SPILLO/ Se il rischio-democratura è più insidioso in Usa che in Italia

- Stefano Bressani

Negli Stati Uniti il sistema democratico sembra attraversare un periodo difficile. Probabilmente molto più che in Italia

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Protesta a Washington (LaPresse)

Caro direttore,
il centrosinistra italiano non ha saputo dare altra impronta alla propria campagna elettorale che l’ennesimo allarme su una possibile svolta autoritaria con un’affermazione del centrodestra. Il passo corre tutti i rischi legati all’abuso di un cliché logoro, per un centrosinistra chiaramente “nudo” di propri progetti di governo. Ma contro il Pd, in particolare, può ritorcersi una specifica contraddizione, già abbastanza visibile.

All'”allarme democratico” non è associata un’adesione piena alla causa “occidentale” che gli Usa stanno sostenendo attorno alle crisi geopolitica in Ucraina e a Taiwan. Su questo fronte Giorgia Meloni è stata invece da subito precisa e l’inseguimento affannato di Enrico Letta sul terreno dei messaggi internazionali in lingua è stato la conferma di ennesima debolezza. È nell'(ex) “campo largo” Pd-M5s che in effetti allignano tuttora robuste posizioni politico-culturali non allineate al primato della “democrazia occidentale doc”: non solo quelle pentastellate (almeno di per sé coerenti nelle attenzioni storiche per alcune “democrature”), ma anche quelle di settori del mondo cattolico; e non esclusa neppure quella (alla fine non banale) di Romano Prodi, che invoca una de-escalaton immediata fra Usa e Cina (e Russia…) e cita Henry Kissinger (il massimo della “reapolitik” verso democrature e autocrazie).

Il nervoso tentativo di controffensiva “democratica” di un Pd evidentemente molto pessimista sul 25 settembre matura d’altra parte allorché anche oltre Atlantico la democrazia non si sente troppo bene. E crescono i dubbi sulla narrativa a senso unico su Donald Trump “golpista a prescindere”, mentre aumentano riserve e sospetti sui metodi di governo dell’Amministrazione “dem”.

La perquisizione da parte dell’Fbi nella residenza privata di Trump, in Florida, non ha suscitato solo le veementi reazioni da parte del grosso del Partito Repubblicano. È stato Alan Dershowitz, forse il più famoso avvocato d’America, a prendere le difese politiche e non solo legali di Trump. Ed è noto che il newyorchese Dershowitz – uno dei leader della comunità ebraica statunitense – è sempre stato vicino ai “dem” e ha pubblicamente appoggiato nel 2016 Hillary Clinton contro Trump e nel 2020 la vittoriosa rimonta di Joe Biden. Ebbene, l’avvocato ha denunciato il raid a Mar-a-lago per dubbia legalità procedurale, ma soprattutto per potenziale violazione della “democrazia reale” negli States.

Sul piano tecnico-giuridico Dershowitz ha sollecitato sull’ultra-liberal New York Times la pubblicazione del testo completo dell’avviso di garanzia che ha colpito l’ex presidente. Ha rimarcato anzitutto un’esigenza di trasparenza sui reali obiettivi dell’indagine ordinata dai magistrati. Ufficialmente essa guarda all’ipotesi di reati contro la sicurezza nazionale legati alla detenzione potenzialmente illegale di materiale classificato sulla difesa nucleare (annessa è la ri-narrazione del Russiagate, con Trump “sodale-complice” di Vladimir Putin). Ma non manca il sospetto di un pesante diversivo strumentale alla raccolta in corsa di nuovi elementi utili alla rischiosa scommessa di impeachement per l’ex presidente, davanti al Congresso per l’assalto al Campidoglio dell’Epifania 2021.

Al centro della vicenda emerge uno snodo politico-istituzionale delicatissimo: il ruolo dell’Attorney General Derrick Garland, il ministro della Giustizia da cui dipendono direttamente i poliziotti federali. In breve. Garland è stato in silenzio per tre giorni, ma alla fine non ha potuto non assumersi almeno in parte la responsabilità dell’incursione a Mar-a-Lago. È probabile che sia stato premuto dai vertici dello stesso Bureau: che sicuramente non vuole ritrovarsi nel mezzo di un nuovo scontro frontale fra democratici e repubblicani, a cento giorni dalle elezioni politiche di midterm. L’Fbi non ha dunque agito “in proprio” (come di fatto nel caso Watergate, fatale a Richard Nixon mezzo secolo fa), ma come “polizia giudiziaria” dei magistrati – negli Usa non indipendenti dalla politica – e con il nulla osta pieno del ministro competente nel gabinetto Biden.

Ed è appunto qui che Dershowitz ha apertamente accusato di “doppio standard” il variegato fronte anti-Trump capeggiato dalla Casa Bianca e ramificato nel deep state “dem”, fra ministri, magistrati, poliziotti. Sei anni fa Hillary Clinton non subì la stessa sorte riservata oggi a Trump nella controversa vicenda di alcuni server “privati” in cui però erano contenuti anche documenti legati ai suoi anni alla Segreteria di Stato. Un caso mai indagato a fondo, riguardo l’ipotesi che alla Clinton Foundation siano affluiti anche opachi finanziamenti esteri: dopo che la moglie dell’ex Presidente aveva lasciato la guida della diplomazia Usa e si era candidata per la Casa Bianca. Analogamente, restano ombre anche attorno ad alcune consulenze milionarie pagate da soggetti ucraini al figlio di Biden, Hunter, dopo che il padre era stato da vicepresidente di Barack Obama una sorta di delegato ai rapporti con Kiev durante la “svolta arancione”.

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