SPILLO/ Perché la formazione dei lavoratori è considerata aiuto di Stato?

- Massimo Ferlini

La formazione dei lavoratori sarà sempre più importante. Ma rischia di essere frenata da norme molto miopi a livello europeo

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Una pluralità di indicatori ci dice che il sistema di tutela migliore per i lavoratori è sempre più quello di assicurarsi la garanzia di una formazione continua lungo tutto l’arco della vita. Sono soprattutto le trasformazioni tecnologiche che muteranno in modo talvolta drastico i contenuti del lavoro. Ciò riguarderà sia le linee produttive dei settori manifatturieri che il settore dei servizi e dell’organizzazione generale della società.

Le industrie manifatturiere stimano in 200.000 i posti di lavoro annui che rischiano di non essere coperti per mancanza di un’offerta di lavoro adeguata. L’accelerazione verso impresa 4.0 farà crescere in modo esponenziale questo numero. La risposta non può venire solo dai giovani che entreranno nel mercato del lavoro ed è indispensabile quindi prevedere un grande investimento in formazione anche per chi già presente nelle imprese che saranno interessate ai cambiamenti tecnologici.

Nel nostro Paese vi è una tradizionale attenzione alla formazione dei lavoratori dovuta alla conquista, ormai alcuni decenni fa, di contratti che riconoscevano il diritto alla formazione scolastica anche durante il periodo lavorativo. È stata la “conquista” delle 150 ore di diritto allo studio durante il lavoro che ha poi creato il sistema di formazione permanente. Nel corso del tempo questo sistema si è strutturato e ha dato vita ai fondi interprofessionali, creati dalle associazioni di imprese e dalle organizzazioni sindacali, per assicurare programmi formativi continui ai settori produttivi di riferimento.

Il finanziamento di questi fondi è assicurato dal versamento dello 0,30% del monte salari da parte delle imprese. Intorno a tale opportunità sono nati diversi fondi. Sono le aziende a scegliere quello cui fare riferimento e, qualora non operino nessuna scelta, il versamento va a un fondo Inps. Le singole imprese possono poi scegliere, da un elenco corsi predisposto dai fondi, di assicurare ai propri dipendenti la formazione individuata come utile. Hanno come possibilità di spesa il valore del versamento effettuato.

Il sistema è apparentemente ottimale. Assicura in modo sussidiario la fornitura di una formazione utile perché programmata da imprese e rappresentanti dei lavoratori e quindi non distorta, come avviene invece per altri settori della formazione professionale, dagli interessi dei formatori invece che dalle esigenze dei lavoratori.

La burocrazia amministrativa è riuscita a complicare la vita dei fondi obbligandoli a sottostare alle normative pubbliche degli appalti pubblici in quanto si tratta di uso di fondi pubblici assegnati a enti privati. E su questo tema si è aperto un confronto teso a fare prevalere l’efficacia e il buon senso contro la cecità burocratica/amministrativa. Ma ora si delinea un pericolo maggiore. Per affrontare il tema delle trasformazioni tecnologiche in corso vi è bisogno di investimenti massicci nella formazione degli occupati. Essendo come ricordato fondi pubblici, il loro utilizzo per singola impresa trova un limite nel cosiddetto aiuto di Stato. È questa una norma europea che limita il possibile contributo di fondi pubblici per singola impresa al fine di non provocare distorsioni alla concorrenza.

Fondimpresa, principale fondo interprofessionale italiano, assieme a Cgil, Cisl e Uil, ha promosso la richiesta di togliere tale limite alle spese in formazione. Tale posizione appare assolutamente da condividere. Il passaggio a impresa 4.0 coinvolgerà molti lavoratori oggi occupati che dovranno tornare a formarsi con nuove competenze per mantenere il proprio posto di lavoro o per riuscire a ricollocarsi in una nuova impresa. Mobilitare le risorse dei fondi interprofessionali è indispensabile per promuovere un programma di formazione che sia di forte impatto verso tutti gli occupati attuali e che coinvolga tutti i settori produttivi. È un grande investimento che va a favore della tutela dei lavoratori e che promuove un salto di produttività per tutto il sistema. Per questo darne una valutazione in termini di aiuto alla singola impresa è sbagliato. Si tratta del resto della restituzione di risorse accantonate da tutti i lavoratori proprio per poter affrontare periodi di transizione e di difficoltà. E un intervento a tutela delle persone prima che delle imprese.

Tocca ora alle forze politiche, al Governo e soprattutto alla Commissione europea, accogliere la richiesta. Così come si è scelto col fondo sociale di investire nella formazione professionale e nel sistema duale per sostenere l’occupazione giovanile, ora va promosso un programma di grande impatto per la formazione continua. La migliore tutela del lavoro dipende oggi della volontà di assicurare formazione per l’occupabilità.

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