TRA DEF E LE PEN/ Il filo rosso che spiega gli harakiri di Italia e Ue

- int. Gustavo Piga

Le posizioni dell’Ue spiegano sia la minaccia rappresentata da Le Pen che le decisioni del Governo italiano contenute nel Def

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Mario Draghi, presidente del Consiglio, e Daniele Franco, ministro dell'Economia (LaPresse)

C’è un filo rosso che sembra collegare il rischio, di nuovo tornato a manifestarsi, che Marine Le Pen possa vincere le presidenziali francesi e il Def 2022 con cui il Governo Draghi ha scelto di lasciarsi un margine di soli 5 miliardi di euro per sostenere le famiglie e le imprese di fronte al forte rialzo dei prezzi energetici e alla frenata dell’economia ammessa dallo stesso esecutivo, che ha infatti abbassato le stime di crescita per quest’anno dal 4,7% dello scorso autunno al 3,1%: è quella che Gustavo Piga, Professore di Economia politica all’Università Tor Vergata di Roma, definisce la miopia europea.

Professore, cominciamo dal Def. Quanta importanza dobbiamo dare al suo contenuto?

Solitamente l’attenzione si concentra molto sulla Legge di bilancio, ma in realtà i giochi sono già fatti prima, proprio con il Def, che rappresenta il documento più importante di politica economica del Paese ed è un fondamentale punto di riferimento non solo per gli economisti, ma anche per gli imprenditori, perché dà il senso della direzione in cui va il Paese. 

E quale direzione viene indicata da questo Def?

Intanto ci ricorda, come già anticipato dall’Istat, che il deficit/Pil del 2021 è stato pari al 7,2%, quando il Governo un anno fa lo prevedeva all’11,8%. Questo vuol dire che si è rinunciato, tra investimenti pubblici e riduzione delle tasse, a circa 100 miliardi di euro che avrebbero permesso a questo Paese di avere tutt’altra performance economica rispetto a quella registrata, tant’è che oggi ci ritroviamo più deboli di fronte a un nuovo shock e con tutta probabilità non torneremo ai livelli di Pil pre-Covid quest’anno: questo unicum europeo è un risultato gravissimo, frutto di politiche troppo poco espansive. E proprio in virtù del taglio delle stime di crescita contenuto nel Def ci si ritrova di fronte a un mistero.

Cosa intende dire?

Che se la previsione è quella di un Pil inferiore rispetto a quello inserito nella Nadef (al 3,1% dal 4,7%), ci si aspetterebbe di trovare un deficit/Pil più alto dovuto alle politiche a supporto dell’economia indebolita. Invece, il disavanzo rimane fermo al 5,6% del Prodotto interno lordo. La cosa più sorprendente è che in realtà non c’è stata una “invarianza”, perché il saldo primario (la differenza tra entrate e uscite, al netto degli interessi sul debito) è passato dal -2,7% del Pil della Nadef 2021 al -2,1% del Def 2022: quindi, la politica economica è diventata più restrittiva in uno scenario di crollo del Pil. 

Se però c’è stato un miglioramento nel saldo primario, com’è possibile che il deficit/Pil sia rimasto invariato?

La spiegazione è molto semplice: la spesa per interessi sul debito è aumentata dal 2,9% al 3,5% del Pil. Questo perché l’inflazione sta salendo e abbiamo emesso anche titoli di stato indicizzati. Il Governo, quindi, vedendo crescere la spesa per interessi, in un contesto bellico e pandemico, ha deciso di restringere ancora di più i cordoni della borsa, riducendo il disavanzo primario. Il che è dovuto al fatto che la sua principale preoccupazione è confermare il deficit/Pil al 5,6% promesso all’Europa (perché funzionale al rientro sotto il 3% nel 2025). Tutto ciò ci aiuta a comprendere un aspetto fondamentale.

Quale?

Che la variabile chiave per capire le politiche del Governo non è lo stato di crisi, non è la guerra, non è la pandemia, ma è la spesa per interessi, cioè l’inflazione. Se quest’ultima aumenta, il Governo stringe i cordoni della borsa – anche di fronte a uno shock da offerta, a una crisi energetica e di guerra -, a scapito del Pil: appena l’inflazione si ritorce sui tassi di interesse, si toglie ossigeno all’economia.

Non dovrebbe essere compito della politica monetaria contrastare l’inflazione?

Sì, mentre ci saremmo dovuti al massimo aspettare una politica monetaria più restrittiva, qui siamo di fronte a una politica fiscale che fa il “lavoro sporco” della Bce.

