SPY FINANZA/ La follia dei mercati azionari dietro la speculazione sul Bitcoin

- Giovanni Ricci

Il valore del Bitcoin è cresciuto enormemente. Non per ragioni legate all’inflazione, ma per i rialzi immotivati dei mercati azionari

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Lapresse

La criptovaluta Bitcoin è stata creata nel 2009 da un misterioso e indefinito personaggio. Al suo debutto veniva valutata 0,10 dollari circa. Nei giorni scorsi è stata superata la soglia dei 60.000 dollari. A dirsi, in 12 anni un aumento di 605.000 volte, pari a 60,5 mln % (follia pura); il tasso medio annuo sarebbe del 5 mln % circa (infatti, l’aumento di 1 volta di una grandezza qualsiasi corrisponde al 100% di aumento, questo spiega i numeri di prima). Già questo dato “ex abrupto” dà l’idea della folle ipotesi di agganciare il valore di Bitcoin a un tasso qualsiasi di inflazione atteso.

Infatti, dal 2008 (anno di inizio della grande crisi finanziaria dei subprime negli Stati Uniti) le due maggiori banche centrali del mondo, Fed e Bce, hanno aumentato i fino a oggi loro bilanci nel passivo – cioè le emissioni monetarie – di circa il 400/500%, passando in numeri assoluti da 1.000 miliardi di euro circa a 5.000 miliardi di euro per la Bce (valori non troppo dissimili in dollari per la Fed). È lampante che un incremento di 60,5 mln % a fronte di un aumento della base monetaria del 400/500% è del tutto fuori linea; in effetti richiederebbe un aumento della velocità della circolazione della moneta a livello mondiale di 121.000 volte (stante perlomeno valida la teoria quantitativa della moneta, non precisa ma robusta e di assai); valori inconcepibili, del tutto ridicoli. Oltretutto anche a livello di server informatici andrebbe tutto in tilt. Quindi la narrazione ufficiale dell’incremento di valore di Bitcoin è palesemente erronea; può essere resa falsa di proposito da parte di speculatori esperti che stanno mettendo in piedi “una quasi truffa”, oppure essere creduta vera da parte di ciarlatani e da parte di persone e ambienti digiuni di macroeconomia e di finanza.

Va fatta però una prima importante precisazione: come sono legate tra loro inflazione e velocità della moneta? Sono legate dalla relazione (almeno nella versione originaria della teoria quantitativa), nel seguente modo: P (prezzi) * R (redditi prodotti nell’anno) = M (base/massa monetaria monetaria 2) * V (velocità di circolazione della moneta); dall’equazione in oggetto, si vede come i prezzi (P) aumentino all’aumentare della base monetaria (o in base all’aggregato massa monetaria M2) e della velocità della moneta, anche in maniera simultanea tra esse; a dirsi, aumentano contemporaneamente velocità e massa monetaria.

Cosicché per addentrarci nel merito della questione, tocca analizzare la velocità di circolazione della moneta (cioè quante volte un’unità di moneta cambia di mano nel tessuto produttivo e di consumo nel tempo di un anno), la quale grandezza figura come dato certo sia nell’identità contabile (cioè confermata ex post, altrimenti detto alla fine del ciclo annuo del reddito nazionale prodotto), sia come variabile da determinare nell’equazione della domanda globale (cioè ex ante, quando è noto solo ciò che viene programmato e i dati certi dell’annualità passata).

Sono di importanza fondamentale ambedue le prospettive (ex ante ed ex post), però ben più efficace e desiderata è la conoscenza della velocità della moneta come variabile e cioè all’inizio del ciclo; il perché di questo aspetto risiede nel fatto che stimare in maniera precisa la velocità della moneta, significa aver determinato il tasso di interesse, sia nella componente nominale che in quella reale.

