SPY FINANZA/ Vaccini e riaperture, le “partite truccate” di Usa e Uk

- Mauro Bottarelli

Bisognerebbe riflettere molto sugli elogi al piano annunciato da Johnson sulla riapertura della Gran Bretagna. E anche sul quel che avviene negli Usa

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Boris Johnson (LaPresse)

Noto particolare entusiasmo e invidia verso l’annuncio di Boris Johnson per una riapertura della Gran Bretagna, un piano per la fine del lockdown che combini ritorno alla normalità delle attività economico-sociali a una spinta ulteriore nel piano vaccinale. Mi scuserete, se non mi unisco alla schiera degli apologeti dell’inquilino del 10 di Downing Street. Per una serie di ragioni. Primo, il fantasmagorico piano Johnson vedrebbe il Regno Unito tornare alla presunta normalità a giugno: ciò significa un processo di transizione che brucerà, di fatto, anche il secondo trimestre di quest’anno. Non mi pare chissà quale svolta, rispetto ad esempio alla strategia inversa della Germania, la quale invece ha deciso di blindare ulteriormente tutto (frontiere incluse) almeno fino al 7 marzo, al fine di stroncare il tasso di contagio, a prescindere dalla campagna vaccinale. Fallimentare da quelle parti, sono il primo ad ammetterlo. Quale dei due Paesi tornerà per primo alla normalità, però? A quel punto – e solo allora – si potranno fare i conti.

Ricorderete poi come Angela Merkel venne crocifissa per la sua scelta di acquistare preventivamente dosi supplementari di vaccino rispetto a quelle prenotate in seno al piano congiunto della Commissione Ue: chiedo venia, la mossa britannica di sfruttare la natura “domestica” di uno dei principali produttori per operare dumping rispetto alle dosi da inviare all’estero e alla disponibilità totale, invece, non è da considerarsi di fatto concorrenza sleale? Certo, Londra non fa più parte dell’Ue. Resta il fatto che, notizia di ieri, AstraZeneca (azienda anglo-svedese, da cui di fatto dipendiamo) dimezzerà le consegne del proprio vaccino destinate all’Unione anche nel secondo trimestre. Insomma, quando si parla di strategia britannica nella lotta al Covid, forse sarebbe carino mettere nel computo tutto. Anche le scorrettezze. Non vi pare? Ma temo che stiano saltando fuori degli altarini, noti da tempo ma ora più sgradevolmente raffazzonati nel loro grado di travisamento. Chi elogia la strategia di Boris Johnson, forse, sta a modo suo elogiando la Brexit, non avendo il coraggio di farlo in maniera onesta, chiara e palese? Un po’ come chi continua a parlare di ineluttabilità solo riferibile alla morte e non all’euro, pur sostenendo con entusiasmo il Governo guidato dall’uomo del Whatever it takes. Perché signori, cosa ci sia di così geniale e risolutivo in una strategia di riapertura che necessiti ancora di quattro mesi di fase transitoria appare oscuro alla mia modesta mente di diplomato. Si può ritenere vincente la strategia di Israele, al limite. Ma quella di Boris Johnson, potendo partire dal vantaggio di avere uno dei principali produttori di vaccini in casa, mi pare la rincorsa disperata di uno capitato nell’ufficio che fu di Margaret Thatcher solo per uno spiazzante scherzo del destino.

D’altronde, l’allergia latente contro l’Europa filtra anche dal continuo attacco contro la Germania, quasi Berlino stia ancora operando come nel corso del semestre di presidenza. Nulla di più distante dalla realtà: mai come oggi, la Germania sta pensando unicamente a sé. Forse ha dato noia a qualche sovranista sotto copertura il fatto che Mario Draghi abbia telefonato proprio ad Angela Merkel per coordinare una strategia comune di uscita dalla crisi? Vi dirò di più: a occhio e croce, il Premier tiene più in considerazione i pareri della Mutti di quelli di tutti i componenti politici del suo Governo. E anche di quelli dei membri del CTS. E fa bene. Benissimo. Perché signori, se c’è un proxy dell’azzardo che la Gran Bretagna in cerca d’autore sta mettendo in atto in questo momento storico, il quale necessiterebbe invece di buonsenso, è quello che ci mostra questo grafico: si tratta dell’andamento del titolo – al 23 febbraio scorso – della linea aerea low-cost britannica Easyjet, quella che ha monopolizzato il terminal 2 di Malpensa negli ultimi anni. Quella con i vettori arancioni, per capirci intuitivamente.

Un bel +35% da inizio febbraio: cosa sanno gli inglesi che noi non sappiamo? Cosa garantisce al titolo Easyjet di poter prezzare nel suo aumento di valutazione quella che appare una prospettiva di stagione turistica estiva già pressoché normale? Me lo chiedo perché proprio il 23 febbraio un report di S&P Global Ratings sentenziava come anche nel 2021 i cieli d’Europa siano destinati a restare poco affollati: il traffico aereo passeggeri, infatti, quest’anno si attesterà su livelli pari a circa il 30-50% rispetto al 2019, con una ripresa significativa possibile solo nel quarto trimestre, a patto che la campagna vaccinale proceda speditamente. Per S&P, «la diffusione delle nuove varianti del virus ha infatti indotto i governi a varare ulteriori lockdown e misure restrittive sui viaggi: questo ha portato la fiducia dei passeggeri delle linee aeree – e conseguentemente la domanda di voli – a crollare comprensibilmente, rinviando la possibilità di una ripresa significativa a dopo la cruciale stagione estiva. Per le compagnie aeree e gli aeroporti europei questo significa ulteriore consumo di cassa e accumulo di debito, contesto che peggiorerà ancora la situazione – già difficile – dei conti». Ed ecco la conclusione: «Nel 2022 il traffico recupererà a circa il 70-80% ma tornerà ai livelli pre-Covid non prima del 2024… la pandemia ha infatti accelerato la transizione verso il lavoro da casa e l’uso delle tecnologie digitali, con un effetto permanente sulla domanda di viaggi di lavoro».

