SPY FINANZA/ Qe, la cura che ci sta uccidendo

- Mauro Bottarelli

La vera malattia che rischia di ucciderci, economicamente parlando, sono i programmi di Qe che ci avevano spacciato come unica fonte di salvezza

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LaPresse

Fino a oggi, mi sono affidato alla scienza. E mi sono ben guardato dal dare giudizi rispetto all’operato delle istituzioni in tema di emergenza sanitaria, non avendo le competenze richieste per aprire bocca al riguardo. Ora, però, permetterete che dica la mia. Brevemente e, in tutta onestà, ancora scosso dalle scene da day after a cui ho assistito domenica pomeriggio al supermercato. Come si può chiedere alla gente, di suo già emotiva e impressionabile, di reagire in maniera razionale quando due virologi se le danno di santa ragione (a livello scientifico e simbolico, ovviamente)? Proprio domenica, infatti, la direttrice del laboratorio di Microbiologia clinica, Virologia e Diagnostica delle Bio-emergenze dell’ospedale Sacco di Milano, Maria Rita Gismondo, ha pubblicato un post su Facebook dicendo chiaro e tondo che stiamo assistendo a una follia collettiva, poiché “abbiamo scambiato un virus che è poco di un’influenza per un’epidemia”. A stretto giro di posta, il virologo molto social Roberto Burioni, plaudiva invece alla decisione di chiudere le scuole e chiedeva che venisse praticato ii tampone a tutti coloro i quali presentassero febbre anche a 37.5 di temperatura, tacciando implicitamente e spregiativamente di irresponsabilità “la signora del Sacco”.

Ora, vi chiedo: io, ignorante assoluto in materia, a quale dei due virologi devo credere? Chi ha ragione e chi torto? O la verità, forse, sta nel mezzo come al solito? In quel caso, non sarebbe stato meglio che entrambi evitassero di rendere note le loro posizioni antitetiche ed estreme? Perché è comodo tacciare sempre il giornalista di sensazionalismo o fraintendimento, gettandogli addosso al croce del procuratore di allarme: se la stampa dovesse far conto sulle parole di Gismondo e di Burioni, pronunciate a poche ore le une dalle altre, a chi dovrebbe dare priorità e credibilità, nel suo resoconto di informazione al lettori? A entrambe, direi, essendo due esperti. E vi stupite che poi la gente prenda d’assalto i supermarket o non esca più di casa, nemmeno per buttare la spazzatura?

In compenso, in ossequio al clima da allarme preventivo, le città sono in regime di semi-coprifuoco. E Milano, per la prima volta in assoluto, ha vissuto una “Settimana della moda” decisamente sottotono: senza acquirenti cinesi e asiatici, con le sfilate a porte chiuse e senza eventi mondani di particolare rilievo. Basso profilo da prevenzione. In sé, poco cambia. Perché il danno a uno dei comparti più importanti del nostro made in Italy, quello del lusso, ormai è fatto: guardate questo grafico, il quale ci mostra come il settore “abbigliamento e accessori” dell’indice benchmark globale della Reuters, RTRS World Stocks, sia già in netta biforcazione dal listino generale.

E guardate la correlazione storica fra i due: cosa dite, sarà più facile in prospettiva che la linea rosa inverta la sua rotta e punti di nuovo verso l’alto o che quella nera perda di supporto e vada in re-coupling al ribasso? E lasciate stare la reazione pavloviana delle Borse europee di ieri mattina, ampiamente preventivabile in un mondo di Banche centrali, balle e algoritmi. Il problema è serio: la clientela cinese, lo scorso anno, ha pesato per oltre il 40% dei 303 miliardi di dollari speso globalmente in beni di lusso. E non cadete nel facile tranello populista e provincialotto del ritenere quel settore un qualcosa che fa riferimento alla nicchia dell’1% di miliardari che, comunque vada, cadono sempre in piedi: abiti, borse e scarpe hanno bisogno di conciatori della pelle, sarte, addetti alla cucitura, al trasporto, alla vendita in negozio. Lavoro, insomma. E se per caso, come pare in queste ore concitate, il Nord Italia dovesse apporre alle proprie porte il simbolico cartello recante la scritta “Chiuso per epidemia”, il Pil del nostro Paese sarebbe spacciato.

