SPILLO/ Se anche Bankitalia mostra che i sindacati non hanno capito nulla della crisi

- Stefano Masa

Dalla Banca d’Italia arriva una conferma delle difficoltà delle imprese, che non sembrano sufficienti a influire sulle rivendicazioni dei sindacati

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La sede di Banca d'Italia (LaPresse)

Chiedevamo di cambiare, un cosiddetto gesto di discontinuità, una verosimile novità rispetto al passato. Peccato: nulla di tutto questo è finora accaduto e (si teme) mai accadrà. A distanza di pochi giorni dalla sempre attesa ed acclamata festa dei lavoratori giungono le richieste (di sempre): no ai licenziamenti, rivedere le pensioni, ripartire attraverso investimenti e così via. Essere nel 2021 o non esserlo non c’è alcuna differenza. Essersi imbattuti nella pandemia e nella conseguente crisi che ancora perdura non pare abbia smosso le idee di anni or sono. I dati, i numerosi dati, non destano alcuna preoccupazione in coloro che chiedono. Forse lo scenario non è chiaro ai molti.

Alla vigilia del primo maggio, Banca d’Italia ha diffuso il rapporto sulla stabilità finanziaria: consultando il pamphlet, e soffermandosi sullo stato di salute delle imprese, si rileva quanto segue (rif. “Gli effetti della pandemia sui bilanci e sulla rischiosità delle imprese nei diversi settori di attività economica“): «Secondo le stime gli effetti della crisi pandemica sui conti economici delle società attive alla fine del 2020 sono stati consistenti». Proseguendo: «L’eterogeneità degli effetti della crisi tra i diversi settori di attività economica risulta marcata».

Inoltre: «Si osservano rilevanti effetti sulla struttura finanziaria, in ragione delle crescita del debito, in parte necessaria per coprire i fabbisogni di liquidità derivanti dal calo dell’attività economica». Per poi concludere decretando: «Il peggioramento delle condizioni economico-finanziarie indotto dalla pandemia si è riflesso in un significativo incremento della quota di imprese più rischiose (con probabilità di default superiore al 5 per cento), passata dal 10 al 14 per cento; parte di queste aziende potrebbe avere difficoltà a proseguire l’attività nel corso dei prossimi anni».

Il messaggio che trapela dal dossier di via Nazionale fa eco all’urgente monito (di qualche giorno prima) emerso dal Presidente Carlo Bonomi di Confindustria: «Sulle imprese industriali grava inoltre la sensibile crescita dei prezzi delle materie prime che riducono ulteriormente i cash flow». Ci troviamo sostanzialmente di fronte a due soggetti diversi, due centri di osservazione diversi ma accomunati tra loro da un malaugurato presagio: il potenziale rischio default in capo ad alcune nostre imprese italiane. Di questo si tratta senza alcuna possibile interpretazione. 

Preso atto di questi “punti di vista”, nei successivi appuntamenti (a partire dallo stesso primo maggio fino a oggi) gli interventi che sono seguiti da parte dei leader delle principali sigle sindacali hanno pressoché ricalcato il più nostalgico dei ricordi. Landini (Cgil): «Vaccinare e non licenziare. Prima i lavoratori si sono fatti il mazzo e poi possono essere licenziati. Giugno luglio e agosto devono essere i mesi per vaccinare». Sbarra (Cisl): «Un milione di posti di lavoro persi nell’ultimo anno, concertati nelle fasce deboli del precariato, soprattutto femminile e giovanile. Altri 600 mila precari che rischiano di incontrare la stessa sorte. Cinque miliardi di ore di cassa integrazione dell’ultimo anno e la caduta dell’11% delle ore lavorate. Quasi 40 miliardi di massa salariale andata persa per effetto della crisi pandemica». Bombardieri (Uil): «Bisogna ripartire dagli investimenti, dobbiamo eliminare le diseguaglianze, dobbiamo garantire nuovi posti di lavoro stabili e dignitosi: ripartiamo da chi ha perso in questi mesi il posto di lavoro».

Queste, e altre ancora, sono alcune delle lecite e legittime richieste. È doveroso ribadirlo: nessuno vuole obiettare a tali osservazioni come a molte altre argomentazioni, ma, a differenza del passato, oggi, il comune denominatore della “crisi del lavoratore” trova origine nella pandemia e non nelle scelte incaute di taluni imprenditori. 

Se così le parti sociali si rivolgono al mondo delle imprese, allo stesso modo, e nonostante l’interlocutore sia diverso (ovvero lo Stato), ecco giungere l’ennesimo grido: “cambiare le pensioni adesso” è l’iniziativa messa in campo da Cgil, Cisl e Uil con l’obiettivo di poter riformare il sistema pensionistico italiano attuando una modifica caratterizzata dalla sempre e mai dimenticata (maggiore) flessibilità.

Il Governo accoglierà tutti, ascolterà tutti, ringrazierà tutti. Come già accaduto si chiede (a parole) “il cambiamento” ossia una rottura con il passato in vista di un nuovo e imminente futuro. Allora iniziamo adesso (con i fatti) interrompendo pertanto questo modo di fare richieste e ricordando che: domandare è lecito, rispondere è cortesia. Soprattutto in tempi di pandemia. 

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