SCUOLA/ Recovery Plan, 4 note di metodo per evitare gli errori dei fondi europei

- Dario Odifreddi

Alcune osservazioni e consigli utili per il nuovo Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) nella parte che riguarda il sistema educativo. Le istanze di “Forma”

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Il ministro dell'Istruzione Patrizio Bianchi (a s.) co ministro Vittorio Colao (LaPresse)

Stiamo entrando nei giorni cruciali per le scelte sul Piano nazionale di ripesa e resilienza (Pnrr) relative al sistema educativo. Da ogni parte si sente sostenere la tesi che senza un sistema educativo all’altezza delle sfide del prossimo futuro non ci sarà possibilità di uscire dalla crisi e di collocarsi con successo nelle nuove traiettorie che emergeranno dalla transizione tecnologica, ecologica, etc.

I Paesi in cui i sistemi educativi funzionano meglio sono quelli in cui esistono due canali distinti (seppur tra loro sussistano molti collegamenti e interdipendenze), quello dell’istruzione e quello della formazione professionale.

Mi soffermerò su quello della formazione professionale e in particolare sul segmento maggiormente collegato ai giovani, dando per scontata la conoscenza dei problemi di fondo ormai ampiamente noti (disoccupazione giovanile, Neet, transizione scuola lavoro, mismatch domanda offerta, dispersione, bassi livelli di titoli di studio, etc.) evitando di snocciolare dati e statistiche.

Il punto di partenza è la profonda convinzione che sia oggi imprescindibile il rafforzamento di una infrastruttura formativa nel paese.

Per farlo occorrono risorse economiche, ma questo non basta. Occorre che le proposte siano cantierabili, cioè è necessario che si definiscano gli strumenti da utilizzare, i tempi di realizzazione, i ruoli dei diversi attori coinvolti e infine deve essere prevista la possibilità di una reale misurabilità degli esiti.

Si tratta quindi di porre attenzione ad alcune questioni di metodo non affrontando le quali si rischia di sprecare gli investimenti previsti, come tante volte è già accaduto con il cattivo utilizzo delle risorse comunitarie assegnate al nostro Paese.

La prima questione di metodo riguarda il dibattito pubblico, troppo spesso e a tutti i livelli si parla di formazione professionale senza avere alcuna conoscenza di quello che già esiste. Si genera così un grave errore perché anziché riflettere a partire dall’esperienza si costruiscono piani astratti impedendo quel circolo virtuoso per cui gli elementi di successo di modelli esistenti diventano il pilastro di nuove policies rendendole replicabili.

La seconda questione, conseguenza inevitabile della prima, è che raramente quando si fa una legge o una riforma ci si preoccupa delle sue fasi esecutive e di come queste possano influenzare i risultati e i tempi di attuazione. Per esempio, quando parliamo di Pnrr non dobbiamo dimenticare che gli impegni di spesa vanno assunti entro il 2023 e la spesa deve essere effettuata entro il 2025, e questo incide profondamente sugli elementi della programmazione, suggerendo ad esempio scale crescenti o decrescenti nell’utilizzo delle risorse economiche.

La terza questione è che non c’è un collegamento adeguato tra i soggetti competenti e tra gli strumenti. Sulle politiche formative e, più in generale, sulle politiche attive resta ancora troppo farraginoso il rapporto tra stato e regioni (e spesso tra ministeri) anche per una non chiarezza sulle competenze spettanti a ciascuno. Per quanto concerne gli strumenti poi si deve fare una programmazione che tenga conto delle diverse fonti di provenienza delle risorse disponibili (agenda 21-27, Pnrr, Garanzia Giovani, risorse statali e regionali, etc.): quest’ultimo aspetto è decisivo per esempio per rendere gli interventi del Pnrr non una droga spot, ma l’avvio di un processo al termine delle quale risultino consolidati sistemi di offerta formativa adeguati alla domanda.

La quarta questione è lo scarso valore attribuito al “merito” con distribuzioni a pioggia di risorse che finanziano processi e non risultati. La conseguenza è quella di dar vita ad apparati elefantiaci in cui i soggetti e le professionalità migliori si demoralizzano, mentre al contempo esperienze negative continuano a perpetrare se stesse incuranti di rispondere ai bisogni reali dei giovani.  Per attribuire valore al merito occorre però aver chiari gli obiettivi; lotta alla dispersione, innalzamento del livello medio degli studi, occupabilità e occupazione sono tutte sfide centrali, ma ognuna di loro ha sistemi di misurazione diversi. Se combatti la dispersione il risultato è non perdere nessuno e portarlo al conseguimento di una qualifica o di un diploma professionale, ma se l’obiettivo è l’occupazione la misurazione non è quante ore di formazione si erogano, ma quanto contratti si attivano. Premiare il merito è da un lato una scelta politica, ma dall’altro non resta pura intenzione solo se struttureremo sistemi di valutazione chiari e trasparenti. Un buon sistema di valutazione permette di apportare i necessari correttivi e di valorizzare le buone prassi identificando gli elementi chiave per la loro diffusione e trasferibilità.

Su questi temi abbiamo riflettuto e lavorato intensamente in questi mesi con Forma (la più grande associazione di enti di formazione in Italia, firmataria del contratto collettivo nazionale) e abbiamo elaborato proposte molto dettagliate sul rafforzamento della I&FP (Istruzione e formazione professionale) che laddove esiste da anni riduce la dispersione scolastica e accompagna migliaia di giovani al lavoro, sugli Its (sistema di formazione terziaria non accademica) ormai riconosciuti come i migliori luoghi di formazione per molte delle nuove professionalità che servono alle imprese, sul consolidamento del sistema duale e sullo sviluppo dell’apprendistato di primo e di terzo livello, su azioni specifiche legate al recupero dei Neet attraverso percorsi che gli permettano di raggiungere un titolo di studio e di essere avviati al lavoro, stiamo riflettendo a fondo su come dare contenuto a parole come up skilling e reskilling.

Sappiamo bene che noi che rappresentiamo un segmento rilevante dell’offerta formativa del nostro paese siamo i primi a dover accettare la sfida del cambiamento e che non sarà una battaglia sempre facile, ma abbiamo lo sprone di centinaia di migliaia di occhi, che sono quelli dei nostri giovani che ci guardano (in presenza o in Dad) chiedendoci di accompagnarli.

Perché l’educazione è, e sempre sarà, un rapporto ed è dentro la carne di quel rapporto che si gioca la sfida di accompagnare le nuove generazioni, ed è rispondendo ai bisogni che si vedono emergere che si affinano modelli efficaci.

Per la redazione della parte del Pnrr che riguarda i sistemi educativi partiamo dunque dall’esperienza, senza al contempo avere alcuna preclusione al cambiamento; evitiamo invece di sognare sistemi astratti che poi non funzionano (Navigator docet).

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