SPY FINANZA/ L’ultimo Qe prepara Draghi al Quirinale e Renzi al governo

- Mauro Bottarelli

Questo Quantitative easing servirà unicamente come camera di compensazione per gli scossoni che arriveranno da qui alle presidenziali Usa

Mario Draghi
Mario Draghi (Lapresse)

Non so se avete notato, ma è finito in fretta l’entusiasmo per il nuovo Qe annunciato dalla Bce. E non parlo della Borsa pavloviana o dello spread, quest’ultimo destinato a restare narcotizzato per un po’ grazie al combinato di re-investimento titoli e nuovi acquisti: parlo del clima di salvezza del mondo, di pericolo scampato, di day after. Non a caso, il capo monetarista dell’Eurotower e braccio destro del governatore uscente, Benoit Coeuré, ieri ha parlato chiaramente di rischi al ribasso che permangono e anzi peggiorano, invitando i Paesi con spazio di manovra fiscale a investire. Ma perché questo sentiment da resa, da ultimo assalto andato parzialmente a vuoto?

Perché Mario Draghi ha bluffato. E qualcuno è andato a vederlo, quel bluff. Non in sede di Consiglio, lì i falchi si sono limitati a un’opposizione formale, ma non da barricate. Come quando una vecchia gloria, durante la sua partita di addio, ti fa un tunnel irridente: l’istinto sarebbe quello di fargli sentire i tacchetti, ma poi, ragionando, capisci che per lui è l’ultima apparizione. E tieni il tuo tackle più duro ed efficace per un’altra occasione, per quando sarà davvero utile, per quando conta davvero. E non manca molto. Perché quando i microfoni della conferenza stampa di Mario Draghi ancora gracidavano, Jefferies International pubblicava questa tabella, tanto impietosa quanto rivelatrice.

SuperMario aveva appena fatto l’ultimo, enorme regalo all’Italia, comprandole altri mesi di tregua dallo spread. Perché i numeri, a differenza delle chiacchiere, non sono soggetti a interpretazione: in base al controvalore di 20 miliardi al mese di acquisti annunciato dalla Bce e al criterio di capital key sulle emissioni pro quota per i vari Paesi (non modificato nell’ultimo board), il nuovo ciclo di Qe formalmente garantisce al nostro Paese e al suo debito mesi e mesi di schermatura, grazie agli acquisti da parte di Francoforte. I Bund, invece, solo 10 mesi di acquisti eligibili in base alla norma del 33%. Finiti i quali, il board che all’epoca sarà guidato da Christine Lagarde dovrà riunirsi per decidere cosa fare: alzare quel 33% al 40%, come ipotizzato da Jefferies nei suoi calcoli?

Così facendo, i mesi di acquisti di Bund garantiti in base alla capital key sulle emissioni sovrane diventerebbero 31, due anni e mezzo. Per l’Italia, invece, addirittura 158 mesi. E si sa, formalmente Mario Draghi ha detto che il Qe andrà avanti fin quando necessario, fino allo stimolo dell’inflazione su livelli saldamente prossimi al 2%: oggi siamo all’1% e nessuno pensa di poter raggiungere un risultato simile in meno di un anno e mezzo, se non due.

Il problema è: in quanti, a quel punto, rinunceranno ancora ad affondare il tackle scivolato che avevano tenuto in serbo, mettendosi di traverso all’ampliamento della base proporzionale della capital key? E dopo aver ceduto al nuovo Qe, l’ultimo di Mario Draghi, difficilmente i falchi accetteranno una nuova sconfitta. Quanto meno, non senza combattere questa volta.

Mario Draghi ha mentito, oltre che bluffato sulla durata reale di quel Qe. Ha mentito spacciando la versione edulcorata dell’unanimità all’interno del board riguardo alle misure decise: lo conferma, non smentita, la precisa ricostruzione fatta da Bloomberg già l’altra sera, in cui si parla di “una rivolta senza precedenti in seno al Consiglio”.

E a stretto giro di posta, ecco che sempre Bloomberg pubblicava un’intervista con il nuovo governatore della Banca centrale austriaca e nuovo membro del board Bce, Robert Holzmann, il quale diceva chiaro e tondo che quanto deciso era un errore, a cui si dovrà porre rimedio sotto la nuova presidenza Lagarde.

Germania, Austria, Olanda e anche un’inattesa Francia stanno preparandoci la fine della pacchia, per usare un’espressione cara all’ex ministro dell’Interno. Certo, lo spread non ci darà problemi per un po’ (a meno che le eccelse menti economiche dei Cinquestelle non superino loro stesse con proposte esotiche) e forse la Commissione si berrà la panzana degli introiti alla lotta contro l’evasione fiscale come voce attiva nel prossimo Def, al fine di evitarci l’aumento dell’Iva.

Ma poi sarà finita, scordiamoci lo scorporo degli investimenti green dal computo del deficit, scordiamoci la flessibilità, scordiamoci Quota 100 o altri interventi simili: quello che ha appena nominato una vergognosa pletora di sottosegretari e viceministri è, come vi ho detto subito, il governo ponte dei curatori fallimentari della Terza Repubblica abortita, in attesa dell’avvento dell’era Draghi. La Quarta.

Perché signori, l’idea è quella: SuperMario al Quirinale, Matteo Renzi a Palazzo Chigi e un insospettabile al Mef, la perfetta quadratura bipartisan del cerchio di una nuova Italia. È tutto scritto, piaccia o meno, soprattutto a Romano Prodi e alle sue mire per un fine carriera quirinalizio, spalleggiato in questo dalla maggioranza zingarettiana del Pd, dai cascami della sinistra più estrema e dai disperati in cerca d’autore del fu centro politico, oggi sedicenti “moderati”.

Questo Qe servirà unicamente come camera di compensazione per gli scossoni che arriveranno da qui alle presidenziali Usa, perché state certi che la Fed la prossima settimana si metterà in condizione di far accadere qualcosa. Cosa me lo fa pensare? No, non i tweet da stalker di Donald Trump, bensì l’ultima notizia giunta ieri da Pechino: le autorità cinesi hanno varato una nuova lista di prodotti statunitensi che saranno esentati temporaneamente dai dazi. E sapete quali sono le categorie merceologiche che godranno particolarmente di questo regime di distensione, di questo gesto di buona volontà in vista dei nuovi colloqui previsti a Washington la prossima settimana? Carne di maiale e soia, ovvero ciò che sta facendo salire l’inflazione interna in Cina e sta contemporaneamente massacrando gli agricoltori americani.

La tregua perfetta di due pugili che, ormai suonati come Rocky e Apollo, decidono di rifiatare un po’, visto che l’intento spettacolare è stato raggiunto e l’incontro è – di base – combinato. Nulla capita a caso, né le elezioni di un improbabile tycoon alla Casa Bianca, né le guerre commerciali, né le cadute agostane e balneari dei governi. Fidatevi. E buon fine settimana.

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