SPILLO/ I numeri e i paradossi che ricordano la follia dell’auto (solo) elettrica

- Franco Oppedisano

Numeri e buon senso dimostrano che accanirsi contro le auto a motore termico non è una mossa in grado di incidere significativamente sui cambiamenti climatici

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Image by Goran Horvat from Pixabay

Saremo costretti ad attendere ore per avere a disposizione un’auto? Sì. Le auto elettriche sono e saranno più care di quelle a motore termico? Sì. Il costo del pieno sarà più alto di quello che spendiamo oggi per benzina e gasolio? Sì. La capacità installata in Italia e la nostra rete di distribuzione andrà in crisi quando aumenteranno le auto a batteria da ricaricare? Sì. Le auto elettriche hanno problemi di sicurezza perché possono sviluppare incendi difficili da domare? Sì. Alcuni componenti indispensabili per realizzare le batterie sono estratti in miniere a cielo aperto da ragazzini che hanno meno di dieci anni? Sì. Nessuno ha ancora capito bene come possono essere smaltite a impatto zero le batterie? Sì. Centinaia di migliaia di persone perderanno il lavoro nell’industria automobilistica europea nei prossimi anni? Sì. Molte aziende del settore sono già in grandi difficoltà e rischiano di chiudere i battenti? Sì. India e Cina, i principali responsabili della produzione di CO2 nel mondo se ne sbattono dei protocolli e ogni nostro sacrificio non servirà a un bel niente? Vero anche questo. Tutto vero, drammaticamente vero.

Ma è inutile continuare a ripeterlo. Lo Zeitgeist, lo spirito del tempo, va dall’altra parte ed è vano continuare a ripetere che, forse, bisognerebbe riflettere e agire con un ritmo più lento, verso una transizione energetica che sia sostenibile anche dalle persone, senza darsi la zappa sui piedi.

L’Unione europea e molti politici che hanno una visione a dir poco miope, migliaia di ragazzini che non sanno la differenza tra inquinanti e climalteranti, persino i grandi Over the Top che consumano montagne di risorse energetiche per alimentare i propri server dicono che bisogna salvare il mondo e che dobbiamo farlo noi, o meglio devono farlo le nostre auto. Non i produttori di caldaie per riscaldamento, non i minatori di bitcoin, non i grandi allevamenti, le centrali a carbone tedesche, le industrie siderurgiche. La colpa è delle nostre auto. E a pagare saremo tutti noi.

Vorremmo dire che i trasporti su terra, tutti i trasporti, rappresentano solo il 11,6% della CO2 emessa ogni anno e che le auto, le motociclette e anche i bus di tutto il mondo producono, insieme, il 7,6% del totale dei climalteranti. E se domani tutti i veicoli del mondo si fermassero per sempre non cambierebbe molto, ma lo diciamo da almeno una decina d’anni e non è mai servito a niente.

Forse perché è più facile costringere le persone normali che i magnati dell’industria, gli aratori, i manager pubblici e, figurarsi, i vari Bezos che vogliono continuare a consumare energia per alimentare i propri immensi server da qualunque fonte, la meno cara possibile.

Vorremmo anche citare l’ultimo rapporto della Iea che dice che le emissioni di climalteranti in Europa, Giappone e, persino, negli Stati Uniti sono scese nel 2019, mentre sono cresciute quelle in Oriente, Cina e India in testa, dove migliaia di persone vogliono caparbiamente uscire dalla povertà e consumare di più. I numeri li conosciamo, come li conoscono le case automobilistiche che, dopo aver cercato per anni di far ragionare i legislatori, cercano di adattarsi perché era inutile resistere. Come è inutile l’appello del presidente di Confindustria Carlo Bonomi che ha definito un suicidio l’addio al diesel dell’Europa. Lo sappiamo, Presidente, ma il saperlo è la nostra unica soddisfazione. Ci stanno fregando e, quando tutti lo scopriranno, potremo sempre dire che l’avevamo detto.

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