TORNA IL COVID?/ Sirchia: le mascherine non sostituiscono un piano anti-pandemia

- int. Girolamo Sirchia

Bene le mascherine perché è meglio essere prudenti, ma non basterà: serve un piano anti-pandemia da Covid-19. Che l’Italia non ha più

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LaPresse

Il bollettino giornaliero della Protezione civile ritrae un’Italia stabile: ieri si contavano 408 contagiati, 83 in più rispetto a ieri l’altro. Ma i tamponi effettuati sono quasi il doppio: 54mila contro i 30mila di ieri l’altro. La situazione Covid nel nostro paese sembra sotto controllo, l’opposto di ciò che sta accadendo in Europa, dove la Spagna tocca i 2.128 contagiati e l’Oms parla di “una rinascita dei contagi in Francia, Germania, Paesi Bassi e Regno Unito”.

L’Oms ha anche dichiarato che il Covid è entrato in una nuova fase spinta dai contagi nei giovani sotto i 40 anni. Intanto in Italia dal 17 agosto sono in vigore le regole dell’ultima ordinanza del ministro Speranza: mascherina obbligatoria in tutti i luoghi pubblici affollati, anche all’aperto, dalle 18 alle 6, e chiusura delle discoteche fino al 7 settembre. Abbiamo parlato delle disposizioni del governo, dei rischi di una seconda ondata e degli errori nella gestione dell’emergenza con l’ex ministro della Salute Girolamo Sirchia. Secondo lui, i problemi non dipendono solo dal Covid, ma vengono da lontano: “dall’arretratezza di un paese che non investe in ricerca e da 10 anni di tagli alla sanità. Mentre al governo mancano persone con lo spessore tecnico necessario”.

Il governo ha chiuso le discoteche e inserito l’obbligo di mascherine in luoghi pubblici dalle 18 alle 6. Come valuta queste misure?

Mi sembrano scelte da condividere. È giusto evitare di tenere aperte le discoteche, che sono punti aggregazione un po’ sopra le righe, e anche l’obbligo di mascherina tra le 18 e le 6, quando le persone tendono ad abbandonarsi di più. Anche se renderei sempre obbligatoria la mascherina in pubblico.

Mascherina sempre indosso, anche all’aperto?

Mi sembra la scelta più logica e sana, e non lo giudico un grande sacrificio soprattutto perché le mascherine Ffp2 o quelle chirurgiche non ostacolano il respiro.

Dunque il livello di allarme è giustificato?

Siamo in presenza di una pandemia che non sarà la peste bubbonica, ma è abbastanza pericolosa e ha già riempito gli ospedali. E può ricominciare a farlo, quindi non capisco cosa ci sia di eccessivo nelle scelte del governo. Tutto questo serve a prevenire un altro lockdown, che attaccherebbe un’economia già debilitata.

Secondo alcuni il governo ha esagerato, proclamando lo stato d’emergenza senza che ce ne fosse ancora bisogno.

Quando ci sono le pandemie ci si comporta così, non capisco queste tesi dietrologiche. Mi sembra che la prudenza, di fronte a tanti morti, sia doverosa.

Questo anche perché una seconda ondata è possibile?

Ci sono diversi focolai pericolosi. Non capisco perché rischiare una seconda fase dell’epidemia invece che applicare un principio di precauzione che in tutti i casi non è un dramma, ma un comportamento intelligente.

I numeri ci dicono che i paesi europei nostri vicini hanno più contagiati. In Italia ci stiamo comportando in modo più attento?

Prima erano gli altri Stati europei ad avere tassi di contagio più bassi dei nostri, ora li hanno più alti. Sono oscillazioni legate a provvedimenti precauzionali, ma anche al caso. Dobbiamo guardare cosa abbiamo sbagliato, invece di lodarci da soli. Anche perché in Italia non siamo stati bravi: siamo arrivati alla pandemia senza un’idea di cosa fosse un piano pandemico. Durante la prima Sars avevamo creato una struttura, il Centro Controllo e Prevenzione (Ccp) delle malattie che serviva proprio ad avere un piano. Ma dopo il 2012 il Ccp non è più stato finanziato.

