SPILLO/ Quei sindaci delle Province lombarde contro Fontana (e l’unità nazionale)

- Stefano Bressani

Appartengono tutti al centrosinistra i 7 sindaci di capoluogo della Lombardia che hanno firmato una lettera polemica contro Attilio Fontana sulla gestione dell’emergenza coronavirus

Fontana e Gallera Lombardia
Regione Lombardia, Attilio Fontana e Giulio Gallera (LaPresse)
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Appartengono tutti al centrosinistra i sette sindaci di capoluogo della Lombardia che hanno sottoscritto una lettera polemica contro il governatore regionale Attilio Fontana sulla gestione dell’emergenza sanitaria. È impossibile non vedervi la ripresa in grande stile di una conflittualità politica che non ha peraltro conosciuto soste neppure dopo lo scoppio dell’epidemia. Né sembra possibile ignorare una divergenza palese e profonda – di natura più civile-istituzionale – con gli appelli continui all’unità nazionale del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella (lui stesso proveniente dalle fila del Pd). Un appello che invece le forze politiche del centrodestra (maggioranza di governo in Regione Lombardia) stanno mostrando di rispettare a Roma verso il governo Conte.

Sul fronte politico-mediatico la “stagione Covid 19” è iniziata del resto ben prima del giorno-zero di Codogno. Già nei primi giorni di febbraio lo stesso Fontana – assieme ad altri colleghi leghisti del Nord Italia – aveva sollecitato di alzare la guardia con quarantene per i cittadini cinesi in rientro dalla madrepatria. La richiesta venne respinta soprattutto dal Pd con violente accuse di razzismo.

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Può darsi che anche quell’iniziativa di Fontana abbia risposto – in parte – a motivazioni politiche, oltreché a preoccupazioni di sicurezza sanitaria, peraltro legittime per un governatore di Regione. Parecchio politica è invece sembrata da  subito la campagna di contrasto #Milanononsiferma promossa negli ultimi giorni di febbraio dal sindaco di Milano, Giuseppe Sala: primo firmatario della lettera di ieri; nonché compagno di aperitivo sui Navigli del leader Pd Nicola Zingaretti, poi seriamente infettato dal virus. Di quelle mosse lo stesso Sala ha dovuto fare precipitosa e vistosa ammenda dopo la drammatica escalation epidemica che ha preso a minacciare in modo serio proprio la metropoli ambrosiana. 

Ciò non sta peraltro impedendo al sindaco di Milano di rilanciarsi sulla scena politica: in chiave locale come gestore della “ricostruzione” e dei suoi finanziamenti (anche in vista delle elezioni comunali 2021); e su scala nazionale, laddove Sala ha sollecitato l’apertura di una nuova fase costituente per la democrazia repubblicana, in direzione di una ricentralizzazione statalistica (la stessa, peraltro, bocciata dagli italiani tre anni fa assieme al Pd di Matteo Renzi).

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Quest’ultima istanza sembra riconnettersi direttamente all’offensiva anti-autonomie scatenata per tempo dalla robusta anima meridionalista della maggioranza giallorossa: quando ancora erano in vita molti dei 13mila caduti per coronavirus contabilizzati a ieri, quasi interamente al Nord. 

Ma l’interrogativo sembra appunto questo: sarà possibile “buttare in politica” la resa dei conti sulle responsabilità di un disastro nazionale che ha fatto molte più vittime di ogni terremoto distruttivo, di ogni alluvione, di ogni Vajont?  

Fin d’ora appare quasi impossibile che per molte migliaia di lombardi morti – i decessi registrati in Regione a ieri sera erano 8mila – sia sufficiente la “sepoltura civile” di qualche intervista contrita a “Che tempo che fa”. Non manca già chi invoca commissioni parlamentari o regionali d’inchiesta. Ma soprattutto: potrà la magistratura continuare in un silenzio sempre più controverso? 

