Dietro ogni violenza una radicale solitudine

Nel nostro Paese la violenza è in aumento. Non va ridotta a un disagio psicologico o sociale, ma alla rabbia. E se a spiegare la violenza ci fosse il dolore?

La scia di violenza che ha dominato le cronache estive italiane ha trovato stanchi spettatori impegnati nei riti della bella stagione, interessati all’argomento o per una malcelata morbosità o per una tendenza a politicizzare tutto, anche l’efferatezza di uno stupro.

Eppure, la questione della crescita della violenza nel nostro Paese esiste e coinvolge un pubblico sempre più trasversale, come un fenomeno transgenerazionale che si incarica di porre domande profonde. Liquidare ogni episodio violento come una manifestazione di malessere mentale individuale o di disagio sociale è dunque, oltre che una mancanza di rispetto per chi quelle situazioni di fragilità le vive davvero, un tentativo alquanto goffo di dare risposte semplici a questioni molto più complesse.

Può aiutare, anche nello spazio di una breve riflessione, provare a ricostruire la catena emotiva che porta alla violenza. Le persone compiono gesti violenti, infatti, perché sono arrabbiate: la rabbia è la vera questione sociale del nostro tempo. Basta mettersi in coda in un ufficio pubblico o passare un po’ di tempo nel traffico, basta accedere ai commenti che affollano qualunque social o infiltrarsi sotto mentite spoglie ad una festa di diciottenni per cogliere come il mare su cui galleggia la fragile zattera della nostra società sia una vasta distesa di rabbia apparentemente sopita, ma sempre pronta ad esplodere.

In un interessante carteggio tra Einstein e Freud del 1932, i due studiosi si interrogarono a lungo su tale evidenza, arrivando alla conclusione che il processo di civilizzazione avrebbe finito per portare l’uomo all’interiorizzazione di quell’aggressività che – lungo i secoli – aveva sempre espresso con la guerra. Per il fisico e il padre della psicoanalisi la rabbia si sarebbe potuta dunque sublimare nel progresso della civiltà.

Le cose non andarono esattamente come auspicato e, pochi anni dopo, lo scoppio della Seconda guerra mondiale fece comprendere agli studiosi che non esiste organizzazione o evoluzione della società che possa arginare le pulsioni violente degli esseri umani. L’uomo prova rabbia quando avverte ingiustizia. Il punto è comprendere adeguatamente che cosa sia questa ingiustizia. Marx la accostava ad un risentimento radicale che pervade le classi sociali subalterne e le spinge alla rivoluzione. Non è un concetto errato: la radice ebraica del pensiero marxista tendeva ad identificare l’ingiustizia come un sentimento viscerale. Il filosofo tedesco portò quest’intuizione tutt’altro che banale sui binari della politica, ma il teologo riconosce in quel radicale risentimento un originario dolore. È dolore quel livore che sembra dimorare nelle coppie in certi matrimoni, è dolore quella costante rivendicazione saccente che a tratti connota la presenza di molti giovani nella vita della società, è dolore quello che muove tanti ragazzi ad aprire il cuore a relazioni tossiche o alle più svariate dipendenze: c’è sempre il dolore dietro ogni denuncia di ingiustizia, c’è sempre il dolore dietro ogni episodio di rabbia.

La radice della violenza è, dunque, il dolore. Quando guardiamo a un qualunque comportamento violento, il problema è sempre domandarsi da quale dolore esso insorga, che dolore abbia come genitore. Normalmente quest’atteggiamento eziologico è poco praticato perché si pensa che cercando le radici della violenza nel dolore, si voglia in fondo giustificare il comportamento violento. Al contrario, se l’obiettivo di una comunità è che il violento cessi di attuare la sua efferatezza, allora non c’è altra strada che aiutarlo a guardare in faccia il proprio dolore.

Ma c’è un passo ulteriore. La questione della violenza non è neppure una mera questione psicologica di cura del dolore. È necessario domandarsi che cosa sia quel dolore da cui si scatena tutto. L’uomo prova un dolore interiore ogni volta in cui si sente tradito, ogni volta in cui teme che le azioni e le scelte dell’altro possano lasciarlo solo. Il dolore che muove l’Io di ciascuno nelle viscere non è altro che la paura della solitudine. Recentemente il New York Times ha pubblicato un lungo articolo, che ha fatto scalpore, proprio sul proliferare degli studi statunitensi sul tema dell’epidemia di solitudine che connota le società più sviluppate. Col senno di poi si potrebbe dire che ogni epidemia di solitudine si trasforma in un’epidemia di dolore, di ingiustizia. In ultima istanza, in un’epidemia di violenza.

È impressionante come le prime pagine del libro della Genesi descrivano perfettamente questa dinamica. L’unica cosa di cui si preoccupa Dio è che l’uomo non sia solo. E il momento in cui Eva cede alle insidie del tentatore coincide col momento in cui è sola: l’uomo non sa stare nella solitudine e percepisce ogni solitudine come un tradimento della promessa originaria di Dio. È chiaro che, dinnanzi ad un abisso così profondo, ad Adamo ed Eva non potevano bastare le “visitine” di Dio nel giardino dell’Eden: non è lo stare in compagnia, nemmeno nelle cose sacre, che cura la solitudine. L’articolo del New York Times terminava, in questo senso, con un colpo di scena degno dei migliori romanzi: la dottoressa Cacioppo raccontava che per superare la solitudine occorre gratitudine, reciprocità, altruismo, scelte e coinvolgimento. La studiosa sintetizzava queste qualità in un acronimo: G.R.A.C.E.

Solo la Grazia cura la solitudine. Davanti al dolore dell’uomo Dio non si accontenta di fare delle “visitine”, Dio non mette in piedi un luna park dove intrattenersi e distrarsi, Dio – davanti alla radicale solitudine del cuore – interviene con una radicale compagnia, la Sua. Egli propone un’amicizia inesauribile che mette l’uomo in cammino e lo rende capace di stare, senza fuggire, nel giardino del Getsemani. Di fronte alla violenza di questi mesi il problema non è sociale o psicologico, il problema è tutto nella solitudine del cuore che rende l’uomo più feroce, più aggressivo, più disumano. Perfino un criminale ha bisogno di una compagnia. La vera questione è che, in fondo, ne abbiamo bisogno tutti.

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