Insomma, cosa garantisce a Easyjet certezze tali da vederla schizzare alle stelle? Forse sta per annunciare una re-priorizzazione del proprio core business, focalizzandosi sul trasporto di fiale di vaccino e non di passeggeri in bermuda e infradito verso le spiagge di Benidorm? O forse, visto l’abboccamento passato (il famoso consorzio, poi abortito, con FS e Delta), qualcuno sta sfruttando le disgrazie macro del fall-out da Covid – unite a una malagestione pluriennale, sia chiaro – per tentare l’assalto ad Alitalia, un secondo prima dell’irreparabile? Il mercato sta forse prezzando questo, quando incorpora tali multipli da mandare il titolo di una linea aerea low-cost su del 35% in venti giorni e nel pieno dello stallo europeo sui vaccini? O, magari, una vera e propria cannibalizzazione da svendita degli slot, se in nome del mercato il Governo Draghi arrivasse alla decisione – schumpeteriamente ineluttabile e benedetta – di staccare la spina al respiratore di denaro pubblico che ormai da anni consente ad Alitalia di volare, bruciando miliardi a ogni atterraggio.

Anche perché, mentre Easyjet inanella risultati borsistici degni della salivazione pavloviana di ogni short seller che si rispetti, un altro campione della britannicità come il gruppo bancario HSBC, comunica il non rinnovo dei contratti di affitto relativi al 43% dei suoi spazi locativi di lavoro nel mondo, salvando solo quelli del quartier generale di Canary Wharf. La scusa? Ovviamente, il Covid e lo smart working che ha cambiato il modo di lavorare. Ma come, il Paese avanguardia del ritorno alla normalità che vede la sua flagship bank internazionale sposare l’emergenzialità come new normal di lungo termine? Puzza di esiziale riduzione dei costi, non vi pare? Forse, occorrerebbe guardare molto più a fondo, prima di incensare le altrui strategie. Soprattutto, quando fanno riferimento a Paesi che solo formalmente sono alleati dell’Europa: commercialmente parlando, gli Usa e la Cina sono avversari allo stesso modo, per quanto mi riguarda. E quando Joe Biden annuncia il ritorno americano al multilateralismo in politica estera, promettendo all’Europa che la difenderà da Pechino e Mosca, io non mi sento affatto rassicurato. Anzi, mi sale un brivido lungo la schiena. E sapete perché?

Ce lo mostra questo altro grafico, dal quale si evince la fretta del Congresso Usa – totalmente in mano Democratica, dopo il blitz in Georgia – per chiudere entro il 14 marzo la discussione sul pacchetto di aiuti federali da 1,9 triliardi annunciato proprio da Joe Biden come primo atto della sua amministrazione. Questi sono gli ultimi dati ufficiali relativi a contagi, ospedalizzazioni e decessi in tutti gli Stati Uniti al 30 gennaio scorso: difficile giustificare un programma di stimolo monstre come quello cui si sta lavorando, catalogandolo come anti-pandemico, quando il trend del virus nel Paese è questo. E, almeno stando alla narrativa mainstream, le vaccinazioni procedono a ritmo incessante e spedito (non a caso, Pfizer ha una lunga tradizione pro-Biden, quantomeno a livello di timing degli annunci).

E infatti, nientemeno che il Wall Street Journal, martedì faceva le pulci al quel piano e sapete cosa confermava? Che su 1,9 triliardi di dollari, quelli destinati direttamente a misure di contrasto del Covid e del suo impatto economico sono circa 825 miliardi. Il resto? Espansione di programmi pre-esistenti alla pandemia, welfare vario, mancette per lobbies e cosiddette unrelated policy changes. Tradotto, gli Usa stanno platealmente utilizzando ancora e a forza quattro la scusa del virus per mettere in campo un ulteriore boost alla loro economia, dopo i 4 triliardi stanziati dall’amministrazione Trump (dati Kennedy Center) e il sostegno da 120 miliardi al mese di acquisti della Fed. Altrimenti, spiegatemi come sia possibile conciliare un piano dichiaratamente emergenziale nei tempi e nei controvalori con quei dati sanitari del Centers for Disease Control and Prevention. Forse il vaccino funziona davvero, dove è presente in quantitativo sufficiente a operare un’immunizzazione di massa che non contempli tempi biblici fra la prima e la seconda dose? Stranamente, Gran Bretagna e Usa paiono giocare su tavoli differenti a quelli dell’Europa. Concorrenti, oserei dire. Ma qui, ovviamente, tendiamo a soffrire di una sindrome di Stoccolma ormai pluri-decennale, retaggio del Secondo Dopoguerra e della Guerra fredda. Viviamo di strani e masochistici luoghi comuni, in base a quali la Germania e la Russia rappresentano comunque il Male, incarnazioni ex post di totalitarismi che restano però latenti nel Dna, mentre il Regno Unito e gli Usa la patria del Bene universale.

Sveglia, qualcuno ha truccato il mazzo, fin dall’inizio della partita. Non mi pare il caso di eccedere in servilismo, applaudendone anche il presunto talento al tavolo da gioco, non vi pare? La riprova arriverà a breve: scommettete che l’EMA ci metterà secoli a leggere la documentazione sul vaccino Sputnik e poi lo riterrà poco efficace e sicuro? Ve la pago alla pari.

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