SPILLO/ La narrazione sulla Grecia che spiega la crisi dell’Ue

- Paolo Annoni

Angela Merkel ha citato la Grecia e le sue prospettive future come una sorta di caso di successo delle politiche europee

Germania, Angela Merkel
Angela Merkel (LaPresse)

Angela Merkel giovedì, dal forum di Davos, ha citato la Grecia e le sue prospettive future come una sorta di caso di successo delle politiche europee. Non bisognerebbe aggiungere altro per comprendere come mai l’Eurozona si trovi nella situazione attuale: in una difesa impossibile dallo scontro tra Cina e Stati Uniti e soprattutto dalla lenta ma inesorabile volontà dei due contendenti di regolare i conti sballati con l’Europa. L’atto finale, “il green new deal” in salsa europea, avviene negli stessi giorni in cui l’Europa come sovrastato e con la sua spesa per la difesa insufficiente mostra tutta la sua inconsistenza nella vicenda libica. È tragicomico.

Angela Merkel ha fatto benissimo gli interessi della Germania sfruttando i difetti di costruzione dell’euro; quelli descritti perfettamente da George Soros ed evidenti a tutti. La Germania è il grande vincitore dell’integrazione europea e l’Italia il grande sconfitto. Questa però non è la questione di oggi. La questione di oggi è come sia l’Unione europea dopo un paio di decenni o quasi di guida Merkel. Sospettiamo che la storia non sarà particolarmente tenera.

L’Unione europea ha spinto al massimo un modello, tutto esportazioni e austerity, che è entrato in crisi nel 2008. Il modello è sopravvissuto solo grazie all’austerity europea del 2012, con annessa mega svalutazione dell’euro, ed è stato fatto pagare alla periferia. Infatti, le regole europee rendono possibile che al costo del salvataggio non contribuisca, come dovrebbe avvenire in un’unione sana, chi ha surplus commerciale interno. Questa è storia. Oggi dopo anni di conduzione con grandissima lungimiranza l’Unione europea è un nano rispetto a Cina e Stati Uniti, ricattabilissima per il suo sbilanciato modello economico e con enormi diffidenze interne che si possono neutralizzare solo a colpi di spread o per la volontaria sottomissione dei Paesi membri.

L’Unione europea non è alla frontiera tecnologica ed è indietro paurosamente sia rispetto agli Stati Uniti sia rispetto alla Cina. Non c’è nel 5G, non c’è nelle migliori università, non c’è nei grandi “monopoli” tecnologici, non compare nemmeno nella mappa dei principali progetti infrastrutturali globali con la Germania che riesce a spendere 10 miliardi di extra costi con un decennio di ritardo persino per la costruzione di un aeroporto; questo per dire che si è persino disimparato a costruire. Pensate poi alla vicenda Fincantieri di questi giorni.

In politica estera l’Unione europea non esiste. Esistono gli Stati con il piccolo dettaglio, per esempio, che l’Italia oggi deve accodarsi alle politiche di Macron, che ci odia, e che ha interessi concorrenti ai nostri. Quando si parla di Unione europea in realtà si nasconde la subalternità voluta o subita da questo o quello Stato. Il problema si pone, oggi, perché la frizione tra Cina e Stati Uniti rischia di spaccare tutto. Se l’Europa vira verso la Cina, tanto per intenderci, e l’Italia segue a ruota la Francia e la Germania cosa dicono gli americani con le atomiche sul suolo italiano? Un bel problema se l’Europa non è un orizzonte vero. Soffiare sul fuoco dello scontento di milioni di europei sconfitti dall’integrazione all’occorrenza è molto facile.

Oggi all’Europa rimane il green new deal che non si capisce cosa sia con la Germania che continua ad avere una rete basata sul carbone; nemmeno sul gas naturale. I costi di conversione industriale sono enormi e il rischio è che l’Unione europea con questo programma pianti il chiodo sulla bara di un sistema industriale che farà sempre più fatica a trovare mercati di sbocco fuori dall’unione.

Angela Merkel non è l’unica responsabile di questo, ma è sicuramente uno degli azionisti di maggioranza relativa. Oggi la realtà, l’economia, la finanza presentano il conto di un sistema “globale” che si è rotto con il fallimento di Lehman Brothers quasi 12 anni fa e che cominciava a scricchiolare paurosamente qualche anno prima (Northern Rock). Questi 12 anni e passa sono stati spesi malissimo dalla “Europa”; forse la Germania li ha spesi bene, però oggi, avendo contribuito a scassare l’oggetto, è obbligata a rifugiarsi altrove in posizione subordinata. Quello che è vero per l’Italia, inadeguata da sola nei confronti di Cina o America, è vero anche per la Germania. A loro dopo due decenni di surplus commerciali semplicemente lunari fuori dall’euro andrà bene, ma l’Europa nel frattempo è finita; sicuramente è finita l’Europa “immaginata”, quella dell’ideologia che non fa i conti con le evidenze che emergono tutti i giorni dall’altra parte del Mediterraneo. L’emblema di questa miopia assoluta è la celebrazione della “success story” greca. Da non credere.

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