SPY FINANZA/ La mossa chiesta all’Italia per salvare banche e spread

- Mauro Bottarelli

La Bce e la Commissione europea sembrano in grado di evitare il peggio per l’Italia. Purché vengano fatte precise scelte politiche

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Cosa succederà oggi al Senato? Nel momento in cui scrivo questo articolo, tutto appare possibile. Dalla follia di un ripensamento della crisi e un ritorno del Governo giallo-verde (di fatto, mai decaduto) fino a ipotesi di esecutivi di transizione o l’extrema ratio del voto anticipato in autunno. Francamente, poco mi importa di fare il rabdomante: la politica e i suoi giochini parlamentari e di strategia d’Aula non mi hanno mai appassionato. E, soprattutto, non sono il mio campo. Di certo c’è soltanto che quanto vi avevo anticipato la settimana scorsa è accaduto: nel pieno dell’ennesima crisi legata al tema immigrazione, è esplosa una pelosa e strumentale corsa alla solidarietà europea. Prima la Spagna e poi anche la Francia hanno aperto le loro braccia a Open Arms, ovviamente con l’unico intento di fare bella figura e mettere in cattiva luce a livello europeo il ministro Salvini, nel momento per lui più delicato.

Non a caso, non solo Madrid ha offerto come prima ipotesi un porto a 956 miglia nautiche da Lampedusa, in netto contrasto con la narrativa dell’emergenza non più rinviabile a bordo della nave della Ong iberica, ma, a stretto giro di posta, la municipalità di Barcellona ha sbugiardato lo stesso Premier, Pedro Sanchez e la sua apertura, dicendo che già due settimane fa la capitale catalana si era detta disposta ad accogliere i 134 migranti, senza che il Governo centrale garantisse il necessario via libera ufficiale. Insomma, se può non piacere l’atteggiamento del titolare del Viminale sulla questione immigrazione, altrove non splendono certo esempi di virtù, solidarietà e disinteresse. Anzi. Ma, come vi dico da tempo, siamo dentro un Matrix europeo che ha come unico riferimento i nuovi assetti post-26 maggio. Quindi, tutto appare normale. Anche ciò che palesemente non lo è.

Tutto fa riferimento al patto non scritto che ha portato all’elezione di Ursula von der Leyen a capo della Commissione Ue, di fatto il vero atto primigenio di rottura degli equilibri nell’esecutivo italiano. E un atto che, esattamente come l’esplosione di solidarietà europea di queste ore, di spontaneo non ha proprio nulla. Anzi. Non a caso, la von der Leyen ha scelto un fedelissimo di Viktor Orban come membro della sua pletora di vice-presidenti, in quota Ppe: un segnale più che chiaro ai sovranisti. Come, d’altronde, la sparizione totale dai radar politici – come sempre accaduto dopo ogni sterile exploit politico che ha compiuto – di Marine Le Pen e del suo movimento in perenne mutazione nominalistica. Doveva essere l’alleata di ferro di Matteo Salvini per scardinare l’Europa, invece è evaporata.

Se penso agli editoriali di certi “analisti” subito dopo il voto di fine maggio, quando la sua vittoria sul partito di Emmanuel Macron per una frazione percentuale veniva letta come l’atto preparatorio alla presa della Bastiglia 2.0… L’Europa ha stretto un patto con M5S e con la sua punta di diamante, ovvero il premier Giuseppe Conte. Il quale prima ha creato il suo network di buoni rapporti (ricorderete il fuori onda al bar con Angela Merkel) e poi ha tranquillamente operato in collaborazione silente con il Quirinale per orientare la politica italiana sul giusto binario: ovvero, garantire i numeri alla von der Leyen per dar vita alla sua Commissione, rintuzzando ogni minimo assalto sovranista al fortino. Missione compiuta, visto che l’accoppiata Salvini-Le Pen è rimasta con la bocca totalmente asciutta in sede di nomine.

Ora, però, la questione si complica. La recessione Usa è ormai alle porte, è realtà acclarata e certificata dai numeri, in primis quelli quasi sempre infallibili dei tassi a 2 e 10 anni invertiti sulla curva dei rendimenti. E la Bce non ha perso tempo, mandando a quel Paese tutte le promesse e gli annunci dell’inverno e rimettendo in pista tutto l’armamentario di stimolo per puntellare l’eurozona. D’altronde, questo grafico parla chiaro: quando anche la stampa tedesca, nella fattispecie l’austero Die Welt, mette in evidenza come il sotto-indice bancario del benchmark equity europeo, l’EuroStoxx 600, sia in zona di rischio crollo, significa che le cose vanno davvero male.

