THE ORPHAN BRIGADE/ “To the edge of the world”: al confine del mondo

- Carlo Motta

Il gruppo americano continua il suo viaggio alla ricerca dei fantasmi del mondo, approdando questa volta in Irlanda

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Orphan Brigade

L’odissea musicale degli Orphan Brigade inizia nel 2015 in una casa coloniale abbandonata del Kentucky, la Octagon Hall. Le pareti risuonano degli echi di uomini e donne del passato che hanno vissuto il dramma della Guerra civile americana, ne trasudano il sangue e talvolta i loro spiriti si aggirano tra le ampie stanze. La tragedia che circonda questo posto emerge in ogni canzone di Soundtrack to a Ghost Story, opera che dà voce a questi spiriti orfani che bussano al presente chiedendo di essere ricordati.

Dall’appellativo di un contingente di soldati del Kentucky prende il nome il gruppo composto dall’irlandese Ben Glover e dagli statunitensi Joshua Britt e Neilson Hubbard, di Nashville.

Il viaggio procede, e nel 2017 il trio si trova ad Osimo, città “dalle cento chiese”, nelle Marche. Nelle catacombe situate sotto di essa prende vita Heart of the Cave, il secondo album, composto nel cuore della caverna, dove lunghi secoli hanno custodito intatti misteri celati sotto i mucchi di ossa. A suggerire che anche di noi, non rimarrà che quello. I wanna carve my name in the heart of the cave, voglio che il mio nome sia inciso in quella roccia, canteranno in uno dei brani dell’album.

L’ultima tappa di questo strano itinerario musicale è nella contea di Antrim, nell’Irlanda del Nord. Il netto contrasto tra le praterie e l’oceano, dà l’impressione di essere al confine del mondo. To the edge of the world è infatti il titolo del terzo album. Come nei due episodi precedenti, i tre artisti compongono fisicamente le loro canzoni nel luogo di cui vogliono evocare la memoria. E così Banshee, il cui nome deriva da uno spirito della mitologia Celtica, viene scritta a mezzanotte nella foresta di Glenarm. Under the Chestnut Tree, racconta la leggenda di un nobile spagnolo affondato su un galeone vicino alle coste
irlandesi, e seppellito nello stesso cimitero locale dove il brano è stato creato.
La splendida Captain’s Song è stata addirittura composta in una barca sulla baia di Antrim. Il brano è impreziosito dal contributo di John Prine, leggenda della musica folk americana.
C’è poi un brano che narra della leggenda della moglie di Lord James Shaw, il quale si narra desiderasse a tutti i costi un figlio maschio. Quando lei partorì una bambina, fu rinchiusa crudelmente in una stanza in cima al castello. Cercando di scappare per raggiungere la figlia, cadde dalla finestra e morì. In quella stessa stanza, nella quale si dice aggirarsi il fantasma di Isabella, è stato composto e registrato il brano omonimo.
Siamo di fronte a quelle sonorità che sono oramai marchio di fabbrica degli OB. Brani che uniscono la miglior musica folk americana, il blues delle origini, la roots music e forti richiami irlandesi. Il tutto, condito da qualche spruzzo di sapore gotico. Ogni volta l’ascoltatore ha l’impressione di trovarsi di fronte ad un classico della tradizione americana. Per dare un riferimento più celebre, l’orizzonte sonoro è lo stesso delle Seeger Session di Bruce Springsteen. Troviamo chitarre acustiche, violini, flauti, pedal steel, le percussioni di Hubbard e l’inconfondibile mandolino di Britt.

L’orecchio dell’ascoltatore  viene poi trasportato da St Patrick on Slemish Mountain, scritta sul monte che fu prima dimora ed luogo di conversione di San Patrizio, il patrono d’Irlanda. Non a caso è la canzone più “irlandese” di tutto il disco, una grandiosa ballata sostenuta da chitarre e mandolino.

Il disco si conclude in maniera catartica con Mind the Road:

Le colline struggenti di roccia e valli strette
Silenziose cicatrici di foreste
Mura di caserme in fiamme
Costruite nell’antichità e spezzate
Bada alla strada che percorri
Bada alla strada da cui sei venuto

Gli Orphan Brigade hanno costruito un modo originale e unico di fare musica: per loro, questo significa raccontare la storia, il folklore e i fantasmi di un luogo. Personaggi che ci parlano da un passato remoto, ci raccontano le loro cicatrici e così facendo parlano un po’ anche delle nostre.
Purtroppo, il panorama squallido della musica “che fa ascolti” porta a pensare che la qualità della musica stessa sia troppo spesso inversamente proporzionale alla sua popolarità.
Per fortuna esistono etichette musicali fuori dal coro come l’italiana Appaloosa, che ha prodotto il disco, a cui va una speciale menzione d’onore. Innanzitutto per essersi sempre mantenuta indipendente, proponendo artisti fuori dal mainstream che non avremmo altrimenti modo di conoscere. E nello specifico, per aver confezionato il CD in un cofanetto elegante arricchito da testi, descrizioni, ottime traduzioni italiane.

 

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