SCUOLA/ Organico e nuovo anno: prendiamo gli “operai” e riempiamo le fabbriche

- Filomena Zamboli

Impossibile gestire l’organico dei docenti di cui la scuola avrà bisogno il prossimo anno. Un sistema farraginoso in mano a ministero e sindacati

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A scuola (LaPresse)

Se il tempo si contasse in lunghezza, potremmo dire che l’avvio dell’anno scolastico e i problemi di organico sono lunghi almeno 20 anni.

In questi mesi si sta consumando la battaglia annuale tra la politica, l’amministrazione scolastica e i sindacati per definire quali/quanti insegnanti, la nuova “manodopera” della fabbrica scolastica, saranno assunti per garantire l’ordinato avvio dell’anno scolastico, ormai alle porte.

I numeri si rincorrono sin dai mesi di marzo e aprile quando il ministero dell’Istruzione ha reso noti, con l’informativa alle organizzazioni sindacali, i contingenti di organico e pubblicato l’annuale nota operativa che, salvo le innovazioni dettate dalle disposizioni di legge, riprende il testo dello scorso anno. Cioè è stato confermato, per ragioni legate alla crisi pandemica, l’organico di diritto del 2020/2021, nonostante la flessione registrata nelle iscrizioni complessive degli alunni, l’Italia è un Paese “senza incremento demografico”, anzi.

Gli adeguamenti legati a disposizioni di legge prevedono un incremento di 5.000 posti di sostegno per tutti gli ordini di scuola (art. 1 co. 960 legge 178/2020) e un incremento di 1.000 posti di organico di potenziamento per la scuola dell’infanzia (art. 1 co. 968 legge 178/2020). In conseguenza alla riforma degli istituti professionali vi è una riduzione di 650 posti (486 docenti Itp e 164 docenti laureati, secondo quanto previsto dal DLgs 61/2017). Continuando la disamina numerica, la dotazione organica complessiva dei posti di sostegno diventa di 106.179 (di cui 6.446 di potenziamento), mentre il contingente del potenziamento di posto-comune sale a 50.202 posti.

La notizia fra le più attese di ogni estate, nel mondo scolastico, è del 17 luglio: l’autorizzazione da parte del Mef di 112.473 posti per le immissioni in ruolo del personale docente per l’anno scolastico 2021/2022. Si tratta di una splendida notizia, uno dei numeri più alti degli ultimi anni, se non fosse – tuonano i sindacati – che probabilmente si potrà assumere non oltre il 45/50 per cento di personale sul contingente autorizzato. Vero. Ma c’è anche un’altra verità che occorre dire. Le organizzazioni sindacali hanno, con le dovute flessioni di categoria, rappresentato che il meccanismo previsto, da lunghi anni, per le immissioni in ruolo, non potrà garantire la totale copertura dei posti. Ecco, appunto: il meccanismo. Non è questo il contesto nel quale addentrarsi a illustrare tecnicamente come saranno utilizzate le graduatorie esistenti delle Gae (graduatorie a esaurimento), delle Gm (graduatorie di merito) 2016, e Gmr (graduatorie di merito riservate) 2018, le graduatorie del concorso straordinario 2020 che comprendono anche gli idonei e le Gps (graduatorie provinciali per supplenze). E, da ultimo, le graduatorie del concorso Stem, a termine delle procedure concorsuali. Già il numero elevato degli acronimi che riguardano le procedure danno conto di quanto sia articolato e complesso il meccanismo che determina le immissioni in ruolo.

Un accavallarsi articolato di tecnicismi (necessari) di cui il ministero è ben consapevole e che richiede tempi propri in quanto tecnici. In tale spirale si inserisce la politica, con tutte le sue buone intenzioni, di garantire al Paese e alla scuola, alle famiglie e agli studenti, i nuovi insegnanti. In continuità, stabili, pronti ad assumersi le responsabilità educative e far fronte agli adempimenti in una dimensione non precaria. È una parola!

Facciamo un esempio per tutti: nel mentre gli uffici ministeriali e le scuole ottemperano alle procedure tra organico di diritto e organico di fatto, impresa non banale, e finalmente portano a sintesi la definitività delle Gps, si sono dovuti occupare di sostenere una procedura concorsuale. Impresa affatto facile. Testa le aule informatiche presso le scuole (che stanno concludendo operazioni finali di un anno scolastico e attuando il piano estate), organizza i calendari, fai la formazione ai comitati di vigilanza, consegna il materiale, eroga le prove, organizza le commissioni… Di chi è la colpa di questo meccanismo infernale e faticoso e delicato, di cui la politica, sovente, non ha nessuna percezione?

Anche le operazioni delle nomine non sono una passeggiata. O forse sì: una bella “ferrata” sulle Dolomiti. Certo una soluzione (semplicistica) ci sarebbe, immettiamo in ruolo tutti quelli che abbiamo a disposizione, vincitori e idonei di qualunque procedura che ha prodotto una graduatoria, prendiamo gli operai e riempiamo le fabbriche. Se non fosse che un piano serio di formazione per la scuola, lo abbiamo visto nell’affrontare la pandemia e la didattica a distanza, non si fa da 20 anni. Forse qualche seria riflessione e conseguente decisione diventa urgente. E non è un problema solo del ministero dell’Istruzione e delle scuole, luoghi di vita, persone e cultura. È un problema del Paese.

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