THE WALL 40 ANNI DOPO/ Il muro che fece crollare i Pink Floyd

- Paolo Vites

Quarant’anni fa usciva l’ultimo capolavoro dei Pink Floyd, The Wall

martelli the wall
Una scena dal film tratto da The Wall

Dopo il crollo del Muro di Berlino, il disco dei Pink Floyd, The Wall, uscito esattamente dieci anni prima, il 30 novembre 1979, è stato per sempre associato a quell’avvenimento. Niente di più sbagliato. Benché Roger Waters nel 1990 abbia organizzato un evento mondiale proprio nella piazza di Brandeburgo, per festeggiare il crollo del Muro, The Wall nasce e racconta il “muro” della malattia mentale, la schizofrenia, che separa il malato dal mondo reale. Per comporlo, Waters si ispirò infatti all’ex compagno nei Pink Floyd, il fondatore, Syd Barrett ammalatosi proprio di schizofrenia. Ma non solo.

The Wall è anche il muro dove le rock star finiscono per celarsi, un muro che li separa dai fan. Ci fu un episodio in particolare che fece riflettere Waters su quello che era diventato, una delle star più famose e adorate al mondo. Durante un concerto a Montreal nel 1977 il bassista perse la pazienza davanti a un gruppo di spettatori che, come tutti gli spettatori, continuavano a urlare esaltati. Waters, per il quale come per il resto della band, le loro esibizioni non erano i classici concerti rock dove scatenarsi, ma delle vere e proprie esibizioni comparabili a quelle di musica classica, perse la pazienza e sputò loro addosso. Un gesto che esprimeva in pieno il distacco tra artista e il suo pubblico, la barriera tra lui e spettatori che si era creata.

A tutto questo, Waters, che fu l’ideatore e il maggior compositore del disco, aggiunse anche il suo trauma personale, quello di aver perso il padre durante lo sbarco delle truppe inglesi ad Anzio nel 1944, mentre era nel ventre della madre, in modo che non ebbe mai occasione di conoscerlo. Tutte queste cose insieme ben si accordavano per descrivere in musica “il muro” di solitudine in cui l’essere umano può finire per sprofondare.

Il disco segna anche la fine dei Pink Floyd stessi, anche se qualche anno dopo sarebbe uscito ancora un disco dal titolo emblematico, The final cut, l’ultima registrazione. Roger Waters era ormai diventato il leader assoluto del gruppo, il compositore principale, quello al quale gli altri dovevano assoggettarsi. In realtà Richard Wright, dipendente dalla cocaina, ormai era quasi un peso morto, mentre David Gilmour e Nick Mason si stavano impegnando in opere soliste. Non erano più il gruppo di amici dei tempi della Swinging London, dei capolavori Dark Side of the Moon e Wish you were here, grandiosi composizioni corali. Waters era diventato talmente despota che cacciò dal gruppo Wright, permettendogli di suonare solo in tournée come un qualsiasi musicista aggiunto, stipendiato.

Nel disco Waters brillantemente ma anche in modo inquietante, affronta tutte le cause della schizofrenia: una madre iperprotettiva, la mancanza del padre, la manipolazione dell’educazione scolastica, l’alienante vita della rock star. Protagonista del concept album è Pink che finisce per isolarsi dietro a un muro di droga e divorziando dalla moglie. Waters mette anche sotto accusa il seguito acritico dei fan della musica, che considerano i loro idoli degli dei, tanto che la rock star diventa una sorta di leader nazista. Alla fine, la salvezza  è solo in un percorso di auto critica e auto analisi che permette di uscire dal muro e affrontare la vita. Nei concerti del tour, durante lo spettacolo, sul palco veniva costruito un enorme muro di mattoni di polistirolo dove i Pink Floyd finivano al di dietro, ormai nascosti al pubblico. Poi, nel finale, il muro crollava.

Musicalmente il disco fu un successo clamoroso, seppur doppio, e mostrò un nuovo volto della band, più moderno e al passo coi tempi. Basta le lunghe suite psichedeliche, le canzoni come la classica Another brick in the wall erano addirittura con ritmo da discoteca. Altro capolavoro immortale, grazie al leggendario assolo di chitarra di Gilmour, era Comfortably Numb.

Tre anni dopo The Wall divenne anche un film, diretto da Alan Parker e interpretato da un ancora sconosciuto Bob Geldof, l’inventore del Live aid. Un film crudo e violento, con una incisiva violenza psicologica. The Wall rimane oggi non solo il canto del cigno dei Pink Floyd, ma la più coraggiosa opera musicale dedicata alla malattia mentale.

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