Soumaila Sacko, bracciante ucciso a colpi di fucile/ Processo a Un giorno in pretura

- Silvana Palazzo

Soumaila Sacko, l’omicidio del bracciante a Un giorno in Pretura che ne ricostruisce il processo: il maliamo fu ucciso a colpi di fucile da Antonio Pontoriero

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Soumaila Sacko, il caso a Un Giorno in Pretura

Soumaila Sacko, Un giorno in Pretura ricostruisce processo omicidio

La puntata di oggi di Un giorno in Pretura è intitolata “Schiavi mai” e ricostruisce il processo per l’omicidio di Soumaila Sacko, bracciante maliamo sparato alla testa a colpi di fucile. Era il 2 giugno 2018 e si trovava nei pressi di una fabbrica abbandonata in cui si era recato con due compagni per recuperare lamiere con cui coprire le misere dimore nella baraccopoli di San Ferdinando, vicino Rosarno. Ma Soumaila Sacko non era solo un bracciante sfruttato, ma anche un attivista per i diritti dei braccianti. Era, infatti, un giovane sindacalista dell’Unione Sindacale di Base. Le indagini sono state condotte dalla Procura di Vibo Valentia che ha poi chiesto il processo con rito immediato davanti alla Corte di Assise di Catanzaro. Il processo cominciò nel febbraio 2019 e ha visto imputato Antonio Pontoriero accusato di omicidio volontario.

Dagli atti processuali è emerso che Soumaila Sacko e i due colleghi si erano arrampicati sul tetto del capannone a sei metri d’altezza. Partì un colpo d’arma da fuoco: è la prima fucilata di un uomo, seduto, che imbraccia il fucine. Il compagno urla di scappare e saltano dal tetto, ma un secondo colpo colpisce alla testa Soumalia. Continuarono gli spari, anche verso Fofana, il terzo bracciante. Lui e Drame scappano, invece Soumaila era a terra.

Soumaila Sacko, la ricostruzione dell’omicidio e il movente

Mentre Fofana chiamava i carabinieri, Drame tornò indietro per soccorrere l’amico. In quell’occasione vide l’autovettura condotta da Antonio Pontoriero e così vide in faccia chi aveva sparato. All’arrivo dei carabinieri Soumaila Sacko era a terra, pieno di sangue e respirava a fatica. Trasportato all’ospedale di Reggio Calabria, giunse in coma e poi ne fu constatato il decesso. Il loro racconto permise di indirizzare le indagini. Sul posto dove si era appostato l’uomo furono trovati i bossoli, inoltre furono sequestrate le immagini dell’autovettura che si allontanava dal luogo del delitto. Le ispezioni a casa di Pontoriero portarono al rinvenimento dei vestiti, particelle di polvere da sparo furono individuate nell’auto. A ciò si aggiunsero alcune intercettazioni. L’11 novembre 2020 Antonio Pontoriero fu condannato a 22 anni di carcere e al risarcimento dei danni nei confronti delle parti civile, ma è stato presentato ricorso.

Finora non vi abbiamo parlato del movente. A spiegarlo Arturo Salerni, avvocato della famiglia di Soumaila Sacko e fondatore dell’associazione Progetto Diritti. «Quello che è emerso dal processo è il fatto che la famiglia Pontoriero considerava quella fornace quasi alla stregua di una sua proprietà, di un proprio dominio, avendo qualcuno di loro lavorato nella fabbrica in passato prima del fallimento dell’impresa e per la contiguità tra i loro appezzamenti di terra ed il luogo in cui sorge il capannone. Avevano sempre vissuto con fastidio, quasi fosse uno sgarbo nei loro confronti, le presenze di estranei in quei luoghi», dichiarò al quotidiano Domani.



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