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LETTURE/ "Benedici questa croce di spighe": da Varujan a Sevag, la memoria vivente del genocidio armeno

Pubblichiamo un estratto dell'invito alla lettura di ANTONIA ARSLAN de "Benedici questa croce di spighe…". Antologia di scrittori armeni vittime del Genocidio. Da Varujan a Siamantò e Sevag

Processione in memoria del genocidio, Yerevan 2017 (LaPresse) Processione in memoria del genocidio, Yerevan 2017 (LaPresse)

Come una folgore improvvisa che taglia in due un paesaggio, come un terremoto inaspettato che apre voragini e scuote ogni cosa costruita dall'uomo, così siamo abituati a immaginare l'inizio del genocidio degli armeni, quella notte del 24 aprile 1915, quando – su decisione del governo dei Giovani Turchi – furono arrestati uno dopo l'altro nella capitale Costantinopoli i principali esponenti della comunità armena nell'impero ottomano. Fra loro anche molti scrittori, giornalisti e poeti, perché la parola poetica in Oriente è importante: è amata, cantata, ripetuta, riconosciuta come la voce profonda del popolo.

Una retata ben organizzata e letale. Nessuno spiegò loro niente. Furono contati accuratamente, fu verificata la loro identità, e dopo qualche ora furono fatti salire su un treno e avviati verso l'esilio. Questo gli venne detto, e così li tennero quieti; ma il programma reale era di dividerli, mandandoli verso diverse destinazioni: e poi di ucciderli un poco alla volta, preferibilmente con imboscate sulle strade poco sicure dell'interno dell'Anatolia – come in effetti avvenne.

Pochissimi i sopravvissuti; ma erano uomini di penna, e scrissero, e raccontarono, anche in nome dei loro compagni che non avrebbero più potuto parlare. Così è avvenuto che le ombre degli scrittori assassinati sono riemerse un poco alla volta: sono diventati personaggi reali, protagonisti del racconto infinito di quella tragedia incombente che venne realizzata giorno dopo giorno, con l'astuzia di tenere i prigionieri all'oscuro del loro destino, fino all'ultimo momento dicendo e non dicendo, alternando minacce e apparente bonomia e rispetto, ingannandoli con raffinata doppiezza.

In questo libro per la prima volta in Italia sono raccolte le loro voci, assai differenti fra loro, come è giusto che sia: diverse sono le date e i luoghi di nascita, la provenienza famigliare, i loro studi, le vocazioni e le carriere: poeti e scrittori di romanzi e novelle, giornalisti, medici, farmacisti, uomini di chiesa, uomini politici. C'è di tutto, ma unico è l'amore per una patria divisa, drammaticamente minacciata, con forti differenze sociali al suo interno, eppure unita da un maestoso, articolatissimo linguaggio dalle antiche radici indoeuropee, da un alfabeto unico e originale e da una superba tradizione culturale, che si sviluppa con grande ricchezza a partire dal quarto secolo d.C. Unico è anche l'anno di morte: il 1915.

Fra i primi uccisi, oltre al grande Varujan del Canto del pane, furono i poeti Siamantò e Rupen Sevag. Erano quasi coetanei: Siamantò, dalla vena lirica fiammeggiante e nostalgica, imbevuto di un romantico amor di patria; Sevag, laureato in medicina, oltre a molte poesie autore di una serie di toccanti racconti, aveva sposato una ragazza tedesca che tentò in tutti i modi di convincerlo a restare a Losanna. Eppure anche lui ritornò in patria, come Varujan, come il mechitarista padre Garabed der Sahaghian e tanti altri giovani intellettuali, attirati dalla speranza che la situazione sarebbe cambiata, fiduciosi nella nuova democrazia turca. 

La particolare importanza della deportazione e dell'annientamento dell'élite armena della capitale risiede proprio nel fatto che essi furono conseguenza di un abilissimo inganno, di cui oggi sono state rivelate le circostanze e i segreti accordi che lo precedettero. Ma loro erano giovani, idealisti, ingenui e forse un po' troppo sicuri di sé e della forza luminosa del progresso...

Si sente nei loro versi l'eco di una tradizione forte, la nostalgia per la Grande Armenia delle cattedrali e dei monasteri medievali, con i suoi leggendari manoscritti miniati, i grandi castelli, gli arcieri e le belle dame sans merci, e la meravigliosa capitale sulla via della seta, Ani "dalle 1001 chiese"; e anche il bizzarro – a volte – ma fruttuoso intreccio fra la tradizione del poetare d'amore orientale, specialmente persiano, i vividi, carnali, pittoreschi canti degli ashug (trovatori armeni) come Sayat-Nova, e un'avida lettura della poesia occidentale dell'Ottocento – specialmente francese – da Victor Hugo a Carducci, da Leconte de Lisle a Hérédia, da Verlaine a Baudelaire.

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"Benedici questa croce di spighe…". Antologia di scrittori armeni vittime del Genocidio. A cura della Congregazione Armena Mechitarista, invito alla lettura di Antonia Arslan, Ares, Milano 2017.

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