Stefano Manni condannato a 6 anni/ Sentenza: “Avanguardia Ordinovista fu terrorismo”

- Niccolò Magnani

Cassazione conferma la condanna a 6 anni per Stefano Manni, fondatore di Avanguardia Ordinovista (neo-fascisti): “terrorismo e ipotesi atti eversivi”

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Suprema Corte di Cassazione (Foto: LaPresse)

Diventa definitiva la sentenza contro Stefano Manni, responsabile di aver promosso, costituito e organizzato l’associazione “Avanguardia Ordinovista”: la Cassazione conferma i 6 anni di condanna ricevuti in appello per aver costituito un gruppo neofascista che si rifaceva al disciolto “Ordine Nuovo”.

Ex carabiniere di Ascoli Piceno, Manni è stato condannato per terrorismo in quanto «progettava atti di violenza al fine di destabilizzare l’ordine pubblico, reperendo armi e tentando di autofinanziarsi commettendo rapine». Come informa l’Adnkronos, la Prima sezione penale della Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da Manni: era stato arrestato nel 2014 all’interno dell’operazione “Aquila Nera” e dopo la duplice condanna in primo grado e in appello, oggi arriva la conferma totale e definitiva anche del terzo grado di giudizio.

L’INCHIESTA “AQUILA NERA” CONTRO AVANGUARDIA ORDINOVISTA

Manni dovrà dunque concludere di scontare la pena per “terrorismo” derivante dalla costituzione di “Avanguardia Ordinovista”: tale associazione, tra i suoi scopi, aveva anche «l’incitamento all’odio e alla discriminazione razziale e il compimento di atti di violenza per motivi razziali». Nei giorni in cui la “minaccia fascista” viene rimbalzata a livello mediatico per i fatti legati a Forza Nuova e all’assalto della sede Cgil di Roma, la condanna di Manni trova forte eco su quotidiani: «Questo è il momento storicamente perfetto per carbonizzare Napolitano e la sua scorta. Da qui deve iniziare la liberazione d’Italia», con questa dichiarazione Stefano Manni si era “guadagnato” l’arresto nel 2014 e la conseguente conferma della condanna di primo grado anche in Appello. L’operazione “Aquila Nera” riscontrava nei vari messaggi dell’associazione, oltre a minacce varie a politici come Napolitano, Boldrini, Monti, Kyenge, Casini e Chiodi, anche intenti espliciti di «sovvertire l’ordine democratico dello Stato». Il tutto attraverso il compimento di atti violenti, con le frasi citate al processo più spesso riportate come «ordine dopo il caos», «disintegrazione del sistema», «bombe contro gli Uffici di Equitalia, Prefetture, Questure».



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