SMART WORKING/ Le illusioni da evitare dopo settimane di lavoro a casa

- Massimo Ferlini

Si è parlato tanto di smart working in queste settimane, dove in realtà si è fatto molto ricorso al lavoro a distanza, molto alienante

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Foto Pixabay

Mesi isolati in smart working, Fantozzi direbbe, come per la corazzata Potemkin, che è ecc. ecc. Costretti a casa dal lockdown tutti i lavoratori del terziario, dei servizi informatizzati, hanno sperimentato una forzata attuazione del lavoro a distanza. Da questa esperienza obbligata ne è derivato un profluvio di commenti a favore dello smart working come significativo cambiamento che il lavoro e la sua organizzazione subiranno come conseguenza dell’impatto del coronavirus.

Tralasciamo pure che ancora oggi molti lavori richiedono l’uso delle mani, la collaborazione fra più persone sul posto, il contatto fisico, ecc.: tutte queste attività non potranno diventare smart, ma saranno sicuramente interessate da nuove forme organizzative per tutelare al meglio sia la salute che l’uso delle risorse ambientali, le relazioni interpersonali e quant’altro. Ma il lavoro a casa di questi mesi ha soddisfatto chi ne è stato coinvolto? E ciò che ha indotto sull’organizzazione della vita sociale ha prodotto solo effetti positivi?

Non consideriamo quelle organizzazioni che hanno applicato la chiusura degli uffici (ciò è purtroppo successo in molte amministrazioni pubbliche e ciò deve fare riflettere chi pensa che pubblico è meglio) senza fornire strumenti né linee operative per organizzare il lavoro di tutti anche da remoto. La maggior parte delle imprese del terziario milanese avevano più strumenti, linee di connessione e almeno alcuni principi base dell’organizzazione per permettersi anche lunghi periodi di lavoro a distanza.

Molte persone coinvolte in questa esperienza oggi pagherebbero però per una pausa caffè alla pessima macchinetta del corridoio dell’ufficio anche con il più insopportabile dei colleghi. Ed è vero che ci si muoveva tutti assieme sui mezzi alla mattina e poi al ritorno a sera, e in coda per il panino all’ora di pranzo. Ma vuoi mettere com’era più divertente che passare otto ore davanti al video su un tavolo di cucina senza mai distrarsi, senza una battuta col vicino di scrivania e senza i pettegolezzi che colorano comunque una giornata di lavoro?

L’uomo è un animale sociale, il lavoro con gli altri è una delle relazioni più importanti della nostra vita e ignorarlo può essere utile per motivi superiori, ma solo a termine. È un aspetto individuale, ma anche per l’impatto sociale ed economico l’isolamento di questo periodo non è utile.

Tutto il tessuto di servizi (bar, palestre, banche, ecc.) legati alla logistica del lavoro stanno soffrendo e non possono certo rilocalizzarsi in tempi rapidi, peraltro ancora segnati da grande incertezza su cosa prevarrà nel futuro. La stessa organizzazione del lavoro nelle imprese, anche le più avanzate, indica che l’isolamento dei collaboratori porta a un calo di creatività e di innovazione. Per poter dare il massimo contributo alla professione ognuno di noi deve conoscere cosa avviene nella sua azienda, capire gli obiettivi, scambiare idee in libertà con i colleghi. Da fatti non programmati, né programmabili escono molte idee innovative e ciò viene a cadere drasticamente. Ricordiamo poi come nel dibattito sul lavoro dei mesi passati fosse ampiamente sottolineato l’importanza delle soft skills per avere una sicura collaborazione fra individui, la capacità di fare squadra, la gentilezza nelle relazioni, ecc. Tutti temi da buttare se ognuno lavora solo nel suo piccolo spazio di reclusione lavorativa!

Se dovessimo immaginare una proiezione distopica di quanto sta avvenendo sarebbe un’enorme estensione della gig economy, altro che smart working. Avremmo un mondo regolato da piattaforme e tanti lavoratori attivati alla bisogna e misurati sui risultati raggiunti. Tutti isolati fra di loro e comandati apparentemente da macchine senza apporti umani. Il tema dell’alienazione del lavoro diventerebbe un’enorme questione di massa assieme alla necessità di supporti psicologici per reggere una vita di isolamento, perdita di senso e assenza di visione di futuro.

Tornare quindi semplicemente al passato e dimenticare l’esperienza di questo periodo al più presto non può essere la risposta. Ciò che è stato sperimentato in questo periodo è solo un grande esperimento di telelavoro o lavoro a distanza. È emersa la necessità di fare più investimenti per le reti informatiche e che c’è molta povertà e diseguaglianza tecnologica su cui intervenire. Per quanto riguarda il lavoro se si vuole realmente passare allo smart working vanno richiamate tutte le sue caratteristiche come delineate nella legislazione sul lavoro agile. Va organizzato nella sua integrità a partire dall’indispensabile contrattazione aziendale per l’attuazione non discriminatoria sia il fatto che non può che riguardare fasi e periodi definiti dell’organizzazione del lavoro individuale. La conoscenza e il coinvolgimento dei processi aziendali e la condivisione della attività con i colleghi resta la base su cui si organizza la vita lavorativa.

Il ruolo sindacale diventa determinante perché non si scivoli né in forme di supersfruttamento, né in forme alienanti di lavoro. Si aprono anche spazi per una nuova intelligenza del lavoro organizzato, per trattative che valorizzino al meglio l’offerta collettiva ma anche individuale. Si tratta per il sindacato di abbinare ai canali di contrattazione generali anche nuovi servizi di tutela dei lavoratori per poter trattare al meglio non solo le condizioni sul posto di lavoro, ma anche sul mercato del lavoro più in generale.

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