SCUOLA/ Rinnovo contratto docenti, la svolta (possibile) che i sindacati non vogliono

- Fabrizio Foschi

Confronto in corso tra governo e sindacati per il rinnovo del contratto dei docenti 2019-2021. Sulla formazione potrebbe giocarsi una partita decisiva

pacifico
(LaPresse)

Nel momento in cui scriviamo, non sappiamo quale sarà l’esito del confronto tra Aran e sindacati scuola sul rinnovo del contratto degli insegnanti relativo al triennio 2019-2021. I sindacati si sono stracciate le vesti davanti alla firma definitiva dell’atto di indirizzo firmato dal ministro Brunetta e propedeutico ai primi round della discussione.

La conferma dello sciopero proclamato per il 30 maggio segna una partenza molto difficile della trattativa. I motivi dello scontro governo-sindacati sembrano rispecchiare gli schemi già visti in tante altre occasioni. In primo piano sono accampate questioni economiche (pochi soldi a disposizione per gli aumenti) e procedurali (quali materie debbano fare parte della contrattazione e quali no). Da questo punto di vista non c’è molto da aggiungere: i soldi sono pochi perché o non ci sono, o non sono distribuiti a pioggia come piacerebbe ai sindacati.

E tuttavia ci pare di intravedere un’altra luce all’orizzonte, una piccola fiammella che brucia sulla pelle di chi ha difeso da sempre la funzione docente come professione impiegatizia e perciò da remunerare contrattualmente. L’attuale trattativa sul rinnovo contrattuale, che probabilmente si protrarrà per mesi, sembra infatti doversi sviluppare non tanto sotto l’ombrello dell’atto di indirizzo governativo, quanto piuttosto sotto quello del decreto 36 del 30 aprile 2022 (Ulteriori misure per l’attuazione del Pnrr) che introduce la formazione obbligatoria dei docenti in servizio.

Il decreto prevede, di conseguenza, l’istituzione di una Scuola di alta formazione dell’istruzione, finalizzata alla promozione e coordinamento della formazione in servizio dei docenti. Il medesimo decreto all’articolo 16-ter recita testualmente: “Nell’ambito dell’attuazione del Pnrr, in ordine alla formazione obbligatoria è introdotto un sistema di formazione e aggiornamento permanente dei docenti di ruolo articolato in percorsi di durata triennale”. Viene poi specificato dalla medesima legge, tra l’altro, che i percorsi di formazione sono definiti dalla Scuola di alta formazione con il supporto dell’Invalsi e dell’Indire anche attraverso le istituzioni accreditate a erogare la formazione continua. Eccetera eccetera.

E torniamo all’atto di indirizzo indigesto ai sindacati. Nel documento la formazione obbligatoria dei docenti è rilanciata nell’ambito (attenzione) di una revisione dei “sistemi di classificazione professionale”. Di queste figure professionali fanno parte le “vecchie” funzioni strumentali a sostegno del piano dell’offerta formativa (coordinatori di classe, di dipartimento, tutor di vario genere eccetera), ma anche “nuove” professionalità necessarie “per lo svolgimento delle attività di ricerca, formazione e trasferimento, in un contesto sempre meno ingessato, più dinamico e internazionale”.

Proviamo a tradurre, mossi dalla sensazione (speriamo non dall’illusione) che siamo forse di fronte a una svolta per la scuola. Il Miur si è reso conto, durante le fasi drammatiche della pandemia, che nella scuola attiva si sono evidenziate professionalità docenti (nel prendersi cura dei ragazzi, nella creazione di cultura digitale, nell’insegnamento in presenza più approfondito) che devono/possono essere premiate tramite percorsi distinti. Miur e governo intendono perciò utilizzare il Pnrr e la formazione obbligatoria come grimaldello per scardinare il profilo impiegatizio del docente difeso dai sindacati. La formazione obbligatoria, che sarà erogata con il contributo degli enti accreditati (dunque obbligatoria nella forma, ma pluralistica nella sostanza), è per legge (e non per contratto) il livello al quale, in primo luogo, si pone il confronto con i sindacati.

Se il governo intende davvero puntare su docenti professionisti che nella scuola decidono di spendersi come educatori, sottoponendosi a valutazione e formazione, dovrà prevedere anche livelli stipendiali diversi da quelli attuali.

Se il sindacato anziché combattere la (solita) battaglia della contrattazione, nella quale la può fare da padrone, intende collaborare ad aprire un nuovo corso non ha che da arrendersi all’evidenza. Non sarebbe una resa indecorosa, semplicemente la fine di un sistema corporativo.

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