SCUOLA/ Sufficienza gratis per tutti, perché una classe (di svogliati) non ci sta?

- Nicola Campagnoli

Studenti indisciplinati e svogliati o violenti. La crisi della scuola comincia in classe. C'è una soluzione? Forse sì. Lo dice questa storia

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Da qualche anno è così. In particolare dopo il lockdown. Ma quest’anno il fenomeno è scoppiato in modo deflagrante e senza paragoni con altri periodi. Mi riferisco alle situazioni limite che si vivono nelle aule delle nostre scuole: casi di aggressività, disagio che sfocia in violenza, bullismo e disattenzione, trasgressione di ogni regola e demotivazione. Ragazzi che scommettono su incontri di boxe tra di loro a Cesena, che sparano pallini sulla prof a Rovigo o a Bari, portano birre in classe a Senigallia, hanno atteggiamenti ribelli e distruggono le scuole nelle Marche. Ogni giorno è una notizia diversa, ogni giorno è un nuovo limite che viene superato.

A un recente incontro sull’educazione con genitori di un Rotary Club, un avvocato mi ha detto: “Qual è il problema? Si chiamano i carabinieri e si allontanano certi tizi dalle scuole”. Giusto. Il problema è che in tal modo le nostre classi si dimezzerebbero, tanto la piaga è dilagante e diffusa. Sono studenti senza famiglia, o con situazioni tragiche alle spalle. Uccisi dal cinismo degli adulti o risucchiati dagli schermi dei cellulari. Come scrivevo ultimamente sul Sussidiario, sono quei perduti che sembrano non avere più nessun interesse per niente. La cui vita appare schiacciata su un piano grigio di disperata chiusura. Anche professori con anni di esperienza, anche dirigenti navigati, non sanno più che pesci prendere di fronte a loro. Diventa molto difficile, quasi impossibile, fare lezione.

Come reagiamo noi docenti? La prima risposta è quasi sempre di cercare una soluzione immediata e il più possibile indolore al problema: eliminarlo al più presto. Quando note disciplinari, richiami, sospensioni, punizioni hanno perso qualsiasi efficacia (i ragazzi non hanno più alcun timore di tali provvedimenti), la strada che resta è farlo fuori. Che gli studenti si ritirino dalle lezioni, cambino scuola, si levino di torno, insomma.

Non voglio dare giudizi. Non se ne possono dare in questi casi. Ogni alunno è diverso dall’altro, così come ogni situazione. Da un dialogo con una cara amica neuropsichiatra infantile, però, ho ricevuto un grande aiuto. Lei mi diceva che questi casi sono innanzitutto un test per l’adulto. Sappiamo stare di fronte all’“ingovernabile”?  L’ingovernabile è segno del Mistero, di ciò che va oltre le nostre misure. Non è forse proprio questo che ci spiazza? Non ci manda fuori di noi, il fatto di sentire una sproporzione di fronte a qualcosa di cui non abbiamo il controllo? Sappiamo guardare ciò che sembra irrisolvibile e fare dei tentativi, minimi, piccoli, eppure tentativi? Di solito cerchiamo di aggrapparci a chi ci toglierebbe subito da queste sabbie mobili, invece la questione è cominciare a prenderne coscienza e tentare di fare dei passi positivi. Perché l’adulto invece ha paura – anche i più anziani – e si sente completamente spiazzato? Altro elemento fondamentale: è importantissimo, in questi casi, che il consiglio di classe e i dirigenti della scuola lavorino insieme in modo coerente e coeso. Un ragazzo è sicuramente più colpito da un gruppo di adulti che si muovono in modo concorde.

C’è speranza? Un giovane e preparato prof di filosofia, ultimamente, mi raccontava di una classe che non voleva più saperne di far lezione. Demotivata e sfiduciata, critica e ribelle al massimo nei confronti dell’insegnante riguardo a spiegazioni, verifiche, interrogazioni. A un certo punto il prof, stanco della situazione, ha detto alla classe che non avrebbe più fatto lezione. Avrebbe assegnato delle pagine del libro, senza spiegare e poi valutando i ragazzi come loro volevano, con sufficienze gratis per tutti. La cosa è durata due giorni. Due giorni in cui il prof entrava in classe e non faceva nulla. Al terzo giorno, una studentessa si è alzata dicendo: “Prof, questa non è scuola. È noia. Noi vogliamo imparare e vogliamo che lei ci aiuti”.

Il collega è rimasto colpitissimo da questa reazione degli studenti, scoprendo per primo lui stesso quella luce di verità e di desiderio che ogni allievo, anche il più recalcitrante, ha dentro. Quella luce della cui esistenza il prof per primo stava dubitando.

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