SPY FINANZA/ Gli incroci pericolosi (per noi) tra Bce e Fed

- Mauro Bottarelli

Sembra che l’Europa voglia cercare di risolvere parte dei suoi problemi a spese degli Usa. Ma la Fed può fermare tutto

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La sede della Bce a Francoforte (LaPresse)

I giornali non ne hanno quasi parlato. I telegiornali nemmeno. Eppure, si tratta di una parte integrante del nuovo piano di stimolo della Bce per l’eurozona: giovedì l’Eurotower ha infatti assegnato 3,4 miliardi di euro in prestiti a lungo termine a 28 banche europee nell’ambito dell’operazione Tltro-III. Il tasso applicato alle banche che riceveranno i prestiti triennali è il tasso medio delle aste principali di riferimento durante il periodo di vita del rispettivo Tltro e ancora più basso per gli istituti che presteranno al di sopra di una certa soglia, potendo arrivare fino a -0,50% che è il nuovo tasso sui depositi. Quella che si è svolta giovedì è stata la prima delle sette aste di rifinanziamento della Tltro-III, l’ultima delle quali è in agenda nel marzo 2021.

Bene, come è andata? L’ammontare assegnato è stato ben inferiore alle attese della vigilia, le quali indicavano una cifra compresa fra i 20 e i 100 miliardi di euro. E l’adesione? All’ultima asta avevano aderito 474 banche. A quella di giovedì, 28 appunto. Ora, l’effetto psicologico va messo in conto, soprattutto in tempi come questi. Se ti metti in fila e mostri anche un rivolino di bava alla bocca, i mercati ti fotografano e puoi stare certo che alla prima occasione finirai nel mirino di scommesse al ribasso, poiché nella mentalità un po’ contorta della finanza, presentarsi giovedì a Francoforte equivaleva ad ammettere di essere nei guai. Però, c’è un discrimine.

La questione sarebbe capibile, addirittura sensata, se ci trovassimo di fronte a un episodio spot e limitato: per capirci, se l’unica mossa messa in campo dalla Bce fosse quella delle aste di rifinanziamento, senza ritocco dei tassi e, addirittura, nuovi acquisti diretti dal 1 novembre. Ma trattandosi solo di una delle armi presenti nell’arsenale, è ancora accettabile la vulgata della diserzione volontaria del primo appuntamento per “non dare nell’occhio”? A mio avviso, no. Perché oltre all’onnicomprensività del pacchetto presentato da Mario Draghi, c’è anche dell’altro: quell’asta avveniva dopo la riunione del Comitato monetario della Fed e, soprattutto, in piena crisi di liquidità del sistema bancario Usa, tanto che da martedì a ieri compreso la stessa Federal Reserve ha dovuto dar vita a quattro aste repo consecutive ed emergenziali, iniettando nel sistema 278,2 miliardi di dollari complessivi per cercare di riportare la calma sul mercato interbancario. Quindi, un’ammissione di debolezza e difficoltà plateale da parte del comparto concorrente americano: perché allora snobbare così tanto la Bce? Forse le banche europee stanno meglio di quelle Usa, così bene da potersi permettere di fare a meno – almeno per ora – della liquidità a bassissimo costo che Francoforte mette a disposizione?

Vista la quantità di aumenti di capitali, discussioni su fusioni, detenzioni di debito sovrano monstre, creazioni di bad bank e nodo delle sofferenze ancora in gran parte irrisolto, mi verrebbe da dire di no. Temo che il problema sia, per così dire, politico: le banche non vogliono pagare per il denaro che prendono dalla Banca centrale, poiché ormai lo percepiscono come qualcosa di dovuto, come parte integrante del nuovo regime in atto. E, signori, la cosa ancora più grave che ci dicono quei risultati d’asta, soprattutto se verranno confermati nel tempo, è che gli stessi istituti hanno la volontà di fare tutto, tranne che immettere denaro nel sistema dell’economia reale. Altrimenti, avrebbero sfruttato la finestra offerta dalla Bce e beneficiato dell’ulteriore sconto applicato a chi interviene maggiormente sul meccanismo di trasmissione del credito. Invece, il deserto.

