SEA WATCH/ Se la sicurezza migratoria dell’Ue passa dall’Africa

- Paolo Quercia

La Sea Watch 3 continua ad alimentare un dibattito molto acceso, anche tra i nostri lettori. Paolo Quercia scrive una lettera a Il Sussidiario e aggiunge un altro tassello alla discussione

sea watch polizia lapresse 2019 640x300 Sea Watch 3 e una camionetta della polizia (Foto: Lapresse)

Caro direttore,

La lettera di Lorenzo Ettorre sul caso Sea Watch pubblicata sul Sussidiario ha il merito di ampliare la prospettiva rispetto al taglio claustrofobico a cui la lettura dell ordinanza del GIP di Agrigento ci vorrebbe restringere. È difatti inutile discettare, alla De Falco, sulle tipologie di manovre della nave della ONG tedesco-olandese all’interno del piccolo porto di Lampedusa, visto che il giudice di Agrigento sostiene che esse vanno interpretate metaforicamente, come un’azione di tutela dei diritti dell’uomo e non come resistenza alla forza pubblica e violazione di leggi e codici dello Stato italiano. Ancora più inutile capire perché lo Stato italiano rimetta ad una volonterosa, caparbia ma inesperta ed ideologizzata ragazzina tedesca la facoltà di determinare che la Guardia Costiera Libica non abbia sovranità nelle proprie acque di responsabilità SAR, che Malta sia troppo lontana e che la Tunisia non sia un paese sicuro. Poco importa se proprio la Germania ha firmato con la Tunisia nel 2017 un accordo per la deportazione dei tunisini le cui domande di asilo vengono respinte da Berlino. Per il GIP di Agrigento è irrilevante che Berlino consideri la Tunisia un Paese sicuro dove possono essere rimpatriati i richiedenti asilo non accolti. Carola ha deciso che non lo è e che per i migranti del Mediterraneo l’unico approdo sicuro debba essere l’Italia.

Di fronte a ciò mi pare evidente la necessità di cambiare prospettiva e accettare uno dei principi che ribadisco da molti anni: che le migrazioni internazionali non sono una questione di politica interna ma una questione di politica estera e di sicurezza. In particolare di politica africana. Forse la principale e più elevata questione di politica estera e di sicurezza che gli Stati europei oggi si trovano a dover affrontare. Talmente elevata e vitale che ogni Stato europeo ha segretamente sviluppato una sua politica di contenimento e riduzione del fenomeno basato su una strategia derivata dal principio di Dublino: scaricare il problema sul vicino europeo geograficamente più esposto, più accogliente o politicamente più ingenuo o sprovveduto.

È evidente dunque che leggere la questione della pressione migratoria irregolare nel Mediterraneo come una questione marittima, che va interpretata con le regole delle convenzioni del mare o addirittura abusando di strumenti e concetti legati alla sicurezza della navigazione, è una gigantesca finzione giuridica che non ha più senso tenere in piedi.

Questo tipo di migrazioni transnazionali che interessano l’Europa hanno numerosi snodi su cui è possibile agire – sopratutto con gli strumenti delle sanzioni finanziarie e delle blacklist – e presentano decine e decine di punti critici dove possono essere bloccati i creatori dei flussi. Flussi che nascono a migliaia di chilometri di distanza dalle nostre coste, sono gestiti da cartelli criminali spesso connessi con formazioni jihadiste, attraversano stati falliti erodendone la residua sovranità, lasciano dividendi a regimi corrotti e dispotici.

Queste che abbiamo tollerato negli scorsi anni sono le peggiori migrazioni possibili per qualità e magnitudine, perché basate sul profitto indiscriminato e su nuove ed inaccettabili forme di riduzione in schiavitù di africani su africani. È dovere dell’Europa intervenire, in primo luogo per impedire ai migranti di raggiungere la Libia. Questo può essere fatto spostando il Search and Rescue dal Mediterraneo al Sahel, riconoscendo che quest’ultima è la frontiera della pressione migratoria verso l’Europa. Ai confini meridionali della Libia vanno spostate le operazioni di salvataggio, lì vanno impiegate le volenterose ONG, li costruiti i centri di accoglienza, li concentrate le attività del IOM e UNHCR, gli assetti di FRONTEX e le EU Border Guards. Lì c’è posto anche per donne coraggiose e determinate come Carola. E siamo sicuri che non tarderanno a portare anche li il loro contributo umanitario, anche se non vi sarà il divertimento di giocare a battaglia navale con la guardia di finanza, anche senza i riflettori dei media e senza le donazioni milionarie.

Insomma gli europei piuttosto che dividersi su quale Paese dell’Unione incastrare per tamponare il flusso migratorio incontrollato dovrebbero operare in Africa per impedire che il flusso si concentri in Libia, e lì raggiunga i più elevati livelli di violazione dei diritti dell’uomo e dividenti uno strumento di pressione migratoria e di minaccia asimmetrica verso l’Italia. Regolando i traffici illegali a sud della Libia costruiremo anche un importante strumento per la stabilizzazione del Paese. Insomma, la politica di sicurezza migratoria dell’Unione passa per una politica africana e per un’azione di stabilizzazione della Libia. É chiedere troppo ad un Unione di 500 milioni di persone?







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