Lo hanno fatto lo scorso weekend, sintomo che il silenzio non poteva più essere utilizzato come arma: l’opinione pubblica andava non solo informata, ma spaventata. In modo che, quando arriverà il momento, anche le decisioni più estreme e meno “rigoriste” saranno accettate in virtù dell’emergenza. Guarda caso, Olli Rehn ha sentito – prima dell’arrivo del fine settimana – il bisogno di rendere noto a tutti che a metà settembre, proprio la Bce sorprenderà tutti con l’ampiezza del suo intervento a sostegno dell’economia dell’eurozona (tradotto, le Borse e le banche). Asticella alzata, come da necessità contingente. E Mario Draghi, ormai con il trolley in mano, non deluderà per la seconda volta i mercati. Guarda caso, ieri mattina in apertura di contrattazioni, Deutsche Bank e Commerzbank al Dax salivano rispettivamente del 4% e 3,5%, salvo poi limare i guadagni, ma restando sopra il 2%. Signori, nel fine settimane non è giunto alcun annuncio da parte loro, erano le stesse, identiche banche in caduta libera di 48 ore prima. Di diverso c’era stata solo la rassicurazione ufficiale e formale della Bce dell’intervento monstre, del nuovo bazooka. E torna il sereno, per l’ennesima volta.

Insomma, è tutto un gioco di metadone di Stato e Banche centrali al timone. La politica deve limitarsi a non compiere troppi errori e non indulgere in eccessi: il resto, è in mano ai signori dello spread. E al riguardo, tanto per mettere in prospettiva quanto accadrà oggi al Senato con le dinamiche generali dentro le quali la crisi italiana si va a incastonarsi, questi due grafici parlano più di mille mie parole: non solo ormai i rendimenti dei Bund tedeschi sono più bassi addirittura di quelli giapponesi, ovvero della patria del Qe perenne e strutturale, ma anche due recenti candidate al default (parliamo del 2011, infatti, non del 1879 e con un bel salvataggio bancario da 50 miliardi in mezzo) come Portogallo e Spagna vedono i loro decennali ormai sotto zero. Tra poco, vista l’aria che tira, il “privilegio” di detenere debito sovrano iberico e lusitano costerà al possessore addirittura una perdita, in partenza.

Siamo alla follia totale, da questo manicomio che chiamano realtà non si potrà uscire che con le ossa rotte, sul medio termine. E l’Italia non fa eccezione, perché a parte una singola fiammata nel primo giorno di presunta crisi di governo, il nostro spread è rimasto fermo e placido come un lago alpino, salvo addirittura ritracciare in area 200 dopo le parole di Olli Rehn al Wall Street Journal. Ma attenzione, però. Perché il nostro spread verso proprio Spagna e Portogallo, quello che conta davvero, è ancora alto e prezza di fatto la criticità maggiore: ovvero, un piano di normalizzazione europeo della politica italiana che vada fuori controllo ed esca dai binari prefissati. Gli stessi su cui ha accettato di buon grado di muoversi dallo scorso giugno M5S, anche alla luce dei risultati delle europee e dei sondaggi devastanti nei confronti dell’alleato leghista, in caso di rapido ritorno alle urne.

Non a caso, domenica scorso su Il Messaggero, Romano Prodi benediva e auspicava una “coalizione Ursula”, un nuovo esecutivo di legislatura a forte impronta europeista che nascesse, di fatto, proprio dalle ceneri ancora caldissime dell’accordo in sede Ue per portare la von der Leyen alla guida della Commissione. Lo stesso organismo che dopo aver soprasseduto sulla procedura di infrazione e aver blandito Fitch, affinché evitasse il nostro downgrade, potrebbe chiudere un occhio su deficit, flessibilità e addirittura clausole di salvaguardia e aumento Iva, se in cambio verrà messo in quarantena il “cancro” salviniano. Altrimenti, attenzione al nostro spread verso Spagna e Portogallo, le novelle prime della classe.

Direte voi, non è democratico questo principio. Perché, pensate ancora di vivere in una democrazia? È il Qe strutturale, bellezza! Ogni peccato è perdonato, come in un Giubileo laico dei conti e degli eccessi. Ma occorre sottostare a delle regole. Perché per quanto noi si possa gridare contro l’ennesimo salvataggio del comparto creditizio tedesco e dei suoi giochi pericolosi, alla fine noi siamo nelle stesse condizioni. Forse peggiori, al netto di enormi detenzioni bancarie di debito sovrano – il doom loop – e sofferenze ancora a bilancio. Altrimenti, se vuoi anche il lusso di decidere da solo, te lo scordi il salvataggio perenne della Bce. Perché se è vero che Olli Rehn ha gettato la ciambella a Deutsche Bank e Commerzbank, occorre anche ricordare che nelle stesse ore l’Eurotower dava via libera al piano di salvataggio di Carige, nonostante il principale azionista – il gruppo Malacalza – ancora non avesse rotto gli indugi. Sulla fiducia, insomma. E, stranamente, alla vigilia del passaggio parlamentare di oggi e domani della crisi.

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