SCUOLA/ Vent’anni di Invalsi, il nuovo corso e le domande che attendono risposta

- Tiziana Pedrizzi

Roberto Ricci, già responsabile del Snv e area prove, è il nuovo presidente dell’Invalsi. Il suo incarico è il riconoscimento di un lavoro e di un percorso di cui la scuola ha bisogno

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LaPresse

Al termine di due mandati di successo della prof. Annamaria Ajello, la presidenza dell’Invalsi è stata affidata dal ministro Bianchi a Roberto Ricci, direttore di ricerca dello stesso istituto.

Gioverà forse riassumere brevemente la travagliata vicenda.

La nascita dell’Invalsi va sicuramente addebitata al ministero Moratti, che superò le incertezze del ministero Berlinguer, indubbiamente riformatore ma pesantemente condizionato dall’aria che tirava – e tuttora tira – all’interno dell’establishment pedagogico della sinistra (l’unico esistente), da sempre scettico se non ostile alle analisi qualitative dei fenomeni scolastici.

Il primo periodo, a partire dai primi anni duemila, ebbe il merito di aprire la strada, ma l’istituto si mosse in un contesto difficile e risentì di numerose incertezze.

La presidenza di due importanti esponenti della Banca d’Italia – Piero Cipollone e Paolo Sestito – fece decollare la macchina. Perché due economisti? Perché a livello internazionale ed ancor più italiano sono state l’economia dell’istruzione e la statistica a fare da background teorico ed accademico alle prove standardizzate. La psicologia e la pedagogia sono state e sono tuttora per larga parte estranee se non ostili; ancor di più nel nostro paese con la sua tradizione idealistica ed il suo riformismo debole.

La presidenza Ajello, venuta dopo un sotterraneo ma importante tentativo di ricondurre l’istituto ad un’impostazione pre-berlingueriana attraverso la figura del presidente, ha avuto il grande merito non solo di garantire lo sviluppo quantitativo e qualitativo della macchina, ma anche un maggior consenso grazie all’intelligente attenzione verso le scuole e gli insegnanti.

La presidenza di Roberto Ricci segna in un certo senso il coronamento positivo della ventennale vicenda. La macchina è oramai a punto, il che non significa che non necessiti di grandi miglioramenti. Si è arrivati, dopo un travaglio decennale, al quinto anno completando il quadro complessivo delle prove, la gestione attraverso gli strumenti informatici si è consolidata garantendo un minor lavoro per le scuole ed una maggiore attendibilità dei dati. Anche le caratteristiche delle prove sembrano abbastanza definite, pur se sempre ovviamente in discussione, ed è iniziata una sistematica produzione di strumenti di formazione ed informazione in proposito.

Affidare un apparato cosi importante ad una persona esperta venuta dall’interno e che ha avuto un concreto ruolo determinante nel successo dell’impresa sembra un indicatore dell’importanza che il ministro Bianchi ed alle sue spalle, chiaramente, Draghi attribuiscono all’impresa stessa, prescindendo da una logica di privilegio di coperture politico-sindacali.

Dinnanzi all’Invalsi oggi sembrano aperte due strade peraltro non antitetiche: l’utilizzo dei dati per il miglioramento delle scuole e l’analisi del sistema scolastico italiano e del livello degli studenti. La prima strada, apertasi con il varo ed i primi passi del Sistema nazionale di valutazione, prevedeva la presenza importante dei risultati delle prove all’interno del Rav delle scuole, il loro utilizzo a fini di diagnosi e prognosi ed un controllo esterno periodico da parte di valutatori professionali. Questa strada sembra bloccata da qualche anno e non sembra chiaro se e quando si riaprirà.

La seconda è già stata aperta con 4 seminari annuali in cui Invalsi ha presentato una larga messe di analisi e con Invalsiopen che mira ad utilizzare la comunicazione online per una diffusione di massa dei dati e delle riflessioni in proposito.

Questo compito è urgente, anche perché il mondo accademico della pedagogia, della psicologia, della sociologia e della stessa economia dell’istruzione non sembra esserselo seriamente assunto, con l’eccezione di sporadici e quasi eroici casi.

Ma il paese avrebbe bisogno di risposte serie e non affidate agli elzeviri dei giornaloni su alcuni problemi di fondo: cosa succede davvero al Sud? quali sono le ragioni e le caratteristiche del suo ritardo? Perché abbiamo così pochi studenti eccellenti? quale è il livello effettivo di integrazione scolastica dei giovani immigrati? E così continuando.

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