Università Trento: “cariche al femminile anche se uomini, così più inclusivi”/ Delirio woke della “rettrice”

- Niccolò Magnani

Università di Trento riscrive il regolamento d'ateneo con nomi e cariche tutte al femminile anche se si tratta di uomini: “così siamo più inclusivi”. Il delirio woke e il problema di realtà

Università Trento Rettorato dell'Università di Trento, Palazzo Sardagna (Wikipedia, 2024)

UNIVERSITÀ DI TRENTO RISCRIVE L’INTERO REGOLAMENTO TUTTO AL FEMMINILE: “COSI PIÙ INCLUSIVI, NESSUNO SI È OPPOSTO”

Non bastavano le università che si fanno dettare legge da un manipolo di collettivi, così come non era abbastanza avere università che fermano l’attività didattica durante il Ramadan: da Trento arriva la “curiosa” decisione del rettore Flavio Deflorian – appoggiato dall’intero cda – di riscrivere l’intero regolamento di Ateneo mettendo tutte le cariche, i nomi e i riferimenti al femminile. Da “rettrice” a “decana”, da “segretaria” a “amministratrice”, da “commessa” e così via.

«Nella seduta di oggi il Consiglio di amministrazione dell’Università di Trento ha varato il Regolamento generale di Ateneo […] per proseguire l’impegno per la costruzione di un’università più inclusiva», annuncia il rettore in un lungo comunicato apparso prima di Pasqua, con la novità subito esposta, «per la prima volta sarà redatta adottando nella sua formulazione il ‘femminile sovraesteso’. La sua peculiarità viene ribadita proprio nell’incipit con l’introduzione di un apposito comma: “I termini femminili usati in questo testo si riferiscono a tutte le persone”». Secondo il cda dell’Università di Trento che ha approvato all’unanimità il testo, la scelta di porre tutto al femminile ha un «alto valore simbolico» in quanto segue l’iter cominciato dall’ateneo nel 2017 sul linguaggio «rispettoso delle differenze». È ancora il rettore a spiegare nel dettaglio la genesi di una decisione del genere: «Nella stesura del nuovo Regolamento abbiamo notato che accordarsi alle linee guida sul linguaggio rispettoso avrebbe appesantito molto tutto il documento. In vari passaggi infatti si sarebbe dovuto specificare i termini sia al femminile, sia al maschile. Così, per rendere tutto più fluido e per facilitare la fase di confronto interno, i nostri uffici amministrativi hanno deciso di lavorare a una bozza declinata su un unico genere. Hanno scelto quello femminile, anche per mantenere all’attenzione degli organi di governo la questione».

Nel leggere poi quella bozza, Delflorian è rimasto colpito e ammette «Come uomo mi sono sentito escluso. Questo mi ha fatto molto riflettere sulla sensazione che possono avere le donne quotidianamente quando non si vedono rappresentate nei documenti ufficiali. Così ho proposto di dare, almeno in questo importante documento, un segnale di discontinuità. Una decisione che è stata accolta senza obiezioni». Per una maggiore “inclusione” d’ora in avanti in università a Trento si leggerà e sentirà «La presidente, la rettrice, la segretaria, le componenti del Nucleo di valutazione, la direttrice del Sistema bibliotecario di Ateneo, le professoresse, la candidata, la decana», anche se tali figure dovessero essere uomini.

LA “DITTATURA DELL’INCLUSIONE” E IL RISCHIO WOKE ANCHE NELLE UNIVERSITÀ ITALIANE

Un linguaggio “politicamente corretto” che pervade dagli atenei Usa fino ormai a molte realtà europee con un unico obiettivo: l’inclusione, la “fluidità”, i generi aboliti, in quel “sogno woke” che vorrebbe riscrivere appieno la cultura occidentale soppiantandola con i nuovi dettami ideologici del linguaggio “corretto” e attento ad ogni inclusività. Abolire la cultura e la verità per sostituirla con le tante “mini-verità” di ogni gruppo sociale ritenuto importante dal gruppo di potere del momento: l’incubo di Orwell a suo tempo illustrato nei capolavori dalla “Fattoria degli Animali” fino a “1984”, sembra purtroppo essere giunto in pianta stabile.

Intendiamoci, la “dittatura dell’inclusione” siamo sicuri sia ben lungi dall’essere l’intento effettivo dei professori e del rettore che hanno approvato il regolamento dell’Università di Trento: l’intento di partenza sappiamo essere positivo e atto ad abolire le discriminazioni, il punto però è un altro. Siamo così certi che è così che si contrasta una discriminazione? Ovvero, creandone un’altra che la soppianti? Per non parlare del ruolo educativo e formativo che pone in essere ogni università: siamo certi che educare a “modificare” la realtà – come linguaggi e cariche fissati dalla lingua italiana – sia il buon viatico per formare le generazioni future? Come spiega in una nota l’associazione studentesca Azione Universitaria dopo i fatti di Trento, «Riteniamo che porre l’accento in modo così esasperato sulla diversità sia esso stesso un modo per discriminare». Già che ci siamo perché il prossimo aggiornamento del regolamento non modifichiamo tutto davvero al femminile? Di questo passo sarebbe una discriminazione non chiamare “esama”, “professora”, “atenea”, “presida” e quant’altro… Caro/a rettore/rettrice in salsa woke, cosa stiamo aspettando?





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