Per la verità nei primissimi giorni dell’epidemia la Procura di Lodi (dove è stato sindaco il ministro Pd Lorenzo Guerini) aveva aperto un fascicolo contro l’ospedale di Codogno: in stretta scia a una prima denuncia politica da parte del premier Giuseppe Conte (poi ritrattata) contro la sanità lombarda. In parallelo, la Procura di Padova (capoluogo isola del centrosinistra in Veneto) aveva subito puntato il dito contro la sanità del governatore Luigi Zaia: ma un mese dopo il “caso Vò” è già diventato simbolo globale di successo nel contrasto alla pandemia.

Il vero epicentro della crisi politica rimane inevitabilmente sovrapposto al cuore della “zona rossa” lombarda: l’area di Bergamo, gravemente estesasi a quella di Brescia. Non è un caso che i due sindaci (Pd) Giorgio Gori ed Emilio Del Bono (co-firmatari della lettera contro Fontana) abbiano già preso a difendersi attaccando. E ciò mentre un “mantra” mediatico trasversale continua a rinfacciare principalmente i leader dell’opposizione di centrodestra presunti atti di “sciacallaggio politico” sull’emergenza.

È ormai assodato che il vero “ground zero” del virus in Italia è stata la Val Seriana: probabilmente fin dagli ultimi giorni di gennaio. È noto che l’opportunità di una zona rossa nell’Alta Bergamasca era stata valutata in parallelo a quello subito creata nel Basso Lodigiano. Ma il lockdown è arrivato solo due settimane dopo, assieme a quello dell’intera Regione, quando già l’ospedale Giovanni XXIII di Bergamo era diventato un girone dantesco. La stessa Brescia è diventata oggi il focolaio più ardente nel Paese, un mese dopo Codogno. Cosa non ha funzionato? Chi ha tardato o sbagliato a prendere decisioni? 

Lo stesso assessore lombardo alla Sanità, Giulio Gallera, ha riconosciuto la “falla”, mentre sia Gori sia Del Bono hanno orientato le prime polemiche verso le presunte pressioni degli ambienti economici locali per impedire o rallentare il lockdown. In prima linea contro la chiusura delle fabbriche si è fatto notare in effetti il presidente di Confindustria Lombardia, il bresciano Marco Bonometti. 

Nel frattempo i sindaci di Milano, Bergamo, Brescia, Cremona, Lecco, Mantova, Varese hanno messo nel mirino la gestione specifica dell’emergenza sanitaria sui territori: a cominciare dalla simbolica carenza di mascherine, non solo nelle strutture sanitarie e fra gli addetti all’emergenza, ma a protezione di tutti i cittadini. È un terreno che appare tuttavia scivoloso per tutti. E il vero “primo imputato” in un’ipotetica indagine “mascherine, respiratori” & affini” sarebbe probabilmente il capo della Protezione civile, quindi la Presidenza del Consiglio. Ritardi e problemi sono stati ammessi, dopo un mese, dallo stesso commissario straordinario all’emergenza Domenico Arcuri. 

Appare dunque difficile, al momento, che qualche Procura – magari in coincidenza con la fine del coprifuoco – decida di avviare subito qualche inchiesta mirata “Virus Pulito”: che accenda un’“emergenza giudiziaria” che favorisca un colpo di reni della maggioranza giallorossa  e il “contenimento” del “virus” leghista. Ma in un’Italia che – Parlamento compreso – resterà in custodia cautelare fino a Pasqua per decisione “a pieni poteri” di un premier che telegoverna il Paese da Facebook e dagli schermi Rai, ci si può attendere ormai di tutto. Il caso della Catalogna è del resto ancora fresco: soprattutto con la grottesca liberazione ritardata di un leader politico autonomista rimasto in carcere per mesi – per reati legati alla tentata “secessione” – pur dopo essere stato eletto all’europarlamento.  

Ps: l’arcivescovo di Milano Giuseppe Delpini, benedicendo il nuovo Ospedale della Fiera di Milano, ha portato un messaggio personale di augurio da parte di Papa Francesco. Da Roma altri – troppi altri – non hanno mandato e continuano a non mandare nulla: né messaggi, né respiratori, né autorizzazioni accelerate, né fondi. Ve lo sareste immaginato il presidente George Bush – che negli Usa è il capo dell’esecutivo – continuare a starsene a Washington senza andare a New York per più di un mese dopo l’11 settembre 2001?  

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