SMART WORKING/ Senza una cultura digitale resta un’utopia (anche nella Pa)

- Giancamillo Palmerini

La pandemia ha fatto crescere in tutta Europa il ricorso allo smart working, che non può essere considerato la causa di tutti i mali e i ritardi della Pa

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(Pixabay)

La pandemia legata al Covid-19 ha provocato, come noto, una crescita significativa del ricorso al cosiddetto “smart working” con un rilevante aumento del numero delle persone che hanno lavorato, o ancora lavorano, da casa in molti paesi europei.

Quello che per molti era iniziato come un “trasloco” obbligatorio sembra, tuttavia, essersi trasformato in una modalità di lavoro preferenziale, nella maggioranza dei casi, per il “telelavoro” part-time o full-time.

Recenti studi a livello europeo evidenziano come durante il 2020, il primo anno della pandemia, lo smart working sia aumentato nella maggior parte dei paesi dell’Unione, ma in misura diversa. Le rilevazioni effettuate mostrano come gli aumenti del ricorso a tale modalità di lavoro siano stati relativamente più elevati nei paesi dell’Europa meridionale e centro-orientale. Il cambiamento ha avuto, in particolare, un forte impatto su Malta, Italia, Ungheria e Grecia. Sebbene, infatti, si partisse, come nel caso dell’Italia, da un numero relativamente basso di lavoratori “smart” prima della pandemia, le percentuali sono, spesso, raddoppiate in tutti questi paesi rispetto a quelle del 2019.

È, allo stesso tempo, interessante notare che i paesi con un’elevata percentuale di lavoratori che telelavorano già prima della pandemia, specialmente gli Stati scandinavi e del Benelux, hanno avuto gli aumenti percentuali più bassi nel 2020 (rispetto ai dati del 2019), ma rimangono i paesi con la più alta prevalenza di lavoro “smart”.

L’analisi dei dati offre, peraltro, utili informazioni anche se si distingue tra i lavoratori che lavorano “solitamente” da casa e quelli che lo fanno “qualche volta”.

L’aumento dello smart working nel 2020 è stato, infatti, trainato da un aumento delle persone che lavorano solitamente da casa. Prima della pandemia, lavorare a volte da casa era più comune nella maggior parte dei paesi e i dati del 2020 sono sostanzialmente rimasti a livelli simili a quelli del 2019.

Nel 2020, lavorare di solito da casa è diventata la modalità più tipica, con un aumento, ad esempio, di oltre il 150% in Italia.

Partendo da questo quadro d’insieme gli studi più recenti evidenziano come, considerando l’intera forza lavoro, il 60% dei lavoratori vorrebbe lavorare da casa (ogni giorno o più volte alla settimana) anche dopo la pandemia.

Concentrandosi, poi, solo sui lavoratori soggetti a smart working a febbraio e marzo 2021 circa la metà di loro preferirebbe lavorare da casa parte del tempo dopo la pandemia piuttosto che farlo esclusivamente.

Circa un lavoratore su tre nell’Unione europea, che ha lavorato solo da casa nel periodo febbraio-marzo 2021, continuerebbe a farlo se potesse decidere.

I risultati delle ricerche non devono tuttavia sorprendere e sono coerenti con lavori simili dei mesi scorsi.

Per i lavoratori smart, infatti, questa “nuova” modalità di lavoro offre una preziosa opportunità per migliorare l’equilibrio tra lavoro e vita privata e per avere più autonomia nel proprio lavoro, oltre a ridurre i tempi di spostamento.

Nel nostro paese si parla, nelle ultime settimane, di ridurre progressivamente il lavoro “smart” in particolare nelle pubbliche amministrazioni, ritenendolo la causa di tutti i ritardi e delle inefficienze storiche della nostra Pa.

Il quadro europeo dovrebbe, altresì, stimolare una riflessione più articolata e complessiva sugli elementi di criticità che hanno, nel passato, reso più difficile ed estremamente ridotto il ricorso a questa modalità “innovativa” di lavoro e sui limiti di un lavoro “smart” vissuto, nel nostro paese, troppo spesso come “lavoro da casa” e non come nuova, e diversa, modalità organizzativa e di erogazione dei servizi.

Allo stesso tempo l’analisi di “best practice” già realizzatesi in altri paesi, a partire da quelli della “nostra” Europa, dovrebbe aiutare a riflettere sulle debolezze storiche del nostro paese in termini di infrastrutture tecnologiche e di cultura “digitale” di base, senza la quale il ricorso al lavoro “intelligente” rimane un’utopia.

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