STRAGE A BAGHDAD/ “L’Isis colpirà durante la crisi economica, l’Ue cosa fa?”

- int. Marco Di Liddo

Attentati in Iraq, situazione delicata in Mozambico, jihadisti in Africa e Asia: la pandemia di Covid sta permettendo all’Isis di riorganizzarsi

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Terroristi islamici, foto LaPresse

Più di trenta morti in un duplice attentato kamikaze rivendicato dall’Isis a Baghdad. Un segnale preciso di una ripresa terroristica dei miliziani dell’ex califfato islamico che negli ultimi tempi ha aumentato esponenzialmente la propria attività. Solo in Siria gli attentati sono saliti da 146 a 286, mantenendo instabili tutte le regioni sunnite. Lo stesso succede in Africa, dove l’Isis controlla regioni e basi delle frontiere fra Mali, Niger e Burkina Faso, nel sud della Libia, nel Sinai egiziano e poi ancora in Afghanistan e Pakistan, dove è in lotta con al Qaeda, e anche nelle Filippine. “In Africa il fronte più caldo”, ci ha detto in questa intervista Marco Di Liddo, responsabile dell’Area Geopolitica e Analista responsabile del Desk Africa e del Desk Russia e Balcani presso il CeSI – Centro Studi Internazionali, “è il Mozambico, in quanto nelle regioni del nord si trascina una problematica decennale di discriminazione e sfruttamento economico nei confronti della popolazione locale in cui ha trovato terreno fertile la predicazione di imam che si sono formati negli ambienti jihadisti di Kenya e Tanzania”. La pandemia di Covid, ci ha detto ancora, “è un fattore di moltiplicazione per le criticità pre-esistenti e che quando si passerà dall’emergenza sanitaria a quella socio-economica, vedrà l’Isis capitalizzare in forma di attacchi e attentati quanto adesso sta preparando”.

L’Isis sta riprendendo alla grande la sua attività terroristica. Come ha fatto a riorganizzarsi?

L’Isis è stato sconfitto militarmente in Siria e in Iraq, ma non è stato sconfitto come organizzazione. È sopravvissuto come network e come potenza propagandistica e ideologica. Questo è dovuto al fatto che i vari paesi del mondo non hanno risolto i problemi che hanno portato alla creazione di Isis, in assenza di questo l’organizzazione ha sempre trovato terreno fertile per continuare, seppure in maniera minore, la sua attività.

La pandemia di Covid distrae i paesi occidentali? Permette loro di agire?

Il rapporto fra pandemia e sviluppo dell’Isis non è un rapporto diretto, ma un rapporto mediato, indiretto.

Perché?

La pandemia è un fattore di moltiplicazione per le criticità pre-esistenti.

Ci spieghi.

Nel momento in cui la pandemia ha prodotto insicurezze e mostrato nelle aree più deboli del mondo le inefficienze sanitarie e le insicurezze dei governi e nel momento in cui ha esacerbato alcune contraddizioni economiche, creando più disoccupati e incidendo sui tassi di produttività e sul commercio, questo impoverimento ha fatto sì che aumentasse il risentimento della gente, che già era insoddisfatta, e si sviluppasse il bacino di nuovi poveri e arrabbiati messi in condizione di potersi radicalizzare.

Quindi c’è un effetto positivo per l’Isis dato dal Covid?

Nello specifico i gruppi Isis hanno avuto in realtà un atteggiamento cauto. Hanno detto: non facciamo troppe operazioni, non rischiamo che i miliziani siano infettati. Dal punto di vista propagandistico hanno però usato la pandemia per descriverla come la punizione di Dio nei confronti dell’umanità e in particolare dei paesi occidentali perché sono infedeli e vanno contro i principi islamici.

Questo cosa comporta?

In questo contesto l’impatto di questi fattori non solo nel 2020, ma soprattutto nel 2021, sarà drammatico, perché quando l’emergenza sanitaria sarà passata ci sarà quella socio-economica. È lì che l’Isis andrà a colpire. Adesso si sta riorganizzando per andare a capitalizzare tutte le occasioni che capiteranno.

In Mozambico c’è una situazione particolarmente grave, tanto che il Portogallo, ex potenza coloniale, sta pensando di intervenire militarmente. Come mai questa offensiva dell’Isis?

Nel caso specifico del Mozambico l’impatto della pandemia non ha cambiato la situazione precedente, semplicemente ha messo altra carne al fuoco. Il Mozambico trascina da decenni gravi problematiche dovute al fatto che le province del nord sono discriminate, sono quelle che hanno usufruito meno dell’indipendenza e non sono influenti e integrate nell’apparato politico ed economico.

Quindi c’è insoddisfazione?

Sono regioni ricche di fonti energetiche, il cui sfruttamento ha avuto impatti sull’ambiente, ad esempio sulle attività dei pescatori e dei contadini, e quasi nessuna compensazione economica e sanitaria. La maggior parte dei lavoratori delle nuove industrie energetiche è sopraggiunta dal centro e dal sud del paese, la popolazione locale ha visto perdere le vecchie attività senza ricavarne alcun beneficio. Tutto questo ha favorito il proselitismo, grazie alla predicazione radicale di imam formatisi negli ambienti jihadisti in Kenya e Tanzania. Il Mozambico è uno dei fronti jihadisti più caldi di tutta l’Africa.

L’Europa si è mossa in qualche modo?

Il fatto che siano andati in Mozambico mercenari russi ci fa capire come la strategia europea non esista. Adesso si pensa di fare una missione europea, ma come ben sappiamo siamo in un momento storico in cui le priorità son ben altre.

Il Portogallo si muoverà come minaccia di fare?

Il piano portoghese è in alto mare, se ne sta parlando, ma mandare supporto militare vuol dire dedicare risorse specifiche in un momento in cui tutte le risorse sono dedicate al contrasto della pandemia. L’Unione Europea non ha un piano: non si risolve il problema mandando armi. Il punto è aiutarli ad avere una strategia che possa affrontare e risolvere i gravi problemi economici e sociali. Altrimenti il terrorismo è destinato ad avvantaggiarsi sempre più.

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