TAMPONI TAGLIATI/ Gli ostacoli alle Regioni tra caos normativo e carenza di reagenti

- Paola Binetti

Alcune Regioni tagliano tamponi e test, necessari a dare un quadro completo dell’andamento dell’epidemia in Italia. Colpa anche del caos normativo e organizzativo

conte casalino 1 lapresse1280
Giuseppe Conte (Lapresse)

Nella Fase 2, che stiamo vivendo in questo momento, al centro del dibattito c’è il rapporto tra tutela della salute e ripresa economica del Paese: è necessario, infatti, che il progressivo riavvio delle attività economiche venga affiancato, in assenza ancora di un vaccino o di terapie realmente efficaci, da una strategia che non faccia ricadere il nostro paese in una nuova situazione di emergenza.

Quando si è passati alla Fase 2, e l’isolamento domestico e familiare si è allentato, le domande su quando potessero essere considerate guarite le persone e su chi e quanti fossero i pazienti asintomatici sono esplose in tutti gli ambienti, da quello lavorativo a quello sociale. Bar e ristoranti, mezzi di trasporto, pubblici e privati, scuole e uffici, palestre e piscine, chiese e cinema, a tutti si è chiesto di adottare misure protettive molto rigide, complicando la vita delle persone in modo analogo, anche se inversamente proporzionale, a quanto si era preteso di semplificarla con il lockdown.

L’importanza di tamponi e test sierologici

Nell’attuale Fase 2 dell’emergenza Covid-19 assume quindi particolare rilevanza la tematica dei test diagnostici di tipo sierologico, che possono essere utilizzati per la rilevazione di eventuali anticorpi diretti contro Sars-CoV-2. In questo quadro la ricerca degli anticorpi con i test sierologici è utile per capire chi realmente è entrato in contatto con il coronavirus, premessa per poter pianificare le prossime fasi.

A differenza dei “tamponi”, che forniscono un’istantanea sull’infezione, i test sierologici “raccontano” la storia della malattia del soggetto, il contagio avvenuto e gli anticorpi prodotti dal suo sistema immunitario in risposta al virus. Quest’ultimo dato è di particolare interesse se si vuole abbinare al criterio diagnostico anche l’approccio terapeutico: la concentrazione di anticorpi presenti nel plasma dei soggetti colpiti serve ad individuare chi ne ha una maggiore concentrazione, perché potrebbe diventare donatore di plasma e contribuire così al processo di cura di altri pazienti. I test sono particolarmente importanti soprattutto alla luce del fatto che molte persone con Covid-19 hanno avuto sintomi blandi o addirittura sono state asintomatiche.

Per molto tempo, dall’inizio dell’epidemia non è stato facile ottenere né tamponi né test sierologici e questo ha creato elevati livelli di ansia tra la gente. Attualmente, per rispondere alle incalzanti domande dei cittadini, i test sierologici possono essere erogati con facilità anche dai laboratori privati e da quelli accreditati, e mentre alcune Regioni hanno lasciato massima libertà di esecuzione, altre hanno adottato misure più restrittive.

Ma se si vuole avere un quadro d’insieme dell’andamento dell’epidemia, anche al fine di fornire indicazioni utili per pianificare quando, come e quanto allentare ulteriormente le misure restrittive fin qui poste in essere dal Governo, bisognerebbe avere un campionamento su almeno il 10% della popolazione residente di ciascuna Regione. Conoscere in che misura l’infezione si sia diffusa in Italia sarebbe utile anche per rivedere le stime sulla mortalità, che ad oggi continuano ad essere più elevate rispetto alla media europea e a quella globale, per comprendere la durata della risposta immunitaria e in quali casi gli anticorpi sono realmente neutralizzanti.

Complessità della normativa e dello screening

La notizia andava circolando da giorni e ieri è esplosa sulle prime pagine di molti giornali: alcune Regioni tagliano i test (la Lombardia è la Regione che fa più tamponi di tutte, sfiorando i 20mila giornalieri), necessari a dare un quadro completo dell’andamento dell’epidemia da Covid-19 in Italia. Non è facile cercare di capire perché si stiano muovendo in questa direzione. Certamente perché le risposte siano efficaci è indispensabile garantire la qualità dei test diagnostici e nello stesso tempo è necessario che si faccia un ampio studio della popolazione, con l’intenzione esplicita di verificare chi è venuto a contatto con il virus, quando e come il suo organismo ha risposto al contagio: quanti anticorpi ha prodotto e di che tipo sono.