Ripeto, se il tempo confermerà il trend, occorre farci una domanda: come pensa l’Europa di fronteggiare il rallentamento/recessione alle porte e un possibile acuirsi del conflitto commerciale, se le banche non prestano denaro, pur ricevendolo a costo praticamente nullo? Direte voi, i tassi negativi sono in vigore dal 2014 e hanno eroso molta profittabilità. Vero, per l’esattezza 23 miliardi di euro in cinque anni. A fronte di quali cifre, però? A quanto ammontano, ancora oggi, le detenzioni di debito sovrano delle nostre banche? E quanto ha giocato con il fuoco dell’investment banking Deutsche Bank, per essere costretta a mettere in saldo tutti gli assets a rischio che ha attraverso una bad bank che vale 5 volte la sua capitalizzazione e si pensa di ampliare ulteriormente?

Per questo parlo di “problema politico”: perché se è vero che il sistema bancario è fondamentale e chi grida alla ghigliottina è solo un irresponsabile (spesso con il mutuo per la casa acceso presso la filiale della Banca di Roma della Camera dei Deputati, a condizioni a dir poco favorevoli), è altrettanto chiaro che ora qualcuno deve pagare e rendere conto. È inevitabile, altrimenti il gioco dell’azzardo morale non finirà mai e continueremo a vivere così, Qe dopo Qe, come tossicodipendenti da credito gratis. E così non funziona. Quantomeno, se dobbiamo accettare questo abominio, almeno parte di quel denaro stampato dal nulla finisca nelle tasche di chi crea davvero lavoro e occupazione, di chi muove i consumi: invece, finisce in Btp o in scommesse speculative.

Forse, è giunto il momento di farla finita. Perché signori, in vista della partenza del Qe vero e proprio in novembre, in effetti negli Usa un retropensiero comincia a circolare. E se il lavoro di “ripulitura” dei bilanci e fornitura di liquidità alle banche americane, posto in essere emergenzialmente negli ultimi quattro giorni con le aste repo ma negato da Jerome Powell nella sua forma strutturale e sistemica di nuovo Qe, la Fed volesse metterlo in conto – almeno finché dura – alla controparte europea? La quale, scaricati assets presso l’Eurotower in seno al nuovo programma di stimolo, potrebbe andare Oltreoceano a comprare Treasuries al fine di restare nella medesima asset class, come accaduto durante il primo round di Qe europeo.

Leggetelo il documento che ho allegato, è istruttivo: si tratta dell’intervento di Benoit Coeuré, membro del board Bce, al Foreign Exchange Contact Group dell’11 luglio 2017. Insomma, a Qe europeo ancora in corso. E cosa dice? Certifica lo schema di operatività che ho appena descritto, noto in gergo finanziario come beggar-thy-neighbor e attraverso il quale la Bce si garantì l’indebolimento implicito del tasso di cambio dell’euro, visto che con il denaro incamerato i venditori statunitensi si trasformarono a loro volta in acquirenti di debito corporate europeo, divenuto a buon mercato e a prezzo d’occasione. In parole povere, nel corso del programma di stimolo europeo, si osservò uno scostamento di allocazione dei portafogli di investimenti dei soggetti che beneficiano del Qe, leggi le banche europee. Le quali piazzavano assets presso la Bce e con il denaro (assicurato) che incameravano si guardavano bene dall’operare in sede di trasmissione del meccanismo del credito nell’eurozona, ma, in gran parte, acquistavano dalle controparti d’Oltreoceano i Treasuries che queste ultime mettevano in vendita, così da restare allocati nella medesima asset class (vendo bond alla Bce e con quanto incamerato, compro bond americani). Gli americani, a loro volta, utilizzavano gli euro ricevuti per il deal al fine di acquistare bond corporate europei, divenuti nel frattempo a prezzo molto interessante: perché? Perché questo schema di allocazione, di fatto, garantiva la svalutazione dell’euro sul dollaro. Ciò che Trump teme più di tutto, che alla Fed non vogliono e che Mario Draghi nemmeno troppo segretamente spera ancora di ottenere, stante il conflitto commerciale che sta ammazzando l’export europeo e nonostante le smentite ufficiali.

E se questa volta agli americani, Banca centrale in testa, questo giochino da “pranzo gratis” non andasse bene? Oltretutto, avendo in mano due leve: primo, una Fed che a differenza della Bce ha ancora in arsenale l’annuncio di nuovo Qe tout court. Secondo, un conflitto commerciale con la Cina di cui, almeno al 50%, si muovono direttamente i fili. Se così fosse, Madame Lagarde potrebbe ritrovarsi in dote più grattacapi di quanto non si immagini. E Jerome Powell vedersi clamorosamente riabilitato, dopo mesi da Monsieur Malaussène delle Banche centrali. Mai come oggi, nulla è ciò che appare.

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