SCUOLA/ Senza poesia fa male ai giovani

- Corrado Bagnoli

La poesia è in grado di far vedere e conoscere nel profondo quello di cui tutti parlano senza averne coscienza. Per questo la scuola non può rinunciarvi

eugenio_montale_poesia_web
Eugenio Montale (1896-1981) (Foto dal web)

Sono ancora tempi di open day nelle scuole italiane: avevo già avuto occasione di parlarne con Giuseppe, il mio vecchio collega con un piede nella scuola e l’altro in pensione che però non si decide mai ad andarsene. E ricordavo che non aveva dimostrato un grande amore per questa nuova consuetudine, per questi spiccioli di marketing che le scuole gestiscono nell’affannosa ricerca di iscrizioni e consensi.

Ma forse mi sbagliavo. L’altro giorno infatti mi ha raccontato che lui stesso sta preparando con i suoi alunni di terza media una delle tante proposte da fare ai bambini delle quinte che andranno all’open day. Mica fumo, dice lui, mentre racconta di cosa si tratta. Solo arrosto, tanto arrosto. Insomma cose vere, una lezione che lui fa con i suoi ragazzi e che i ragazzi adesso presenteranno ai più piccoli.

Io riesco a capire il profumo e un po’ anche il gusto dell’arrosto: Giuseppe è entrato in classe e ha distribuito il testo di Maestrale di Eugenio Montale. Niente storia della letteratura, ancora, ma in testa l’idea che quelle parole stanno a pennello per chi deve scegliere la scuola superiore, che gli possono insegnare a pensare. Perché per Giuseppe la poesia è pensiero e dice di averlo imparato anche da Montale. Così gira la storia ai suoi ragazzi. Che in più avrebbero l’esperienza finalmente chiara che la poesia non ha a che vedere solo con l’espressione del sentimento del poeta, che la poesia ha a che fare con le cose e il senso delle cose.

Insomma, facendo quello che Montale fa nella poesia, scrive tutta la regia della sua lezione: entra, distribuisce il testo, fa parlare il testo. Poi chiede ai suoi giovanotti e alle sue signorine di prendere quella specie di telecamera e portarsela all’occhio. Quale? Non c’è, fingi di avercela: chiudi un occhio e tieni l’altro ben aperto, e con le mani fingi un obiettivo. Guarda da questa parte: parlotta la maretta tra gli scogli. Senti le sue parole? Vedi il mare che si è quietato? Bene, ora punta l’obiettivo da quest’altra parte: la vedi la palma che svetta? E di nuovo gira la tua telecamera verso il vasto mare che lameggia nella chiarìa (che luccica come luccica una lama sotto il sole, capisci?). Lo vedi questo lameggiare?

E adesso, in questo mare calmo, io mi ci specchio: guarda nell’acqua, non vedi anche tu il mio tronco, la mia vita inquieta che si riflette nel mare ora calmo? Ma poi: continua, non fermarti, punta il tuo obiettivo laggiù in fondo: li vedi quegli uccelli che volano all’orizzonte, che si fermano un attimo e poi risalgono, volano via, perché le cose portano tutte scritte “più in là”? Insomma Davide, lo vedi che le cose sono sempre segno d’altro? Lo vedi che la poesia mi dà un incremento gnoseologico?

Giuseppe si è un po’ lasciato andare, ma torna subito in sé: lo vedi Davide, lo vedi Alessia, che noi stiamo davanti a una cosa nuova? E noi conosciamo solo se c’è una cosa nuova. Così aumenta la nostra conoscenza. La poesia, allora, ha qualcosa in meno della scienza? Ma va’! E poi: lo vedi che la poesia ti fa guardare, ti fa vedere? La poesia è uno sguardo e poi diventa una parola. Il poeta è un regista, mica un’altra cosa.

Me lo immagino Giuseppe in piedi tra i banchi, con il suo finto binocolo in mano che scruta oltre la finestra. Che esperienza è quella della poesia, così? Voleva far passare l’idea che per scegliere bisogna pensare, che per pensare bisogna pesare, cioè bisogna capire il senso che si nasconde oltre le cose. Ma intanto ha capito che è passata anche tutta l’identità della poesia, neanche con cento lezioni su poetiche ed estetiche sarebbe venuta fuori così. Hanno sempre ragione i poeti. Gli viene l’idea di farla vivere anche ad altri questa esperienza.

Ma non lo farà lui. Chiede a Davide e a Lisa, e a tutti gli altri di preparare la scena: un gruppo disegnerà le strofe, quello che il poeta ha visto e ci fa vedere, 5 cartelloni formato maxi da appendere sui lati dell’aula; un altro gruppo costruirà le telecamere; un altro preparerà il racconto del maestrale; altri troveranno le parole, la musica del mare su internet: ci saranno, no?

Continuano a dire che è una risorsa, lo dimostri. Ai bambini più piccoli non lasceranno solo l’immaginazione, metteranno lì tutta la scenografia. I ragazzi più grandi sono partiti, hanno detto sì, faranno loro l’esperienza di mostrare l’esperienza del maestrale. Saranno pittori e registi come Montale.

Giuseppe mi dice che gli manca di scrivere quelle sciocchezze che si scrivono di solito sui progetti e le programmazioni: tabulati inutili in cui si tracciano obiettivi, traguardi, competenze chiave ecc. ecc. Mi chiede se gli voglio dare una mano su questo, che sono più giovane e ho più dimestichezza. Ma dai, Giuseppe, che ho quasi la tua età. Non scrivo proprio un bel niente. Invece vengo a vedere quello che fanno i tuoi alunni all’open day, mi nascondo tra i genitori e i nonni che accompagnano i piccoli delle elementari, si può? Così vedo anch’io quello che vedono loro, quello che ha dipinto Montale e ascolto il rumore del mare. Così vedo all’opera tutte le competenze del mondo e poi copio. Perché i poeti hanno sempre ragione.

Non sai quanto, mi dice Giuseppe. E mi confida che mi racconterà un’altra storia di limoni e di pioggia del poeta regista Montale. Forse me l’ha già raccontata, vediamo. Se è nuova, magari poi la racconto anche qui.

© RIPRODUZIONE RISERVATA