Il tasso di interesse (più precisamente l’aggregato dei principali tassi di interesse, i quali a loro volta determinano la forma e l’ampiezza nel tempo della curva dell’interesse) è la bussola fondamentale della macroeconomia, in quanto compara la ricchezza attuale a quella futura, e da tale punto di vista la lettura più probante – almeno per lo scrivente – della curva degli interessi è quella di tipo ascendente: tassi di interesse di lungo periodo più alti di quelli di breve periodo.

In effetti il futuro è del tutto incerto rispetto al presente immediato, quindi è molto intuitivo che un bene simile per utilizzo e tecnologia adoperata, se è disponibile nel futuro debba costare molto di più di uno del presente; per antonomasia il bene più direttamente trasferibile nel tempo e simile a se stesso è la moneta; pertanto un’unità di moneta del futuro deve essere più cara della moneta presente oggi: questa differenza è l’interesse come somma differenziale, diventa tasso quando si rapportano somme future a somme presenti: per esempio, 1.000 euro di oggi, tra dieci anni sono 1.200 euro, 200 euro l’interesse guadagnato; il tasso di interesse: 1.200/1.000 = 20% in dieci anni, circa 2% annuo (precisamente 1,83% a tasso composto). Va fatta però una precisazione di metodo e di merito: la grandezza tasso di interesse così lampante nel suo significato immediato è uno dei terreni di più aspra contesa teorica nel suo significato, nominale e/o reale (aspetti questi non possibili da approfondire in questo articolo). 

A questo punto possiamo cercare di sintetizzare pur tra mille imprecisioni il legame tra velocità della moneta e interesse: più alto è il tasso di interesse, più alta deve essere la velocità della moneta, in quanto, dato che l’interesse sul mercato attrae moneta non per le attività di consumo e di produzione, ma per fini speculativi, la restante moneta che serve alle transazioni deve girare più velocemente in quanto c’è n’è di meno per le transazioni Và però rimarcato per correttezza, che le teorie sono molte, in questa sede viene esposta quella che è ritenuta più aderente alle convinzioni di chi scrive (comunque, in ambito accademico è tra le generaliste).

Allora, giunti a questo punto, possiamo affermare che la mancata presenza di inflazione al momento favorisce una bassa velocità della moneta, dato che la bassa inflazione si riflette in tassi di interesse nominali nulli o bassissimi; d’altra parte, però, i bassi tassi di interesse ci dicono che il presente attuale è visto identico al futuro, e pertanto siccome al momento non c’è crescita si ha l’aspettativa in questo momento che mancherà crescita anche per il futuro.

Questo è il tipico scenario di depressione – e in più, il Covid-19 ha dato una batosta fondamentale alle già oscillanti e stantie previsioni di crescita ex ante; cosicché per tale via lo strumento principe come indicatore sarebbe il mercato azionario; solamente che, in maniera del tutto contraddittoria e illogica, il mercato azionario delle principali borse mondiali accresce in maniera enorme il valore delle aziende quotate, senza che queste all’orizzonte vedano crescita; cioè con tassi di interesse nulli (negativi i tassi reali, cioè depurati dalla pur minima inflazione), perché non c’è ricchezza aggiuntiva consistente attesa per gli anni a venire, le aziende aumentano il loro valore.

Tocca rendere più chiaro che più alti sono i tassi di interesse di lungo periodo, e più le somme prese a prestito da un’impresa costano; ma l’impresa è disposta a pagare tassi di interesse alti nel futuro, se alte sono le sue aspettative di crescita; questa argomentazione spiega perché più alti sono i tassi di interesse, più alte sono le attese di crescita, e quindi la capitalizzazione dei valori azionari.

Come si spiega questo paradosso? La liquidità da Qe della Bce e le politiche monetarie di alleggerimento della Fed, pur non nelle intenzioni volute da parte di queste istituzioni, è andata a creare la spirale di bolle finanziarie dei mercati azionari; ed è in questo scenario che nasce e si alimenta la speculazione su Bitcoin: soprattutto da marzo 2020 in avanti ha assunto dinamiche procicliche con gli andamenti dei mercati azionari.

(1- continua)

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