Come mai, di fronte a uno shock importante come quello di una guerra, la politica economica sembra diventare più conservatrice?

Un’interpretazione per spiegare questo comportamento è che si ritenga il conflitto meno drammatico della pandemia. Il che sarebbe un grave errore, perché la guerra si sovrappone al Covid: in questo momento abbiamo due crisi che si accavallano rafforzandosi a vicenda. Gli imprenditori, in questa situazione, hanno il terrore di tornare a investire. La politica economica avrebbe dovuto iper-reagire, ma non lo sta facendo. Questo non solo è terribilmente imbarazzante da commentare per un economista, ma soprattutto terribilmente deprimente per un europeista. Stiamo assistendo a un disarmo totale dell’intelligenza, bisognerebbe rileggere tutte le pagine di Keynes dedicate al Trattato di Versailles e al pericolo che si generava fomentando gli odi, laddove non si usava la politica economica per aiutare le persone e non metterle in difficoltà.

Se la preoccupazione dell’Italia è mantenere il deficit/Pil al 5,6% è difficile pensare a uno scostamento di bilancio nei prossimi mesi. A meno che non ci sia una svolta europea…

È del tutto evidente che l’Europa ha dettato questa scelta al nostro Governo, che supinamente l’ha accettata, senza chiedere di poter inserire un deficit/Pil più alto, magari al 10%, promettendo di effettuare una seria spending review, un provvedimento che poteva essere la cifra di questo Governo per convincere i partner europei. Non vedo proprio possibile un intervento europeo, perché l’Italia non ha fatto nulla per convincere Bruxelles. Con questo non intendo esonerare assolutamente la costante miopia europea, che ha portato ancora una volta Marine Le Pen a rappresentare una minaccia. Macron molto probabilmente riuscirà a vincere le presidenziali, ma se si è arrivati a temere che si possa arrivare a un punto di pericoloso non ritorno – perché se dovesse invece perdere sarebbe la fine dell’Ue così come la conosciamo – non è certo colpa della Presidente del Rassemblement National, ma dell’Europa stessa.

Lei ritiene possibile che quest’anno l’Italia entri in recessione?

Il +3,1% di crescita stimato è molto ottimistico, quindi se il risultato finale sarà inferiore, anche senza una recessione in senso tecnico, alla fine del 2022 non avremo ancora recuperato i livelli pre-Covid: ci troveremmo di fronte, quindi, a una recessione triennale, frutto di anni di debolezze, di leader che si sono succeduti ripetendo come dei robot un mantra che ci sta portando a schiantarci.

Non vede anche il rischio che per far quadrare i conti si arrivi a un aumento della pressione fiscale?

Sarebbe un punto di non ritorno interno, se fatto in maniera esplicita. È però possibile che questo Governo, ragionando come un robot, se vedesse salire ancora un po’ di più l’inflazione, e di riflesso il costo degli interessi sul debito, ritenga necessario stringere ulteriormente i cordoni della borsa e occorrerà trovare in qualche modo le risorse. Ci tengo però a evidenziare che secondo me un maggior spazio di deficit non andrebbe utilizzato per tagliare le imposte, ma per investimenti pubblici fatti bene, con una riforma della qualità delle spese appaltanti che manca completamente all’appello. In questo contesto, infatti, anche se diminuissero le tasse, i cittadini non consumerebbero di più, ma destinerebbero le maggiori risorse al risparmio e alla fine non si avrebbe un forte impatto sul Pil. Per questo occorrono gli investimenti pubblici e purtroppo su questo fronte non ci sono segnali incoraggianti, anzi.

A che cosa si riferisce?

In un recente articolo scritto con Francesco Bono e Gaetano Scognamiglio, pubblicato sul Sole 24 Ore, abbiamo ricordato che il ministro dell’Economia Franco, nel corso di un’audizione parlamentare, ha detto che dei 15 miliardi previsti dal Pnrr per vecchi progetti ne sono stati spesi solo 5. Questo conferma che non c’è solo un problema di incapacità di spendere, ma anche una voglia di non spendere, perché c’è il terrore di non riuscire ad arrivare al deficit/Pil fissato nel Def. Questo Governo fa apposta, lo dico senza paura di smentite, a non spendere perché ha paura che gli sfugga quel 5,6%, che è diventato un mantra sadomasochistico. E siamo arrivati al paradosso di non usare le risorse del Pnrr a causa di questo terrore.

(Lorenzo Torrisi)

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