Non si può negare che la pandemia ci ha colto del tutto impreparati.

Un’epidemia non si affronta senza un piano. E infatti è stato il caos: tutti hanno detto qualunque cosa e abbiamo mostrato l’assenza di un potere centrale. Questa distribuzione dei poteri tra Stato, regioni e comuni, dove non comanda nessuno, è stata l’opposto della risposta ordinata che serviva. Ce la siamo cavata, ma non siamo stati più bravi degli altri. E poi vedo anche un continuo rimbalzo di responsabilità tra regioni e Stato, anche per ambizioni personali.

Lei contesta il protagonismo dei rappresentanti delle istituzioni. Ma non sono anche gli stessi medici a essere diventati delle star?

Parlo di tutti quelli che si sono prestati a fare i divi, con un protagonismo ridicolo. Segno di scarsa consistenza e poca personalità.

Cosa pensa della divisione delle prerogative tra governo e regioni? Ha funzionato?

L’organizzazione dello Stato concepita prima dalla Costituzione e poi dalla modifica del Titolo V è sbagliata. Sarebbe giusto uno Stato centrale che fissa i principi dei provvedimenti all’interno dei quali le regioni possano muoversi. Ma pensare che le regioni siano stati indipendenti che addirittura legiferano contro lo Stato centrale, vuol dire arrivare al caos. Faccio riferimento anche alle differenze tra le strutture sanitarie da regione a regione.

Lei pensa che il sistema sanitario andrebbe uniformato a livello nazionale?

Non ho nulla da dire contro il principio di sussidiarietà affermato dalla Costituzione, solo che ne vanno definiti i confini senza ridurre i poteri dello Stato a favore delle regioni, che quei poteri non li hanno usati bene. Dobbiamo imparare da questa vicenda per creare un sistema che funzioni meglio.

Cosa non ha funzionato a livello di risposta regionale durante l’emergenza Covid?

Abbiamo visto una risposta scomposta, e una mancanza totale di strutture territoriali: si è continuato a parlare di case della salute, di presidi ospedalieri di vicinanza, di strutture intermedie di integrazione tra ospedale e territorio, senza poi produrre alcun modello. Oggi le case della salute ci sono solo in alcune regioni, e non ce n’è una uguale a un’altra. La libertà ha dei limiti ben precisi, non può essere questa anarchia. E nessuno parla di ripresa del paese, di come usare quei 209 miliardi che dovrebbero arrivare.

Come dovremmo usare quei soldi per la sanità? Serve una riforma?

Noi veniamo da 5 governi che hanno infierito sulla sanità con tagli lineari, senza che nessuno oggi faccia autocritica.

I numeri parlano chiaro, negli ultimi 10 anni la sanità è stata tagliata.

È stato un disastro. Ma non vedo nessuno mettersi al tavolo a dire: ora facciamo ciò che è giusto. Abbiamo una spesa per la salute pubblica tra le più basse, per la ricerca vanno le briciole, e sulla prevenzione sento solo chiacchiere.

Difficile che nel futuro qualcuno si presenti alle elezioni proponendo di tagliare la spesa sanitaria, sarebbe fortemente impopolare. Verrà rialzata?

Sì, ma i soldi non bastano, se li butti via sono inutili. Ci sono programmi che nascono da conoscenza e cultura, dal confronto col resto del mondo. Dovremo guardare al di fuori delle Alpi.

Quali paesi esteri dovremmo prendere a modello?

Ogni paese evoluto ha cose importanti da insegnare. Noi non abbiamo ancora capito che la ricerca porta innovazione, che è un mezzo di sviluppo economico e sociale. Spendiamo cifre bassissime in ricerca rispetto a Uk e Usa, e infatti siamo un paese arretrato. Questo non vale solo per la medicina, ma per tutti i campi tecnologici. Dovremmo porvi rimedio, ma al governo mancano persone con una cultura tecnica specifica.

(Lucio Valentini)

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