SPILLO/ I pieni poteri del commissario Conte e il rischio-Catalogna

- Stefano Bressani

Sul fronte coronavirus è in atto una “guerra civile” tra Regioni del Nord e Conte, impegnato sempre più a ridurre la democrazia sostanziale

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Vertice della Protezione civile con Conte, Speranza e Di Maio (LaPresse)

E’ auspicio di tutti che il secondo decreto coronavirus contribuisca a contrastare l’epidemia, il cuore del gigantesco guaio in cui si è ritrovata cacciata l’Italia, anche per responsabilità del suo governo. Ma certamente i poteri commissariali che si è auto-attribuito l’esecutivo iniettano un nuovo potenziale virus per la democrazia costituzionale: con rischi di infezione collaterale che farebbe bene a monitorare da subito ogni autorità istituzionale di “controllo e contrappeso” di cui la Carta ha dotato la Repubblica.

Un conto è nominare il capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, commissario per l’emergenza sanitaria, così come dopo un terremoto o un’alluvione. Un conto è assegnare – per decreto – al governo il potere discrezionale di vietare a qualunque sindaco della penisola qualunque iniziativa sul fronte coronavirus.

E’ vero – ed è stato del tutto opportuno da parte sua – che il Capo dello Stato ha sollecitato “unità nazionale” di fronte a una crisi senza precedenti nel Paese. Ma negli ultimi giorni si sono verificate circostanze di fatto assai meno indiscutibili dell’appello del Quirinale.

Lo scontro fra alcune Regioni del Nord e Palazzo Chigi (iniziato già a metà febbraio sul nodo delle quarantene preventive dalla Cina) è esploso allorché Roma ha dapprima portato alle stelle l’allarmismo, per poi decretare un precipitoso “ritorno alla normalità”, peraltro subito smentito dalla drammatica escalation di contagi. Da quando si sono accesi i focolai di Codogno e Vo’ Euganeo, comunque, il governo se n’è rimasto asserragliato fra i palazzi romani, mentre il premier (ma più verosimilmente il suo portavoce) è giunto a lanciare accuse ingiuriose verso i medici della sanità lombarda in trincea.

Il braccio di ferro si è rinnovato nell’ultimo fine settimana: quando è risultato chiaro che Giuseppe Conte – se ne avesse avuto i poteri – avrebbe firmato immediatamente la riapertura delle scuole anche al Nord, nonostante nelle ultime ore il contagio stia accelerando, mentre non accennano a diminuire né i decessi né i ricoveri in terapia intensiva. Ma la responsabilità – prima ancora che il potere – di riaprire le scuole a Milano è affidata dalla legge al presidente della Regione Lombardia. Se un solo bambino si infettasse (o peggio) fra i banchi, a risponderne legalmente – prima che politicamente – sarebbe Attilio Fontana (non il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, salito sui Navigli per una rapida photo opportunity).

E’ in corso una guerra – che da politica può degenerare in civile – sulla pelle di un Paese in estrema difficoltà: prova ne è stata che anche la Regione Emilia Romagna non ha potuto non allinearsi a Lombardia e Veneto. Ciò ha tuttavia obbligato il governatore neo-eletto Stefano Bonaccini (Pd) a distanziarsi dai colleghi leghisti, invocando un “ritorno alla normalità”, in questo momento totalmente politico-mediatico.

In attesa del prossimo round i “pieni poteri” preparati a proprio uso da un governo Conte – in lotta per una difficile sopravvivenza – sono abbastanza leggibili. Se una Regione dovesse insistere in iniziative autonome anti-coronavirus – pur legittime nelle proprie competenze – il governo sembra essersi messo nelle condizioni di neutralizzarle dal basso vietandole ai sindaci. Questo sta accadendo in un clima di silenzio-assenso da parte dei costituzionalisti: a cominciare da quelli che hanno invocato la “disobbedienza civile” quando vicepremier e ministro dell’Interno era il leader della Lega.

Lo stesso Matteo Salvini è stato appena mandato a processo da magistrati e Parlamento per aver fatto quello che il premier greco sta facendo in queste ore: respingere militarmente alla frontiera turca migliaia di migranti in fuga dalla Siria. Con il supporto aperto delle istituzioni Ue: oggi i tre euro-presidenti (Ursula von der Leyen, Charles Michel e David Sassoli) sono annunciati in visita al premier greco Kyriakos Mitsotakis alla frontiera turca “per un’importante manifestazione di sostegno in un momento in cui la Grecia sta difendendo le frontiere europee”.

Può permettersi il Paese una “guerra civile” attorno a una crisi socio-economica drammatica, entrambe alimentate soprattutto dal governo centrale? Può permettersi che a Palazzo Chigi e dintorni ci si affanni ad abusare della democrazia formale per ridurre “per decreto” quella sostanziale? Può un governo che ha perso ogni autorevolezza politica ridursi a infilare “pillole avvelenate” in un provvedimento che dovrebbe sostenere un Paese in ginocchio? Può il “governo Orsola” rivendicare una minima credibilità quando la sua santa protettrice – fra Bruxelles e Berlino – non ha pronunciato una sola parola di solidarietà? Non ha disposto l’invio di una sola delle 700mila mascherine che Papa Francesco ha invece voluto subito regalare alla Cina.

E’ in una stessa atmosfera che – poco più di due anni fa – la Catalogna è stata spinta a una improvvida “dichiarazione d’indipendenza”, con tutto quello che ne è seguito e ancora ne sta seguendo. E’ avvenuto nella Barcellona simbolo di Erasmus, la città di Lionel Messi. E tutto questo perché nella città del Real Madrid – nel 2017 – hanno pensato di poter affrontare la situazione come ai tempi della dittatura franchista, se non dell’imperatore Carlo V.

Ps: il direttore di Repubblica invoca un messaggio del Presidente della Repubblica o del Presidente del Consiglio a reti unificate “guardando negli occhi il Paese”. Sembra forse dimenticare, Carlo Verdelli, che “in faccia al loro Paese” parlano due categorie di leader: quelli estremamente credibili in una democrazia in circostanze particolarmente gravi o gli aspiranti dittatori che annunciano la fine di un regime di libertà. Giuseppe Conte non è mai stato fra i primi e non sembra in grado di perseguire gli intenti dei secondi. Non appena l’emergenza coronavirus è deflagrata il premier è andato in tv 16 volte in sola una domenica: evidentemente su consiglio del suo più stretto collaboratore, la cui principale formazione politica è consistita nella partecipazione a un reality show. Ma ha appunto parlato come un ospite occasionale di talk show,  Conte: non da premier di un Paese come l’Italia. Manifestando anzi la sua impotente unfitness ad affrontare in quel ruolo una gravissima crisi del Paese. E nei giorni successivi – e ancora fino ad oggi – Conte non ha mai trovato il coraggio personale e civile di salire nella zona rossa di Codogno e “guardare in faccia” la realtà, prima ancora che i suoi concittadini. Per questo sembra ora aver lasciato al Presidente della Repubblica una sola scelta per “parlare agli italiani”: quella di comunicare di aver accettato le dimissioni di Conte, possibilmente annunciando subito il nome del nuovo premier.


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