SOSTEGNO AL LAVORO/ I tre vizi che fermeranno anche il Gol del Governo

- Natale Forlani

Vi sono alcune criticità permanenti in Italia che sono destinate a compromettere l’efficacia delle future politiche attive del lavoro

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LaPresse

Il Pnrr recentemente approvato dal Governo prevede di destinare 9 miliardi di euro per lo specifico delle politiche attive e di sostegno all’occupazione, destinati ad aggiungersi a quelli dei fondi ordinari Ue che saranno programmati con la nuova agenda 2021-2027. Risorse che rappresentano una parte significativa delle politiche del lavoro, quella finalizzata a facilitare l’inserimento lavorativo delle persone in cerca di lavoro con un concorso di iniziative tese a migliorare la qualità dei servizi per l’incontro tra la domanda e l’offerta con il supporto di interventi formativi e di incentivi per le assunzioni.

L’attuazione di questo programma è oggetto di una particolare attenzione da parte delle istituzioni dell’Unione europea, con la richiesta di accompagnare l’utilizzo delle risorse all’adozione di riforme che ci consentano di recuperare i divari dei tassi di occupazione, in particolare quelli afferenti i giovani e le donne, rispetto a quelli della media dei Paesi aderenti. E che sono aumentati nel corso dell’ultimo decennio, nonostante l’impiego di decine di miliardi di fondi europei e nazionali, investiti nei servizi di orientamento, nella formazione e per gli incentivi all’occupazione. Ripensare l’utilizzo delle risorse dedicate a questi interventi è una condizione necessaria per favorire la ripresa dell’economia economia post-covid, che comporterà un riposizionamento aziendale e settoriale di milioni di posti di lavoro e un enorme fabbisogno di adeguamento delle competenze dei lavoratori.

Alcuni interventi di politica attiva promossi negli anni recenti – Garanzia giovani, Assegno di ricollocazione e Reddito di cittadinanza – sono tuttora vigenti. Purtroppo l’esigenza di verificare la loro efficacia per riportarli all’interno di un disegno coerente con gli obiettivi del nuovo piano non viene nemmeno presa in considerazione. Un’analisi dei risultati ottenuti da questi tre programmi, varati per la medesima intenzione di “rivoluzionare” le politiche attive del lavoro in Italia, può aiutare a comprendere quali possano essere i rischi di un’ennesima dispersione delle risorse impegnate.

Garanzia Giovani è il frutto di un programma varato in ambito europeo, finalizzato all’obiettivo di ridurre la disoccupazione dei giovani under-30, con l’Italia nella condizione di Paese più esposto dell’Ue-27 per la peculiare presenza di circa 2,2 milioni di giovani che non studiano e non lavorano (Neet). Il programma è stato varato dal Governo Letta nel 2014, con un impegno di 2 miliardi di euro, e finalizzato alla presa in carico dei giovani disoccupati da parte dei servizi pubblici per l’impiego e delle Agenzie del lavoro private, per attivare piani personalizzati di inserimento lavorativo con l’ausilio di misure di formazione, tirocini, incentivi per le assunzioni, auto-impiego e Servizio civile.

L’ultimo rapporto di monitoraggio redatto dall’Anpal (Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro) nel mese di agosto 2020 stima in 1,250 milioni il numero dei giovani disoccupati presi in carico dai servizi per l’impiego, tra questi 633 mila concretamente coinvolti nelle misure di politica attiva. Il risultato occupazionale viene stimato in 628 mila inserimenti lavorativi, pari al 59,2% dei giovani presi in carico, tra i quali circa 400 mila a seguito delle iniziative di politica attiva. In particolare con l’ausilio dei tirocini di inserimento (250 mila) e degli incentivi per le assunzioni (180 mila). Il 52 % dei giovani è stato assunto con contratti a tempo indeterminato, con una punta del 65% per quelli inseriti con l’ausilio di una o più misure di politica attiva. Attualmente risultano ancora occupati 412 mila giovani, il 34% di quelli presi in carico negli anni precedenti. Il programma Garanzia Giovani, dopo le punte di iscrizione registrate nei primi 3 anni di attività, ha subito un costante diminuzione delle nuove iscrizioni fino alle 140 mila del 2019.

Successivamente all’approvazione del Jobs Act nel 2015, è stato avviato un programma per la sperimentazione di una misura contenuta nel dispositivo legislativo, l’Assegno di ricollocazione. Un intervento finalizzato ai beneficiari della nuova indennità di disoccupazione (Naspi) da almeno 4 mesi, successivamente esteso ai cassintegrati delle aziende in crisi, e consistente in una dotazione di voucher personalizzati per importi tra i 250 e i 5.000 euro per remunerare i servizi pubblici e privati di intermediazione, la partecipazione ai corsi di formazione, i tirocini per l’inserimento lavorativo e gli incentivi per le assunzioni. La partecipazione al programma, promosso tramite l’Anpal servizi, è stata inizialmente proposta sulla base di adesioni volontarie a 29 mila disoccupati, ignorando in modo singolare il disposto legislativo che prevede l’obbligatorietà della partecipazione ai programmi di politica attiva da parte dei beneficiari dei sussidi al reddito pubblico. Riscontrando l’adesione di 11.700 beneficiari dei sussidi, tra i quali 8.530 presi in carico e avviati in percorsi di formazione, e 580 mila assunti da nuove imprese. Il programma è stato sostanzialmente interrotto per la decisione del governo M5s-Lega di dirottare le risorse destinate agli Assegni di ricollocazione verso le politiche attive del lavoro destinate ai beneficiari del Reddito di cittadinanza (Rdc).