Anche in questo caso, davanti al diverso comportamento delle Regioni emerge il rapporto sempre problematico tra governo centrale e governo regionale. Né ha giovato il caos normativo-burocratico in cui sta vivendo da mesi il nostro paese con la giungla dei vari decreti e Dpcm. Tutti con lo stesso nome tecnico, a volte accompagnato da una sorta di nomignolo per occultarne la drammatica e confusa ripetitività. Vale la pena ricordare i principali per amore di chiarezza:

– decreto legge 17 marzo 2020, n. 18: Misure di potenziamento del Servizio sanitario nazionale e di sostegno economico per famiglie, lavoratori e imprese (il cosiddetto decreto Cura Italia);

– decreto legge 25 marzo 2020, n. 19, recante misure urgenti per fronteggiare l’emergenza epidemiologica da Covid-19;

– Dpcm 26 aprile 2020: Misure urgenti di contenimento del contagio sull’intero territorio nazionale e prevenzione e sicurezza negli ambienti di lavoro e nei cantieri;

– decreto legge 16 maggio 2020, n. 33, recante ulteriori misure urgenti per fronteggiare l’emergenza epidemiologica da Covid-19;

– Dpcm 17 maggio 2020, recante misure per il contenimento dell’emergenza epidemiologica da Covid-19 in vigore dal 18 maggio (in sostituzione di quelle recate dal Dpcm del 26 aprile) e che conservano efficacia fino al 14 giugno 2020.

E nella giungla normativa, nel suo continuo tornare su aspetti apertamente conflittuali tra salute ed economia, tra tutela dei cittadini e rilancio del sistema produttivo del paese, ogni Regione ha scelto di fare a modo suo, lasciando emergere un presenzialismo mediatico dei governatori quale non si vedeva da tempo.

In ogni caso ci sono ancora nodi non risolti, dal momento che non sfugge all’opinione pubblica come anche tra i massimi esperti nel campo dei test sierologici ci siano punti di vista diversi, su cui sentiamo l’insopprimibile bisogno di fare chiarezza. Nonostante l’aumento del numero di laboratori regionali autorizzati a processare i test diagnostici, un ulteriore elemento critico è rappresentato dalla ripetuta segnalazione di carenza nelle disponibilità di reagenti necessari per l’esecuzione dei test, a causa dell’elevata domanda anche a livello internazionale. Le scorte sono state ridotte ai minimi termini, la domanda molto alta e il mercato di questi prodotti hanno faticato a soddisfare in fretta tutti.

Quando il test sierologico risulta positivo, possono esserci diverse possibilità: se risultano IgM positivi, vuol dire che l’infezione è stata recente; se risultano IgG positivi, vuol dire che l’infezione è passata, anche se questo non vuol dire che gli anticorpi siano neutralizzanti. Se il test sierologico risulta, invece, negativo, può voler dire o che la persona non è mai entrata in contatto con il virus, o che – seppur infettata – gli anticorpi sviluppati sono al di sotto del livello di rilevazione del test o, ancora, che è stata contagiata da meno di 8-10 giorni e dunque gli anticorpi non si sono ancora sviluppati.

Per avere informazioni con un livello ulteriore di sicurezza occorre passare ai test molecolari, in un processo tutt’altro che banale, ma indispensabile se si vogliono legare le decisioni di sanità pubblica, politiche, economiche e organizzative nella vita di un Paese al fondamento scientifico dell’effettivo andamento dell’epidemia.

Conclusione

Molte Regioni dopo tre mesi di lockdown assoluto e davanti all’urgenza di una ripresa economica che minaccia di trascinare il paese in uno stato di recessione pesantissima, con la complicità di decisori scientifici in perenne stato di conflitto tra di loro, hanno scelto il maggior bene possibile. Rafforzare le misure di prevenzione (gel-mascherine-distanza fisica), sperare che arrivi il vaccino, curare i malati, magari anche con il ricorso alla plasmoterapia, e soprattutto concentrarsi sulla ripresa delle attività produttive, per offrire alle persone opportunità concrete di sopravvivenza non solo dal virus ma anche dalla povertà e dalla disoccupazione, dalla frustrazione e da una quotidianità priva di speranza.

Corrono dei rischi; sperano che siano rischi calcolati. Cercano di aggirare alcuni vincoli imposti da una normativa farraginosa, incapace di rappresentarsi la realtà e di tutelare il lavoro.

© RIPRODUZIONE RISERVATA