SPREAD/ I falsi miti caduti con gli ultimi ribassi

- Paolo Annoni

Lo spread scende, sbriciolando tante teorie in voga nel nostro Paese. Ora l’Italia ha un’occasione che non deve sprecare

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Lapresse

Anni di “teorie” su spread italiano e mercati o su deficit del Governo e tassi di interesse dei Btp si sono sciolte negli ultimi giorni con il rendimento del decennale italiano vicinissimo ai minimi di sempre. Ieri chi comprava un’obbligazione statale italiana si assicurava un “lauto” rendimento annuale dell’1,15%; questo mentre il rendimento del trentennale americano passava in territorio negativo. Il mercato sconta, evidentemente, una recessione e “scommette” sulle prossime misure espansive delle banche centrali. La Germania è alle prese con un Pil in contrazione e il cambio dei rapporti di forza all’interno dell’Unione Europea è evidentissimo; nessuno si azzarda neanche per sbaglio a criticare le “cicale” incentivate dai rendimenti bassi. In una guerra commerciale che forse sfocia in una valutaria nessuno è così pazzo da volere l’autodistruzione.

L’Italia con la sua economia scassata, le sue riforme da fare, le banche in stato comatoso, e siamo generosi, non preoccupa più i “mercati”. La verità è che nessuno si può mettere contro la Bce e sarebbe davvero interessante rileggere la storia italiana degli ultimi dieci anni alla luce di questo assunto e accorgersi di quanto sia stata “gratuita” la recessione del 2012. Oggi il “sistema euro” ha chiuso tutte e due gli occhi sulle politiche fiscali e di bilancio francese e persino su quelle italiane. Nella situazione attuale non ci sono alternative. Chiunque sia al Governo tra una settimana dovrebbe comprendere l’occasione d’oro che si presenta e che mai come oggi si può “tirare la corda” con una Germania molto meno in controllo di dodici mesi fa. L’occasione è quella di non rifare gli errori del 2009 quando l’Italia si condannava a politiche di bilancio restrittive in presenza di una recessione globale.

La solidità dell’economia francese rispetto a quella tedesca degli ultimi mesi non è dovuta a un improvviso quanto inatteso scatto in avanti dell’etica del lavoro francese, ma alle politiche fiscali espansive che la “protesta” dei gilet gialli ha indotto e alla perseveranza con cui si continua a investire in infrastrutture mentre la Germania deve convivere con lo scandalo dei lavori alla scalo di Berlino, fuori budget per molti miliardi di euro, che è paragonabile, nelle dimensioni, a quello di Alitalia.

Si spera che l’adesione al sistema euro e a i suoi equilibri dell’Italia premiata in questi giorni via “spread” sia intelligente. Che l’Italia si ritagli un ruolo in politica estera e che non si diventi un mero moltiplicatore della potenza francese nel Mediterraneo a partire dalla Libia. Si spera anche che le riforme dell’euro che rimangono necessarie per la sua sopravvivenza non cristallizzino equilibri che ci vedono completamente perdenti né una politica economica che nel 2019 non è più proponibile e che la rende ricattabile politicamente. Poi ci sarà da discutere su come verrà usata la “distrazione” dei mercati sullo stato dell’economia italiana; nel senso che le “riforme” non sono tutte equivalenti. Così come le scelte di politica estera, a partire dal Mediterraneo.

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