UN ANNO DI COVID/ Blangiardo (Istat): a gennaio 8.500 morti in più, il 75% al Nord

- int. Gian Carlo Blangiardo

È la Giornata nazionale in ricordo delle vittime del Covid. Secondo l’Istat nel 2020 ben 746mila decessi, un numero assoluto comparabile solo a quello nel pieno dell’ultimo conflitto

L'esercito trasporta le salme a Bergamo (foto: Twitter)
Marzo 2020: i camion dell'Esercito trasportano le salme a Bergamo (foto: Twitter)

Oggi il presidente del Consiglio Draghi sarà a Bergamo per commemorare le vittime della pandemia. Un anno fa, nel pieno dell’emergenza, con l’Italia in lockdown e i reparti Covid pieni, i camion dell’Esercito, carichi di bare, uscivano alla luce dei fari dalla città più colpita. Un’immagine destinata a segnare la memoria collettiva di un paese intero. Ieri il Senato ha approvato la legge che istituisce la Giornata nazionale in ricordo delle vittime del Covid.

“Nell’anno 2020 il totale dei decessi per il complesso delle cause è stato il più alto mai registrato nel nostro Paese dal secondo dopoguerra: 746.146 decessi, 100.526 decessi in più rispetto alla media 2015-2019 (15,6% di eccesso)”. Così recita il quinto Rapporto prodotto congiuntamente dall’Istat e dall’Istituto superiore di sanità (Iss), in cui viene presentata un’analisi della mortalità dell’anno scorso. “Il contributo più rilevante all’eccesso dei decessi dell’anno 2020 – si legge nel Rapporto – rispetto alla media degli anni 2015-2019, è dovuto all’incremento delle morti della popolazione con 80 anni e più che spiega il 76,3% dell’eccesso di mortalità complessivo”. Due le ondate epidemiche che si sono abbattute sul nostro paese: “Il bilancio della prima fase dell’epidemia, in termini di eccesso di decessi per il complesso delle cause, è particolarmente pesante per la Lombardia (+111,8%)”, mentre “durante il periodo ottobre-dicembre 2020 si sono contati 213mila morti, 52mila in più rispetto alla media dello stesso periodo degli anni 2015-2019”. Cosa ci dicono questi dati? E quali evidenze comincia a mostrarci la terza ondata in atto? Ne abbiamo parlato con Gian Carlo Blangiardo, presidente dell’Istat.

Quali sono le evidenze più importanti che emergono dal Rapporto sull’impatto dell’epidemia Covid-19 sulla mortalità totale della popolazione residente?

La forte intensità dell’impatto: si è giunti ad avere nel 2020 ben 746mila decessi, un numero assoluto che ha precedenti comparabili solo nel pieno dell’ultimo conflitto (1943 e 1944). L’eccesso di mortalità, rispetto alla media del quinquennio 2015-2019 e calcolato senza distinzione nelle cause di morte, è stato di circa 100mila unità. Un incremento drammatico, che presenta una diseguale distribuzione territoriale e una diversa incidenza rispetto alle caratteristiche della popolazione che ne è stata colpita.

In che modo ha agito l’aumento di mortalità rispetto all’età e al sesso?

L’eccesso di mortalità si manifesta con toni crescenti all’aumentare dell’età ed è più accentuato negli uomini rispetto alle donne. Considerando la classe di età con 80 anni e più, si passa da una flessione della mortalità del 3,5% del periodo gennaio-febbraio 2020 – quando si era partiti per tutte le età con segnali assai confortanti – a un aumento di circa il 40% nelle due ondate epidemiche. Per le donne della stessa classe di età la variazione dei decessi, rispetto alla media 2015-2019, va da un calo del 7,4% nel primo bimestre favorevole (gennaio-febbraio 2020) a un incremento del 33% circa nelle due ondate. In generale nel trimestre marzo-maggio 2020 e nell’ultimo trimestre dell’anno non cambia di molto il profilo dell’eccesso di mortalità per sesso ed età a livello medio nazionale. Incrementi importanti del numero di decessi si osservano anche per gli uomini di 65-79 anni (+67,6% nella prima ondata e +38,3% nell’ultimo trimestre del 2020 al Nord); nel Mezzogiorno nel trimestre ottobre-dicembre questa è risultata la classe di età con il maggior eccesso di mortalità tanto per gli uomini quanto per le donne (+34,6% e +29,8% rispettivamente).

