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PAPA/ Ecco perché io, parroco in un carcere, non credo all'amnistia

Nel suo messaggio per la celebrazione della 49sima giornata mondiale della pace, diffuso ieri, papa Francesco invoca un gesto di misericordia per i detenuti. MARCO POZZA

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E' il grido feriale di chi sta asserragliato dietro le sbarre delle patrie galere: "Amnistia, amnistia!" Un grido, una richiesta d'attenzione, una litania imbevuta di angustia. Un'invocazione che, puntuale, ritorna in occasione di ogni giubileo che la Chiesa indice. E' la sfida che rilancia Francesco, un Papa che come nessun altro sta prestando la voce a chi, mancando della libertà fisica, scopre d'essere privato pure della libertà di parola, d'espressione: «Desidero rinnovare l'appello alle autorità (…) a considerare la possibilità di un'amnistia». Il Papa, ogni Papa, conosce l'arte dell'arciere: nel tiro con l'arco, la freccia va lanciata alta perché arrivi il più lontano possibile; se la si punta verso terra, la freccia fa poca strada. Per questo, forse, scocca alta la freccia, Francesco, pur sapendo la quasi impossibilità della sua richiesta. Rimane doveroso il suo puntare alto, così come è doveroso chiedersi se sia davvero educativa un'amnistia.

Per le celle del carcere, si corre sovente un rischio: quello di dire "da oggi mettiamo una pietra sul passato, siamo uomini diversi". E' una tentazione accovacciata nei pensieri dei detenuti, dei volontari, degli educatori. Di chi, prossimo alla carne-sofferente, scopre l'illogicità e l'illegalità di certe pene.

C'è del diabolico, però, imboscato in quest'affermazione: noi siamo anche il nostro passato. Siamo così impastati di passato che il futuro, organizzato nel tempo presente della detenzione, sarà tanto più credibile quanto più affonderà le sue radici nella terra del passato, non nella cancellazione di esso. Concedere un'amnistia è cancellare con un colpo di spugna un pezzo di responsabilità. E', forse, anche porgere un sospetto d'offesa a chi non può invocare una forma parallela di amnistia che cancelli la sofferenza patita, fosse anche del più piccolo dei gesti. L'amnistia che chiede Francesco è una possibilità da valutare, non un credito da vantare: pure lui, uomo di odori e di pecore, sa che la misericordia cristiana non cancella la giustizia, ma rimane un'urgente esigenza di prendere in mano la propria vita e rimettere mano a quella strada, con Dio.

Dissentire sul valore educativo dell'amnistia è, dunque, stare dalla parte della tortura? Assolutamente no: chi firma queste righe è parroco di una pesante patria galera del Nord-Est d'Italia. Che, proprio perché sporcato di queste storie fangose e graziose, ha fatto i conti con una sfumatura indelebile: un conto è vivere la pena, tutt'altra cosa è subire la pena. Non è per il fatto di aver scontato dieci anni di galera che un uomo possa dire d'aver espiato la pena: può anche averli vissuti passivamente, senza il minimo ravvedimento. 


COMMENTI
16/12/2015 - Due esempi di buona detenzione (claudia mazzola)

Un mio amico finito in carcere è diventato geometra, si è sposato in chiesa ed ha avuto un bimbo. Ora è fuori! Ho visto in TV il concerto per il Papa dal carcere di Padova, uno spettacolo! L'amnistia ridà la libertà ma non la dignità.

 
16/12/2015 - L'esilio potrebbe essere una soluzione (Giuseppe Crippa)

Ho letto con grande interesse, stimolato dal titolo, l’articolo di don Marco Pozza, non trovandovi però alcun accenno a quali potrebbero essere le misure alternative al carcere. Personalmente sono contrario a qualunque misura che comporti costi aggiuntivi per la società e soprattutto che offra ai reclusi agevolazioni (per esempio nella ricerca del lavoro) che lo Stato non riesce ad offrire ai cittadini onesti e ritengo una ferita ulteriore a chi ha subito i delitti veder circolare liberi in prossimità delle proprie case chi ha danneggiato, magari irreparabilmente, le loro vite. Propongo quindi una misura molto semplice: l’esilio. Nei paesi che li accoglieranno saranno liberi di rifarsi una vita anche con le loro famiglie. Ma, per un tempo congruo che potrebbe anche essere senza fine nel caso di delitti gravi, non più qui con noi in Italia.