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LETTURE/ Renzi, Schmitt e lo "stato d'eccezione": democrazia addio?

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Matteo Renzi (Infophoto)  Matteo Renzi (Infophoto)

Di eccezionalità l'Italia ne ha tante da vantare, a partire dalla sua cultura e geografia, non solo territoriale ma anche culinaria ed enologica, fino a quei tanti piccoli momenti quotidiani in cui "si chiude un occhio", facendo prevalere l'aspetto umano su quello strettamente legale e fiscale. Gli italiani possono e devono essere fieri per tanti punti di vista della loro cultura dell'eccezionalità. Se solo l'eccezione rimanesse anche tale e non diventasse spesso la regola.

Politicamente, infatti, si ha da un po' di tempo l'impressione che questa inversione sia realmente avvenuta, e non a caso Carl Schmitt torna ad essere un punto di riferimento, almeno implicito, non solo per le élites intellettuali, ma anche per gli stessi osservatori politici. Un autore che ha sempre ispirato tutti coloro che sentivano il fascino o l'inevitabilità dell'estremo; e la nostra situazione attuale, caratterizzata da un dubbio generale nel potenziale delle istituzioni costituzionali, sembra decisamente alimentare queste tendenze. 

Ricordiamo che la domanda di Schmitt verte su chi decide veramente al di là della stessa costituzione (appunto nel caso dell'"eccezione" che mette in crisi la "regola"), e il dibattito attuale è segnato non solo dalla delusione per chi decide in effetti (Renzi, Napolitano, Berlusconi...) ma anche e comunque dal desiderio di qualcuno che decida veramente (ciò spiega il consenso per Grillo). Il potere sovrano è quindi concepito come quello che sta al di fuori di ogni regola. Per Schmitt ciò era un'analogia al potere divino: non a caso, la sua opera centrale è intitolata Teologia politica.

Si tratta, quindi, di un potere più "di fatto" che non "di diritto" e pertanto nel continuo bisogno di alimentare la sua legittimità: così si ricorre al fatto delle elezioni europee che però non possono sostituire il ruolo legittimante delle urne nazionali; ci si basa sulla necessità delle riforme come promessa politica estesa ai prossimi mille giorni, senza chiarire però la precisa scadenza (non aveva annunciato, lo stesso Renzi, alcuni mesi fa per ogni mese una riforma fondamentale di un settore strategico?). E il semestre italiano in Europa è divenuto un nuovo argomento per legittimare eccezionalmente il governo attuale. Tutto ciò per dimenticare il progetto originale di Renzi, l'unico che sarebbe stato conforme alla regola costituzionale e alla sentenza 1/2014 della Cassazione, cioè di presentarsi alle elezioni con una nuova legge elettorale. Per questo, il governo Renzi non si basa sulla sovranità popolare ma, più remotamente, sulla decisione di chi aveva proclamato lo stato di eccezione in un momento di crisi economica e occupazionale e di stasi governativa (Letta).

A ben vedere, il problema vero in questa interpretazione schmittiana è che viene scavalcato il principio di rappresentanza politica, cuore di ogni vera democrazia, perché principio di libertà. 



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