SEA WATCH E MIGRANTI/ La Cedu dà ragione all’Italia e smaschera il gioco dell’Ue

- int. Paolo Quercia

La Corte europea dei diritti dell’uomo ha rigettato la richiesta di sbarco proveniente dal capitano e dai migranti della nave Sea Watch 3

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La nave Sea Watch 3, della Ong tedesca Sea Watch (LaPresse)

La Corte europea dei diritti dell’uomo ha rigettato la richiesta di sbarco proveniente dal capitano e dai migranti della nave Sea Watch, che incrocia al largo di Lampedusa dal 12 giugno scorso. Una decisione importante, secondo Paolo Quercia, direttore del Cenass ed esperto di politiche migratorie: “una battuta d’arresto nei tentativi di torcere e strumentalizzare il diritto internazionale e le norme sui salvataggi in mare per farne uno strumento di immigrazione verso l’Europa”.

La Sea Watch ha adito la Cedu dopo che il Tar Lazio aveva respinto il ricorso della Ong tedesca contro il divieto di ingresso firmato dai ministri Salvini, Toninelli e Trenta il 15 giugno in applicazione del decreto sicurezza bis.

La Cedu ha respinto il ricorso della Sea Watch. Come commenta l’esito di questo tentativo?

Credo che sia un punto importante. Il rigetto della richiesta di sbarco da parte del tribunale di Strasburgo conferma che non esiste un diritto di accesso alle acque territoriali di uno Stato in violazione delle sue norme. Neanche con un carico di migranti che invocano la protezione umanitaria. Fanno eccezione i casi gravi e il dovere di prestare assistenza. Cosa che lo Stato italiano ha fatto. Per il resto si conferma un principio importantissimo: che la nave che ha effettuato il salvataggio è essa stessa un posto sicuro in cui i diritti umani fondamentali non sono in pericolo. 

La Corte di Strasburgo avrebbe potuto chiedere all’Italia di adottare misure urgenti – l’apertura dei porti – per impedire “serie e irrimediabili violazioni dei diritti umani”. La politica ha battuto i diritti umani?

Direi che è un episodio che segna una battuta d’arresto nei tentativi di torcere e strumentalizzare il diritto internazionale e le norme sui salvataggi in mare per farne uno strumento di immigrazione verso l’Europa.

In altre parole?

Significa che al diritto di essere salvati in mare nelle acque internazionali non si aggiunge il diritto di scegliere il posto di disimbarco ed il Paese di immigrazione. Questa confusione è stata a lungo frutto di una forzatura. Diciamo anche che se la sentenza avesse sostenuto il contrario, sarebbe saltata l’intera costruzione giuridica europea sulle libertà interne.

In che senso?

Nel senso che il sistema di Schengen, della libertà di circolazione, e quello di Dublino, dell’obbligo del primo paese Ue di ingresso di gestire le richieste di asilo, possono funzionare solo a patto che gli Stati membri abbiano il controllo dei confini. Se al contrario si afferma un diritto di ingresso nell’Unione contro la volontà dello Stato, allora non ha più senso obbligarlo a gestire le richieste di asilo e a tenersi i migranti. 

Lei tuttavia aveva delle perplessità tecniche. Perché?

Più che tecniche, politiche. Quella dello scontro con il governo italiano è una scelta di natura politica che deve far comodo a qualcuno. Non vi sono ragioni né di natura geografica né giuridica perché debba essere l’Italia ad accogliere persone di Stati terzi, alcuni neanche particolarmente problematici, raccolti da Ong nelle acque internazionali e nella Sar libica.

Lunedì la Commissione europea aveva detto “gli Stati europei trovino una soluzione”. Come commenta?

Una battuta di cattivo gusto. L’Unione Europea non è competente a trovare la soluzione, mentre gli Stati europei non direttamente coinvolti nel flusso verso l’Italia ed il Mediterraneo centrale si guardano bene dall’arginarlo, perché se l’Italia tampona la pressione demografica verso l’Europa questo va a beneficio degli altri Paesi, riducendo la pressione su altre rotte. Anche per questo c’è stata a lungo una pressione politica, giuridica e morale da alcuni paesi Ue e da istituzioni europee verso l’Italia per essere noi il punto di sbarco. Le regole della missione navale Eunavformed con l’obbligo di sbarcare solo in Italia ne sono un chiaro esempio.

La Commissione, dicendo quanto sopra, ha chiesto agli Stati membri “di tenere a mente l’imperativo umanitario”. Ne abbiamo già parlato in passato; può ridirci brevemente quali sono i fatti che non si possono omettere quando si parla di “imperativo umanitario”?

Questo imperativo umanitario pare essere un concetto piuttosto strano. Nasce solo nell’ultimo miglio, quando i migranti premono su una specifica frontiera europea. Tutto quello che accade nei Paesi di origine e transito, nel Sahel appare essere fuori da questo concetto. Ma la vera emergenza umanitaria è lì. Lì avvengono i peggiori abusi, le connessioni con il crimine e probabilmente anche con movimenti jihadisti; lì ci sono le morti nel deserto, lo schiavismo e le torture. Se l’Unione Europea sente così forte questo “imperativo umanitario” deve rimboccarsi le maniche ed impedire che i migranti entrino in Libia dalla frontiere meridionali. Il search and rescue va fatto nel Sahel con assetti elicotteristici, droni ed altre tecnologie. Quella è la frontiera del livello di umanità dell’Europa.

Venerdì scorso tutte le testate, anche quelle contrarie al governo, hanno pubblicato un video registrato da un drone di Frontex in cui si vede una cosiddetta “nave madre” rimorchiare barchini poi riempiti di migranti e successivamente liberati per fare rotta su Lampedusa. La nave è stata sequestrata dalla procura di Agrigento. Cosa ne pensa?

Credo che sia un ritorno da parte dei trafficanti al business model precedente la crisi migratoria. L’aumento del contrasto, la riduzione dei soccorsi in mare, la rarefazione della presenza delle Ong costringe i trafficanti a navigare molte più miglia per poter sbarcare i migranti. E per far questo hanno bisogno di navi più capaci. È un metodo più costoso e laborioso che riduce il numero di sbarchi. È il segno di un passo indietro. Ma dà anche ai trafficanti la possibilità di operare su distanze maggiori, sbarcando migranti direttamente in Italia senza che essi siano “salvati”.

“L’Unione Europea – ha detto Salvini – vuole risolvere il problema Sea Watch? Facile. Nave olandese, Ong tedesca: metà immigrati ad Amsterdam, l’altra metà a Berlino. E sequestro della nave pirata. Punto”.

È una battuta che ben esprime la solitudine dell’Italia ma non una soluzione giuridica o politica percorribile. Certo, dopo la sentenza di Strasburgo le responsabilità dello Stato di bandiera sono crescenti.

La decisione della Cedu si può considerare una vittoria della linea politica dell’Italia e del ministero dell’Interno?

Può essere considerata indubbiamente una vittoria politica del governo e in particolare del ministro dell’Interno, a cui però non corrisponde la soluzione del problema.

Qual è il suo scenario a proposito della partita che vede intrecciati l’Italia, le rotte del Mediterraneo centrale, l’universalismo dei diritti, l’Unione Europea?

Che presto o tardi l’Ue dovrà decidere se essa è un continente di immigrazione, con tutte le conseguenze che esso comporta; o se l’immigrazione rappresenta una scelta politica e di sicurezza che resta ai singoli Stati membri. È il cuore del problema. Ma non mi sembra che nessuno voglia porre questa questione. E si continuerà così a litigare, barcone per barcone.

(Federico Ferraù)

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