un colloquio, non certo presentando il semplice diploma. Non sarebbe più dignitoso per tutti.

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