Le politiche per il reinserimento lavorativo previste per i disoccupati in età di lavoro del Rdc erano state definite dal presidente del Consiglio Conte e dal ministro del Lavoro Di Maio come “la più importante misura di politica attiva mai promossa in Italia”, accompagnate dalla promessa di creare un milione di nuovi posti di lavoro con l’assunzione di 2.800 navigator e di 11 mila nuovi funzionari nei Centri pubblici per l’impiego.

Le misure introdotte nel dispositivo legislativo per raggiungere tale scopo, possono essere considerate come una sorta di “bestiario” delle pratiche che dovrebbero essere evitate per la finalità di inserire al lavoro soggetti difficilmente occupabili. A partire dalla possibilità per i beneficiari dei sussidi di rifiutare le offerte di lavoro a tempo determinato e con salari inferiori a 858 euro mensili. E persino di rinunciare a due offerte di lavoro a tempo indeterminato prima di essere sanzionati con la perdita del sussidio. In pratica di poter rifiutare il 70% del potenziale dei nuovi rapporti di lavoro mediamente attivati dalle imprese nel corso dell’anno e generalmente accettati dalle persone in cerca di lavoro.

Il rapporto di monitoraggio rilasciato dall’Anpal nel mese di settembre 2020 riassume i risultati degli interventi di politica attiva nel corso dei primi 18 mesi di vigenza del Rdc, per i 1,394 milioni di beneficiari dei sussidi in età di lavoro. Tra i quali solo 831 mila sono stati formalmente convocati dai Centri per l’impiego impiego per la finalità di sottoscrivere il patto di servizio previsto obbligatoriamente dalla legge, 510 mila contatti formalmente attivati e 266 mila i patti di servizio sottoscritti. 145 mila sono stati i progetti di inserimento concretamente attivati dai servizi per l’impiego, ma allo stato attuale il rapporto non dà riscontro degli esiti occupazionali.

Un’analisi delle Comunicazioni obbligatorie sulle assunzioni dei lavoratori, disponibile presso il ministero del Lavoro, mette in evidenza che 352 mila beneficiari del Reddito di cittadinanza sono stati oggetto di un rapporto di lavoro, tra questi sono 196 mila quelli ancora attivi (134 mila con rapporti di lavoro a tempo determinato). Nonostante l’evidente assenza di un nesso temporale e causale di questi esiti occupazionali con le iniziative dei navigator, questi numeri sono stati spacciati dagli esponenti del M5s e dal Presidente dell’Anpal Parisi come una conferma del successo del Reddito di cittadinanza. Nella realtà si tratta di un fenomeno del tutto fisiologico e spontaneo legato alla ricerca di nuove opportunità di lavoro da parte dei beneficiari di sussidi al Rdc di basso importo. Sul piano opposto l’effetto di scoraggiamento nella ricerca di un nuovo lavoro, generata dai sussidi di lunga durata, viene ampiamente confermato dalle imprese disponibili ad assumere e dagli operatori dei servizi per l’impiego.

I rapporti di monitoraggio di Garanzia giovani e del Rdc non forniscono stime dell’impatto delle iniziative sul complesso del mercato del lavoro. Ma le statistiche ufficiali confermano che la capacità dei servizi dell’impiego di intermediare l’incontro della domanda e offerta di lavoro è rimasta inalterata sul 4% delle attivazioni dei nuovi rapporti di lavoro. Nel complesso del mercato del lavoro rimane elevata la quota dei profili richiesti dalle imprese che non trovano riscontro nella offerta di lavoro, e la quota dei disoccupati di lunga durata.

Non è azzardato affermare che gli esiti occupazionali registrati con i programmi di politica attiva, certamente positivi per una parte dei beneficiari, si sarebbero verificati spontaneamente anche in assenza degli stessi. Questo è frutto della permanenza di alcune criticità destinate a compromettere anche l’efficacia delle future politiche attive del lavoro.

La prima è legata alla perenne tentazione di affidare a singoli programmi il compito di rimediare i ritardi culturali e gestionali del sistema educativo e formativo e del welfare. Il potenziamento dei servizi di orientamento e le risorse messe a disposizione per reinserire i disoccupati, per quanto necessarie, possono solo supplire parzialmente allo scollamento esistente tra i percorsi formativi e i fabbisogni delle imprese e del mercato del lavoro, o all’assenza di sostegni adeguati per la conciliazione tra carichi di lavoro e familiari.

La seconda criticità è legata alla non adeguatezza della governance degli interventi, viziata dall’abnorme distribuzione delle competenze tra i diversi ministeri e tra lo Stato e le Regioni, per gli interventi che si propongono di avere un impatto sistemico, e l’assenza di una programmazione condivisa finisce per esaltare la generazione di progetti autoreferenziali e incapaci di incidere sulle dinamiche del mercato del lavoro.

Infine, non deve essere sottovalutata la carenza di un complesso di regole cogenti riguardo i diritti e doveri per i beneficiari dei sostegni al reddito, che offra loro la realistica certezza di poter usufruire di servizi e dotazioni adeguati per la ricerca di nuove opportunità di lavoro, e sanzioni la mancata partecipazione attiva ai percorsi di inserimento.

Purtroppo la programmazione delle nuove risorse europee continua a scontare queste criticità, associando i buoni propositi con una miriade di progetti generati dai ministeri, in assenza di un confronto con le Regioni che hanno la competenza pressoché esclusiva in materia di politiche attive del lavoro. Tra i quali l’ennesimo programma di politica attiva per i disoccupati, denominato Gol, dotato di 500 milioni di euro da attivare con un decreto del ministro del lavoro. In termini calcistici anche le autoreti sono dei gol.

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