Già, in condizioni normali, la Commissione Ue ha certificato che nel 2020 saremo gli ultimi dell’eurozona, con percentuale risibile dello 0,3% di crescita: e ora, quali prospettive? Solo la Lombardia pesa per il 20% e passa del Prodotto interno lordo nazionale: quali ricette ci sono all’orizzonte, al netto delle diatribe fra virologi e la chiusura di pub e discoteche? La questione, questa sì, è decisamente seria. Anche perché, dati alla mano che giungono dalla Cina, a oggi il 90% delle province cinesi che garantiscono a loro volta l’80% dell’export sono ferme: dalle vacanze per l’anno nuovo è tornato nelle grandi città solo il 23% di chi le aveva lasciate, contro il 93% dello stesso periodo dello scorso anno. Paese bloccato, fabbriche chiuse, produzione ferma. E una Banca centrale che, a oggi, ha già iniettato nel sistema oltre 5 triliardi di yuan (750 miliardi di dollari) unicamente per tenere a galla la Borsa, visto che un’eventuale sell-off generalizzata sugli indici del Dragone oggi farebbe precipitare del tutto il Paese nel caos.

Guardate questo grafico, contenuto nell’ultimo studio pubblicato da Nomura sull’impatto della pandemia cinese nel quadro economico interno (e, di conseguenza, globale): l’indice EPMI è quello che traccia le performance delle aziende high-tech cinesi ed è strettamente correlato al dato generale del Pil del Dragone. Nella rilevazione di febbraio è precipitato a 29.9 da 50.1 di gennaio, il livello più basso dalla sua introduzione che risale all’inizio del 2014.

Stando ai calcoli di Nomura, “anche prendendo in esame un aggiustamento legato alla stagionalità e una parziale riattivazione della produttività, il dato finale di febbraio non andrà oltre quota 35”. Il che significa solo due cose. Primo, il Pil cinese nel primo trimestre non supererà il 3,5%. A essere ottimisti e al netto dei magheggi di Pechino. Secondo e più importante, l’ipotesi avanzata da Xi Jinping e confermata indirettamente da Donald Trump di un’emergenza che sarebbe rientrata nei suoi picchi più drammatici da metà marzo in poi, appare quantomeno irrealistica. E poi, il dubbio: se meramente per tenere a galla gli indici azionari, a fronte di un’economia reale talmente ferma da non necessitare prestiti o altre forme di sostegno, la Pboc ha già dovuto immettere il suo quantitativo record di stimolo monetario aggregato nell’ultimo mese, cosa dovrà inventarsi per riattivare la macchina produttiva e tornare a un livello di crescita ormai ritenuto strutturale dalle dinamiche mondiali di Pil e dalle catene di fornitura e intermediazione produttiva globale?

Perché oltre a essere bloccata al suo interno, Pechino non sta fornendo componentistica nemmeno alle aziende del resto del mondo che da essa dipendono: con un freno come quello posto dal Pil cinese a quello mondiale (17% del totale), dove andremo a finire non avendo altra locomotiva cui attaccare i vagoni della crescita per cercare di non deragliare? Forse ai record quotidiani a colpi di buybacks e aste REPO di Wall Street? Signori, piaccia o meno, stavolta il Re è davvero nudo. Attenzione, perché il mitologico hard landing dell’economia cinese, l’esplosione della bolla che per anni ha tenuto impegnati economisti di tutto il mondo in dotti quanto astratti dibattiti accademici, potrebbe essere prodromicamente alle porte. La prova generale di un nuovo assetto e di un nuovo equilibrio: il mondo dell’helicopter money e delle Banche centrali come unici centri di comando e direzionamento.

Forse, il 2008 è stato soltanto uno stress test destinato a creare le condizioni per questo redde rationem così estremo, ma, al tempo stesso, “accettabile” nella sua fatalità, essendo ufficialmente causato da un evento esogeno e imprevedibile come una pandemia. Ma la vera malattia che rischia di ucciderci, economicamente parlando, sono i programmi di Qe, paradossalmente quelli che ci avevano spacciato come unica fonte di salvezza. Tutto comincia ad andare al proprio posto, le tessere combaciano nel mosaico, dopo giorno dopo. E il bello, metaforicamente parlando, deve ancora venire.

Non ci credete? Perché allora Global Times, il giornale ufficiale del Partito comunista cinese, domenica scorsa dava conto di un nuovo studio interno che smentiva totalmente la narrativa ufficiale sulla genesi del virus, dicendo chiaro e tondo che il mercato del pesce di Wuhan è stato solo il detonatore di un qualcosa nato all’esterno e portato in quel posto, conoscendone il potenziale di contagio? Perché cambiare versione, proprio ora e proprio nel giorno in cui Xi Jinping mandava in cantina gli ottimismi della volontà e parlava a chiare lettere della più grande emergenza che la Cina doveva affrontare dal Secondo dopoguerra? A fronte del danno ben oltre il preventivato o lo sperato, Pechino sta forse per dare vita a una controffensiva a colpi di complottismo di Stato verso gli Usa?

Attendete, è questione di poco tempo e qualcuno sarà costretto a mostrare almeno in parte gli assi che ha (o finge di avere) in mano.

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