SCUOLA/ San “Black Saturday” e settimana corta, perché così fan tutti?

- Gianluca Zappa

È arrivato e si è imposto, non si sa perché. Però tutti si adeguano. È il nuovo articolo di una religione civile. L’apprendimento è la sua prima vittima? Non importa. È il “Black Saturday”

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LaPresse

Il mondo, negli ultimi anni, ha avuto il suo Black Friday, la più grande rivoluzione in fatto di saldi, nata ancora non si sa come, ma diffusasi all’improvviso, con una rapidità straordinaria. La scuola italiana vive invece la sua rivoluzione silenziosa, di cui nessuno parla, ma che, di fatto la sta cambiando: il suo Black Saturday. E anche in questo caso non se ne conosce bene il perché, ma la si vede diffondersi ovunque.

Black Saturday. Non è il “sabato fascista”, no, quello era un sabato “occupato” da attività imposte dal regime per educare i propri “uomini nuovi”. Le aule si chiudevano, ma le palestre si aprivano, le strutture pubbliche funzionavano per accogliere la Gioventù del Littorio e addestrarla. Oggi invece le scuole si chiudono, la settimana diventa “corta”, si leva allegro l’Inno al Weekend cantato dai Coldplay o più semplicemente si dorme per smaltire le fatiche di cinque giorni di scuola o quelle di una notte in più di sbornie e canne.

La rivoluzione investe ogni scuola di ordine e grado: la primaria, la secondaria di primo grado, gli istituti superiori. Il sabato diventa un giorno in cui si sta casa. Il pargoletto o il ragazzetto o l’adolescente tornano sulle spalle dei genitori (che magari invece lavorano e non sanno a chi lasciarli). Strane contraddizioni della scuola italiana: qualche anno fa ci si pasceva di discorsi alti, quali “teniamo aperte le scuole il più possibile” per accogliere i giovani. Oggi le chiudiamo e mandiamo i giovani a casa. Il messaggio è che “bisogna riposarsi”, perché in fondo la scuola è una fatica e una specie di condanna.

Tutti contenti: i dirigenti, che chiudono i battenti degli istituti e se ne stanno finalmente tranquilli, senza troppi patemi d’animo, almeno un giorno in più; i docenti e il personale Ata, che hanno tutti indifferentemente il sospirato e conteso “sabato libero”; i colleghi addetti alla formulazione dell’orario scolastico, che con tutte quelle varie richieste-pretese di giorno libero, spesso non riescono nemmeno a chiudere il cerchio; gli studenti, per i motivi detti sopra; lo Stato, che risparmia su luce, acqua e gas; i gestori dei locali di svago, l’industria del turismo… I consigli d’istituto votano e, anche se spesso non con una maggioranza significativa (addirittura a volte contro il parere del collegio docenti), si adeguano all’andazzo generale e impongono il nuovo stato di cose.

Certo, non è che l’Inno al Weekend sia un coro unanime. Ci sono genitori che protestano, docenti che non approvano la compressione dell’orario in cinque giorni e pongono questioni di didattica, studenti disperati (non ci si crederà, ma esistono davvero) che, specie al triennio delle superiori, non capiscono e avversano questa rivoluzione che rivoluziona la loro vita; studenti pendolari che impiegano un’ora a tornare a casa e che si devono adeguare… Non è un coro unanime, ma prevale il “così fan tutti”. Non ci sono santi, si “deve” far così. Com’è possibile che una scuola si tiri fuori dal gioco? Si può rischiare di perdere clienti sul mercato dell’offerta formativa? No che non si può! E allora Black Saturday per tutti! Si “stacca” dal pomeriggio del venerdì, non ci si pensa più fino al lunedì successivo. Al Sabato del villaggio si sostituisce il Venerdì del villaggio. Del villaggio globale.

Del problema della didattica importa solo a poche voci fuori dal coro. Troppo poche e troppo scomode per essere prese in seria considerazione. Ma è un fatto che l’Inno al Weekend costringe i giovani a stare sui banchi, quando va bene, almeno sei ore al giorno. Poi, dipende dalle scuole, ci sono anche i rientri, perché il monte ore è quello e va rispettato. A meno che non si ricorra a mezzucci tutti italiani, come ore da 50 o 55 minuti, minuti persi che poi in qualche modo saranno “recuperati”. Ad esempio autocostringendosi ad iniziare la scuola una settimana prima (sottraendola alle vacanze estive) e a pieno regime, pur di recuperare il recuperabile. Oppure addirittura si viene a scuola almeno un sabato al mese, per far tornare i conti. Dipende dalla creatività dei singoli istituti e del loro personale. Ma il Black Saturday non si tocca. Anche se fa danni, soprattutto nel triennio delle superiori.

Mentre dal 2010 con la riforma Gelmini il monte ore è cresciuto (ad esempio il liceo classico è passato al triennio da un massimo di 29 ore settimanali – solamente all’ultimo anno – a 31 costanti), mentre si studiano e si varano indirizzi sperimentali (vedasi l’Esabac al liceo linguistico) che comportano delle ore in più, mentre si abbattono sullo studente della scuola superiore altre 90 ore di Pcto (in pratica altro tempo in più imposto dalla scuola), contemporaneamente si assiste ad una compressione in soli cinque giorni. Le due cose confliggono, dovrebbe essere un’evidenza razionale. Se l’apprendimento lento, la riflessione, la possibilità di prendersi delle pause sono un valore, tutto viene sacrificato ad altri pseudo-valori che non sono ben chiari.

Lo studente perplesso si chiede: “Cosa me ne faccio di quelle ore di sonno del sabato mattina, se ogni pomeriggio mi si toglie un’ora di riposo o di svago o un’ora che posso dedicare alle attività che sento più mie?”. Lo spazio per la libertà individuale si riduce. Tutto viene invaso per cinque giorni dalla scuola, che si prende un’ora del pomeriggio (quando va bene) e poi pretende che ci si prepari per le sei ore del giorno successivo. Poi arriva il Weekend e si “stacca”.

È ovvio che in un tale cambiamento ne andrà di mezzo la didattica, ma quello è in fondo l’ultimo problema. I docenti continueranno come al solito. Il problema è degli studenti. Oppure ci si abituerà presto a ridurre le richieste, i contenuti, ad abbassare il livello, perché gli studenti non ce la possono fare.

Ora, rispetto a questa nuova impostazione ognuno la vedrà come preferisce. C’è chi vedrà il bicchiere mezzo pieno, chi lo vedrà mezzo vuoto o vuotissimo. Resta però un fatto: che di rivoluzione si tratta, messa in atto senza ripensare il curriculum, senza aprire un serio confronto sulla didattica, così, allegramente improvvisando, ognuno come gli va, all’italiana, adeguandosi ad un modello che italiano non è.

Black Saturday. A Hymn for the Weekend!

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