E per i più giovani?

In proposito va rilevato che rispetto alla classe di età 0-49 anni, considerando l’intero anno 2020, i decessi totali sono inferiori dell’8,5% a quelli medi degli anni 2015-2019. Per le donne la diminuzione è ancora più pronunciata e riguarda tutto l’anno e tutte le ripartizioni, mentre per gli uomini si registra al Nord un lieve incremento dei decessi durante la prima ondata epidemica (+2,9% nei mesi da marzo a maggio) e nel Mezzogiorno ciò accade nei mesi di ottobre-dicembre (+1,5%).

Come si spiega il fatto che la mortalità della popolazione più giovane sia nel 2020 generalmente inferiore alla media del 2015-2019?

Si può spiegare considerando sia la minore letalità dell’epidemia al di sotto dei cinquant’anni, sia la riduzione della mortalità per alcune delle principali cause che interessano questo segmento di popolazione come quelle accidentali, per effetto del lockdown e del conseguente blocco della mobilità e di molte attività produttive.

Si hanno già elementi per valutare gli sviluppi più recenti?

Si è visto purtroppo come gli effetti della seconda ondata epidemica sulla mortalità siano proseguiti anche all’inizio del 2021. Per il mese di gennaio si stimano 70.538 decessi, 2mila in più rispetto alla media dello stesso mese del periodo 2015-2019 e 8.500 in più rispetto a gennaio 2020; questo eccesso per il 75% riguarda le regioni del Nord. La Lombardia, il Veneto e l’Emilia-Romagna da sole spiegano il 50% dell’eccesso di gennaio 2021. Va tuttavia notato che nel mese di gennaio 2021 il valore assoluto dei decessi Covid-19 (12.527) riportato dalla Sorveglianza è superiore all’eccesso calcolato e riportato come si è detto. Si tratta di un fenomeno che è probabilmente spiegabile con la riduzione, rispetto agli anni precedenti, della mortalità per cause diverse dal Covid-19, come ad esempio l’influenza, che grazie alle misure di distanziamento ha avuto una minore incidenza nell’ultima stagione.

Cosa sta facendo concretamente l’Istat, oltre a quanto già sappiamo, per aiutare il paese a uscire dal tunnel il più in fretta e con meno danni possibili?

In tal senso ci sono due iniziative di particolare interesse: una già avviata con l’Istituto superiore di sanità (Iss) e con il Centro Healthcare Research & Pharmacoepidemiology (HRP), e l’altra inoltrata a Iss e in attesa di sviluppi. La prima riguarda la costruzione di un sistema di allerta che, valorizzando il profilo sanitario della popolazione (medicine, accertamenti, patologie eccetera) dovrebbe tenere sotto controllo e segnalare con tempestività, attraverso alcuni “indicatori sentinella”, i potenziali focolai di diffusione del virus a livello territoriale molto ridotto.

E la seconda?

La seconda iniziativa, in attesa di adesione da parte dell’Iss, consiste nel progetto di associare a ogni soggetto vaccinato il suo profilo statistico (sesso, età, ambiente e tipo di lavoro, condizione familiare eccetera), così da seguire la “nube” della popolazione protetta, identificando i territori, le categorie e i luoghi del vivere che più meritano azioni di apertura/chiusura.

(Marco Biscella) 

— — — —

Abbiamo bisogno del tuo contributo per continuare a fornirti una informazione di qualità e indipendente.

SOSTIENICI. DONA ORA CLICCANDO QUI



© RIPRODUZIONE RISERVATA