SPILLO/ Aule semivuote e piazze semipiene: quella post-democrazia anti-parlamentare

- Stefano Bressani

Per governare il Paese non servono 40mila Sardine o 600 sindaci assortiti. Occorrono la metà più uno dei parlamentari: per la quasi totalità eletti dalla sovranità popolare

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flashmob anti-Salvini a Bologna (LaPresse)

Qualche vignettista ci ha anche provato a riderci sopra, ma era davvero difficile davanti all’Aula del Senato semivuota mentre il premier Giuseppe Conte riferiva sul Mes. È però sembrata fuori luogo anche qualche lacrima artificiosa e compunta. Coloro che oggi accennano a stracciarsi le vesti per la crisi della democrazia parlamentare sono in larga parte gli stessi che da anni – da decenni – conducono una sistematica picconatura antipolitica delle istituzioni parlamentari. Fra di essi anche coloro che hanno brandito con enfasi la memoria (in sé legittima) di Piazza Fontana solo per riparlare di quando un premier di un’altra stagione disse ai parlamentari che avrebbe trasformato “un’aula sorda e grigia in un bivacco di manipoli”. Quel premier lo fece, ma 94 anni dopo il Senato della Repubblica democratica si è ritrovato “sordo e grigio” per ragioni opposte: attorno a Palazzo Madama non c’era alcuna squadraccia a minacciare la maggioranza giallorossa, bucherellata di assenteisti come l’opposizione. 

Sul banco del governo non c’era un premier già quasi dittatore, intenzionato a sopprimere definitivamente le libertà civili, compreso il diritto di voto. C’era invece un fake-premier, non legittimato né da elezioni democratiche e nemmeno da alcuna marcia su Roma. Un Conte Secondo che raccontava – a un’aula anzitutto disinformata, anzitutto da lui – come il Conte Primo avesse deciso già mesi fa di trasferire un’altra porzione della sovranità repubblicana a un organismo tecnocratico sovranazionale. Un premier transitato nel frattempo senza soluzione di continuità dalla guida di una maggioranza di governo a un’altra contrapposta principalmente in virtù di un cenno digitale del presidente degli Stati Uniti. Capo di un governo – il Conte-bis – nato con una sola motivazione, non lontanissima da quella di quel premier del secolo scorso: opporsi al funzionamento della democrazia elettorale. E preparare – forse – una nuova “avventura” politica da parte di un italiano insediatosi direttamente a Palazzo Chigi non è chiaro d’autorità di chi e comunque mai passato al vaglio neppure di un voto per un consiglio di circoscrizione.

Perché un senatore eletto – ad esempio il leader della Lega, Matteo Salvini, o quello di Italia Viva, Matteo Renzi – avrebbe dovuto prendere sul serio questo premier? Neppure la presidente del Senato, Elisabetta Casellati, ha battuto ciglio. Chi sta screditando cosa nell’incerta democrazia italiana odierna?

La stessa senatrice che gode attualmente di maggior credito e visibilità mediatica – Liliana Segre – negli ultimi giorni è stata alle cronache per un episodio classico di (legittima) democrazia extraparlamentare: un corteo fra due piazze di Milano. Un corteo di sindaci che hanno certamente il diritto-dovere di occuparsi e preoccuparsi del clima civile nel Paese: dove comunque le metropoli non sono paralizzate da violenti scioperi generali come a Parigi e Berlino; o infiammate dal separatismo sovranista come a Barcellona; o minacciate da accoltellamenti terroristici a due passi dal Parlamento come a Londra. Dagli stessi sindaci “in marcia”, in ogni caso, non è venuta neppure una parola sulla grottesca “caccia ai furbetti dell’Imu prima casa” durata lo spazio di una notte sui tavoli della manovra. Né sulla cancellazione della cedolare secca sugli affitti dei negozi: che agevolava la resilienza di artigianato e commercio nelle città grandi e piccole della penisola. Chi “odia” chi nell’Italia in stagnazione da un decennio?

Fra i primi cittadini saliti appositamente a Milano c’è stato anche Antonio Decaro, sindaco di Bari e presidente dell’Anci. Nelle stesse ore Bari Vecchia è finita sul New York Times per il pasta crime. Nel caso delle orecchiette illegali sotto qualsiasi legalità “hanno torto tutti”, ha scritto sul Sussidiario Maurizio Vitali. Ma fra i primi c’è sicuramente il “super-sindaco”. Qual è la priorità nel suo mandato democratico e del suo ruolo istituzionale: governare la Città Metropolitana di Bari o scendere in piazza a Milano?

Domani, intanto, un’altra piazza tornerà a (semi)riempirsi, a Roma. Le cosiddette Sardine annunciano almeno quarantamila persone. Ancora una volta i neo-leader del neo-movimento non sono riusciti ad articolare neppure in modo elementare i perché dell’adunata di alcune decine di migliaia di persone nella capitale un sabato del dicembre 2019. Non è quindi difficile capire perché saranno così poche.

Sabato 12 novembre 1994 Cgil, Cisl e Uil – corpi intermedi di una democrazia funzionante – portarono a Roma un milione e mezzo di italiani. Con un solo punto all’ordine del giorno: protestare contro la prima manovra del primo governo Berlusconi, che prevedeva pesanti interventi su welfare e pensioni. Le misure furono ritirate e il Berlusconi-1 cadde l’anno dopo (in Parlamento: la Lega di Umberto Bossi ritirò la fiducia). L’anno dopo ancora il centrosinistra vinse le elezioni (anticipate). Poi nel 2001 – dopo i governi Prodi-1, D’Alema e Amato-2 – il centrodestra rivinse alla scadenza ordinaria della legislatura.

La democrazia italiana è questo: almeno quella disegnata dalla Costituzione del 1948. Per governare il Paese non servono quarantamila Sardine o 600 sindaci assortiti. Occorrono la metà più uno dei parlamentari: per la quasi totalità eletti dalla sovranità popolare, salvo pochi senatori a vita. Che in Italia sono un relitto del vecchio regime monarchico e furono avversati fino all’ultimo da un gigante dell’antifascismo come il presidente dell’Assemblea Costituente, Umberto Terracini.

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