SCUOLA/ “Socializzare” aiuta la crisi, essere amici cambia la vita

- Raffaela Paggi

“Socializzare” sembra essere diventato l’unico scopo della scuola. In realtà i giovani cercano una compagnia non fine a se stessa, ma con uno scopo

maestra pestata madre alunno
Scuola (LaPresse)

“Vogliamo stare via a dormire”, protestano gli studenti di fronte alla proposta di un’uscita didattica in giornata. “Perché?” chiede la professoressa. “Per socializzare”, rispondono. La richiesta è la medesima da parte dei genitori: “I ragazzi devono socializzare, non importa la meta o il contenuto dell’uscita”. Durante l’uscita, che si svolge, come programmato, in giornata, si ha modo di osservare gli studenti nei tempi destrutturati: ciascuno si intrattiene con il suo cellulare, oppure si unisce alla massa intonando cori da stadio. Finché un docente non si unisce a un gruppetto di ragazzi e insieme giocano, con gusto, a pallone.

La dinamica invita a riflettere su una parola che ormai è entrata nel vocabolario della scuola come medicina prescritta per qualsiasi segno di disagio: “socializzazione”. Vi sono infatti parole che, a forza di essere usate, passando di ambito in ambito, perdono il loro significato originale, l’istanza da cui sono nate, e vanno a coprire un’area semantica non ben definita, tranquillizzando chi le pronuncia ed esautorandolo dal dovere di conoscere pienamente la realtà o il concetto che intende nominare. Socializzare è davvero il fine della scuola, la soluzione al malessere crescente della nostra gioventù?

Purificando il termine da quei tratti di massificazione che ha assunto nel primo Novecento in cui “socializzare” era usato con il significato di “trasferire i mezzi di produzione allo Stato”, o negli anni 70 in cui “socializzazione” è venuta a indicare il “processo tramite il quale l’uomo diventa membro di una società”, si può andare direttamente all’origine latina della parola e trovare la radice socius: “compagno, alleato”. Diventare compagni, dunque, è la richiesta che emerge nella protesta dei ragazzi delusi da un’uscita che si risolve in giornata. Ma cosa significa essere compagni, o addirittura amici?

A tale proposito sono illuminanti le parole di C.S. Lewis nel saggio I quattro amori, Affetto, amicizia, eros, carità (Jaca Book, 2021): “Per gli antichi, l’amicizia era il più felice e il più completo degli affetti umani, coronamento della vita, e scuola di virtù. Il mondo moderno, in confronto, l’ignora. […]. L’amicizia è – ma non in senso peggiorativo – il meno naturale degli affetti, il meno istintivo, organico, biologico, gregario e indispensabile. […] Essa, da un punto di vista biologico, non è affatto indispensabile per la specie. Il branco, il gregge, la comunità, possono persino nutrire, nei suoi riguardi, avversione e sfiducia, e ancor più facilmente i suoi capi: presidi, superiori di comunità religiose, colonnelli e capitani di vascello, possono disapprovare il formarsi di autentiche e profonde amicizie che dividono i loro sottoposti in piccoli gruppi. […] L’amicizia nasce dal semplice cameratismo quando due o più compagni scoprono di avere un’idea, un interesse o anche soltanto un gusto, che gli altri non condividono e che, fino a quel momento, ciascuno di loro considerava un suo esclusivo tesoro (o fardello). La frase con cui di solito comincia un’amicizia è qualcosa di questo genere: ‘Come? Anche tu? Credevo di essere l’unico…’”.

Non vi è nulla di istintivo nell’amicizia: essa nasce da un giudizio: “Come? Anche tu? Credevo di essere l’unico”, sorge nel riconoscimento di un interesse comune, vero scopo dello stare insieme.

“‘Mi vuoi bene?’ – continua Lewis – significa: ‘Vedi la stessa verità?’ o, per lo meno, hai a cuore la stessa verità? Chi concorda con noi sul fatto che una certa questione, dagli altri considerata secondaria, è invece della massima importanza, potrà essere nostro amico. Non è necessario, invece, che egli sia d’accordo sulla risposta da dare al problema”.

Il fine della scuola è conoscere la verità: a questo serve l’amicizia che può nascere tra studenti, quando si sorprendono ad avere la stessa sensibilità, la stessa angolatura di sguardo su di essa: “Per questo – dice ancora Lewis – ci figuriamo gli innamorati faccia a faccia, ma gli amici fianco a fianco; i loro occhi sono rivolti in avanti. […] Ecco perché quei patetici personaggi sempre ‘a caccia di amici’ non riescono mai a trovarne. Si può arrivare ad avere degli amici soltanto a patto che si desideri qualcos’altro, oltre agli amici. Se la risposta sincera alla domanda: ‘Vedi la stessa verità?’ fosse: ‘Non vedo niente e non mi interessa niente; voglio soltanto un amico’, allora non potrà nascere alcuna amicizia – anche se potrà nascere affetto. Non ci sarebbe niente per cui essere amici, e l’amicizia deve avere un oggetto, fosse anche solo una passione per il domino o per i topolini bianchi. Chi non possiede nulla non può dividere nulla; chi non sta andando da nessuna parte non può avere compagni di viaggio”.

L’amicizia (da preferirsi di gran lunga alla socializzazione) è dunque un mezzo indispensabile per sostenere la libertà del singolo nella ricerca della verità: “Credevo di essere solo in questo, invece…”. Ma difficilmente si genera tra i ragazzi se un adulto non si coinvolge con loro, condividendo la stessa passione per la verità, trovando e proponendo strade che valorizzino gli interessi di ciascuno, intercettando le diverse sensibilità dei giovani, perché ognuno ha una sua particolare visione della realtà, è mosso da alcuni aspetti e non da altri, e di fronte a una proposta può scoprire chi tra i suoi compagni può essergli veramente amico nella ricerca dell’unica cosa che davvero può medicare le ferite del vivere: un significato per cui valga la pena affrontare giorno per giorno la realtà.

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