Da che banca viene la morale

- Sussi Dario

Il sistema bancario è al centro di discussioni e critiche anche pesanti, come nel commento inviato da Michele Tamburri.  

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Dall’inizio della crisi economico-finanziaria, il sistema bancario è al centro di discussioni e critiche anche pesanti, come nel commento inviato da Michele Tamburri.

“Sono dell’idea che le banche dovrebbero saper ‘far bene’ il loro mestiere tradizionale, che è poi quello di erogare credito secondo merito. Ciò soprattutto ed a maggior ragione in quanto si approvvigionano essenzialmente da una fonte di debito particolarmente ‘sensibile’, vale a dire i depositi dei risparmiatori / cittadini. […] Un problema fondamentale è invece che spesso gli istituti hanno perso adeguata cultura creditizia (e qui hanno giocato anche ristrutturazioni targate Mckinsey e direttiva Basilea due, ora da rivedere) soprattutto a livello territoriale e di piccola /media impresa. Per contro, a livello di large corporate / grandi clienti, hanno inciso sovente criteri da banca di investimento, oltre che di tipo ‘relazionale’. Ecco che, accanto a restrizioni creditizie, spesso generalizzate, riservate alla comune clientela, coesistono trattamenti flessibili, e giocoforza accondiscendenti e comunque assai censurabili, per i grandi debitori (Zunino, Tassara e molti altri). Perché si é arrivati a cumuli di debiti di miliardi senza che i responsabili di tali gestioni creditizie ne rendano conto? Perché Bankitalia non manifesta perplessità?”

Penso che molti concordino con questa descrizione, almeno le piccole imprese, a giudicare dalle lamentele che arrivano ai giornali, compreso il nostro. Le banche si trincerano dietro la necessità di non correre rischi in un periodo difficile come questo, e sembrerebbe un principio di sana gestione, se non fosse per le varie “falle” che segnala il nostro lettore, la principale delle quali mi sembra sia proprio la rinuncia a dare credito valutandone il merito, la ragione stessa dell’esistenza delle banche ordinarie.

Invece, si preferisce applicare ai clienti normali, vale a dire senza particolare forza contrattuale, norme automatiche e generalizzate che non tengono conto delle situazioni particolari o della affidabilità fino a quel momento, chiedendo rientri immediati a chi è cliente della banca magari da decenni. Diceva un vecchio detto:”Le banche ti danno l’ombrello quando c’è il sole e te lo riprendono quando comincia a piovere”. E suonano spesso penose le giustificazioni del personale di filiale, “Basilea 2, le disposizioni della sede, le procedure del computer”, indicative di funzionari ormai ridotti a burocrati alla mercé di procedure e computer.

Tamburri ha ragione anche nel citare le ristrutturazioni aziendali, nelle quali si è seguita spesso una logica di efficienza astratta dalle peculiarità del settore, che a finito per estraniare le banche e il loro personale dalla clientela e con innovazioni tecnologiche che si sono frequentemente rivelate inutili complicazioni.

Se questa è la situazione della stragrande maggioranza di chi ha a che fare con una banca ( e forse anche in questo sta il segreto del successo delle Poste nella raccolta dei depositi), ben diverso è il panorama per quelli che potremmo definire i “soliti noti”. Non si tratta solo della amara verità contenuta in un altro detto: “ Se devi 100.000 euro alla banca, sei tu nei pasticci, ma se ne devi 100 milioni, è la banca nei guai”. Al timore reverenziale verso i grandi, o presunti tali, si aggiungono le conseguenze del nostro “capitalismo relazionale”, di capitalisti che sostituiscono all’investimento di capitali propri una rete di relazioni a mutua difesa delle proprie posizioni di potere.

I due nomi citati da Tamburri sono due esempi tra tanti, ma c’è da chiedersi quali siano stati i “severi” criteri di valutazione del rischio nel caso di Zunino, mentre nel caso Tassara si ha un esempio dell’intreccio di relazioni di cui si è detto prima“, e non a caso i vertici di Banca Intesa si stanno prodigando per il salvataggio. In tutte queste disinvolte operazioni con i “grandi”non pare che i nostri banchieri si siano preoccupati molto dell’eccesso di rischio cui sottoponevano non i loro, ma i nostri soldi, ma adesso mostrano la faccia feroce ai vari Brambilla e salassano con balzelli vari i loro veri azionisti, i depositanti. Il bello è che ogni tanto salgono pure in cattedra per farci la morale.

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